
Mi piacerebbe in questo spazio condividere alcuni appunti di una riflessione in fieri, e senza pretesa di esaustività, su come la pratica dello yoga, sempre più riconosciuta in Occidente per i suoi effetti benefici sull’equilibrio psicofisico, possa essere estremamente interessante per chi impara una lingua straniera.
Non intendo in alcun modo banalizzare o strumentalizzare lo yoga. Da praticante di lunga data, prima ancora che istruttrice, lo considero una disciplina spirituale, un cammino di consapevolezza e trasformazione interiore. Vorrei semplicemente presentare qualche considerazione, nata da un’esplorazione fatta con rispetto e curiosità circa le potenzialità dello stesso nel favorire un apprendimento “incarnato” e integrato di una lingua straniera. Non mi riferisco qui all’imparare una lingua attraverso lo yoga in senso stretto: se l’obiettivo è parlare l’italiano per ordinare al ristorante durante una vacanza, lo yoga non è lo strumento più diretto, ma se si vogliono rafforzare e interiorizzare strutture linguistiche già introdotte, allora la pratica yogica può diventare una potente alleata. Oltre che una possibilità di “fare” con la lingua.
Vanno cioè distinti due diversi percorsi: un conto è l’integrazione dello yoga come supporto all’insegnamento all’interno di una classe di lingua, già proposto da vari autori per l’insegnamento dell’inglese e soprattutto con bambini (si veda, per esempio, in Yoga Magazine il contributo di Cinzia Savino) e un altro è l’esperienza di fare yoga in un’altra lingua. È su questo secondo livello che si concentra la mia osservazione.
Entrando nel vivo della questione, segnalerei i seguenti spunti che mi paiono particolarmente interessanti nel dialogo tra pratica yogica e lingua straniera. Innanzitutto, durante una sessione di yoga l’apprendimento linguistico si basa sul principio della cognizione incarnata (embodied cognition), secondo cui i processi mentali sono radicati nelle interazioni sensomotorie con l’ambiente (Varela, Thompson & Rosch, 1991). Quando un’istruzione verbale come “solleva il braccio destro” è seguita da un’azione fisica, si crea un legame diretto tra parola e movimento. Qui il significato non viene cercato nella traduzione mentale, ma emerge dalla risposta corporea. Il linguaggio si radica nel gesto, nel respiro, nella postura, e la comprensione avviene attraverso l’azione. Questo ancoraggio attiva la memoria procedurale, rendendo il lessico più accessibile e duraturo. Si riduce il carico cognitivo legato alla decodifica mentale e alla traduzione interna e si favorisce un apprendimento più naturale, intuitivo ed esperienziale, che si avvicina a ciò che Krashen (1982) definisce come vera e propria acquisizione.
Un parallelo interessante, pur nella diversità degli obiettivi, si può fare con il Total Physical Response (TPR), un metodo glottodidattico sviluppato da James Asher negli anni Settanta. Nel TPR l’azione corporea accompagna comandi verbali al fine di facilitare l’apprendimento della lingua straniera, almeno nelle fasi iniziali. Nella pratica dello yoga in lingua straniera, invece, non si fa movimento per imparare la lingua, bensì si vive la pratica yogica e l’apprendimento linguistico avviene come effetto collaterale. Ciò non toglie che in entrambi i casi il legame tra gesto e parola favorisca un apprendimento più immediato, naturale e radicato.
Secondariamente, una lezione di yoga in lingua straniera crea un ambiente immersivo che stimola la comprensione orale in modo implicito. Anche senza comprendere ogni parola, il contesto visivo e la ripetitività delle istruzioni permettono di dedurre il significato. L’esposizione continua alla lingua parlata allena il cervello a riconoscerne ritmo, intonazione e accenti. In questa immersione, il corpo, il respiro e il movimento diventano strumenti di decodifica, e la lingua si interiorizza senza passare dalla riflessione metalinguistica.
In terzo luogo, seguire istruzioni in una lingua non nativa, mentre si eseguono movimenti fisici, richiede un alto livello di attenzione e stimola le funzioni esecutive del cervello. Il praticante deve gestire allo stesso tempo sia l’input linguistico che l’esecuzione motoria, rafforzando così la capacità di filtrare distrazioni. Questo tipo di doppio carico cognitivo attiva processi di autoregolazione che coinvolgono attenzione selettiva e memoria di lavoro, fondamentali anche nell’apprendimento linguistico.
Infine, non si può trascurare il potenziale della dimensione meditativa e immaginativa della pratica. Le visualizzazioni guidate, i momenti di silenzio, l’uso consapevole del respiro possono aprire spazi interiori che favoriscono non solo la comprensione, ma anche la risonanza emotiva con la lingua. Lo yoga favorirebbe così un apprendimento profondamente trasformativo, definito da Mezirow (1991) come un processo in cui l’individuo rielabora in modo critico le proprie esperienze, modificando prospettive consolidate e aprendosi a nuove modalità di interpretazione del mondo. Nel contesto yogico, questo può tradursi in una relazione più profonda con la lingua, che non viene semplicemente appresa, ma “abitata” come strumento di consapevolezza.
In fondo, imparare una lingua è anche imparare a muoversi nel mondo con nuove parole e lo yoga può essere un modo per farlo.
Manuela Derosas
Bibliografia
- Asher, J. J. (1977). Learning Another Language Through Actions: The Total Physical Response Approach. Sky Oaks Productions.
- Krashen, S. D. (1982). Principles and Practice in Second Language Acquisition. Pergamon.
- Mezirow, J. (1991). Transformative Dimensions of Adult Learning. Jossey-Bass.
- Varela, F. J., Thompson, E., & Rosch, E. (1991). The Embodied Mind: Cognitive Science and Human Experience. MIT Press.


Grazie per quest’articolo, molto interessante ed ispirante.