
Quando ho iniziato a muovere i miei primi passi nell’ambito dello Yoga non avevo chiaro dentro di me cosa mi aspettassi dalla pratica, ma una sottile e profonda sensazione che lo Yoga fosse qualcosa di profondo e significativo, animava la mia sete di ricerca.
Già dalle prime lezioni ho iniziato a sentire che l’esperienza sul tappetino rispondeva al desiderio autentico di comprensione, di contatto con l’interiorità, di sollievo dal caos emotivo. Quell’intimo dialogo tra la fragilità del cuore umano e la potenza silenziosa dello Yoga non prometteva scorciatoie, ma invitava ad un viaggio.
Quel viaggio che porta oltre la superficie, là dove finalmente si può smettere di cercare di “sentirci meglio” e cominciare a scoprire chi siamo davvero.
Ho compreso che esiste un abisso tra la versione sfalsata e commerciale del percorso yogico assimilato ad una semplice pratica rilassamento, metologia per migliorare l’umore o per ottenere particolari agilità fisiche e la sua origine: una disciplina spirituale di lenta e progressiva trasformazione interiore.
È la scoperta di un viaggio appassionante nei meandri dei contenuti psichici, che conduce verso un’interiorità rinnovata, frutto di uno sguardo capace di ampliare la visione e di un cuore aperto a una dimensione di intelligenza più vasta, oltre il pensiero e le emozioni — piccoli frammenti dell’esistenza.
Infatti in uno dei testi fondamentali della tradizione yogica, Yoga Sutra di Patanjali, in cui si delinea il percorso verso la realizzazione personale, uno dei concetti chiave è la capacità di acquietare e sospendere le turbolenze mentali che impediscono di vedere la realtà di chi siamo veramente.
Le vrittis intese come fluttuazioni, sono come onde che si alzano e si intrecciano all’interno di ognuno, pensieri, emozioni, desideri, paure, ossessioni, ricordi… un flusso continuo che spesso confonde, disperde, fa inseguire ciò che viene dall’esterno, dai sensi dispersi, più che ascoltare ciò che nasce dentro.
È questo movimento incessante che offusca la percezione della realtà, come un velo che separa da ciò che è autentico e reale.
Ho amato lo Yoga fin da subito per l’insegnamento profondo che porta in essere: l’invito a guardare OLTRE quel turbinio, a non restare intrappolati nelle sue correnti.
Non si tratta di reprimere o diventare insensibili, ma di imparare a “stare”, ad osservare in silenzio e con lucidità ciò che accade dentro.
In quello spazio di presenza, le onde si placano e si lascia emergere una coscienza più ampia, stabile , capace di accogliere senza farsi travolgere.
È questo il cuore dello Yoga tradizionale: un cammino che aiuta a ritrovare unità dentro la frammentazione, a riconoscere se stessi oltre le maschere e le immagini costruite.
Oggi più che mai, questa pratica diventa un dono prezioso: riporta a un contatto profondo con l’interiorità, radica nel centro e apre a una comprensione diretta e viva della vera Realtà esistenziale.
Ho scoperto che lasciare alle spalle il brusio incessante della mente, apre una porta segreta: quella che conduce all’interiorità più autentica. Da lì, come sorgenti pure, affiorano la bellezza, l’amore, la gioia, la creatività, la pace.
Tutto ciò che davvero conta nasce da quello spazio silenzioso, oltre i pensieri, dove la vita respira nella sua essenza.
Allora ogni strumento sul tappetino, dalle posture, alla respirazione, alle mudra alle concentrazioni, diventa vero e proprio rituale per onorare la propria interiorità e portale di accesso alle forze ed energie sottili che ci abitano e che sostengono l’esistenza stessa.

