
In figura: Dhanurasana_in_Yogasopana_Purvacatuska_1905_
Il termine “olismo” (“holism”) e, di conseguenza, l’aggettivo “olistico” sono stati coniati nel XX secolo da un militare sudafricano Jan Cristian Smuts (1870-1950), che nel 1926 dette alle stampe “Holism and Evolution”i, un trattato filosofico in cui sviluppava i temi della “creatività della materia”, e del “tutto [che è] maggiore della somma delle sue parti”. “Holism and Evolution” non fu preso troppo sul serio dai filosofi e dagli scienziati dell’epocaii e, a leggerlo oggi, risulta un testo forse confuso e di certo di non facilissima comprensione; basti pensare che si conclude parlando dell’esigenza di sostenere «l’ubiquità universale dell’olismo e il suo posto come ontologia monistica».
La “filosofia dell’Olismo” sembrava destinata ad alimentare le discussioni di una ristretta cerchia di studiosi, ma negli ‘60 e ‘70 del XX secolo la parola “holistic” fu adottata dall’Esalen Institute, la fucina californiana della moderna New Age, da cui grazie si diffuse in tutte l’Occidente insieme allo “Yoga -Non Yoga”, la “Religione Non Religione”, il “Massaggio Californiano” e la maggior parte delle discipline affini allo Yoga che vengono praticate ai nostri giorni.
Se originariamente l’Olismo si poneva come una interpretazione della realtà basata sullo sviluppo dell’Evoluzionismo di Darwin, grazie all’Esalen Institute si è trasformato in un contenitore delle più diverse tecniche psicofisiche finalizzate all’integrazione di “Corpo, Parola e Mente”, o Materia, Anima e Spirito”; o, per dirla in altri termini, da Esalen in poi, lo Yoga, la Danza, le Arti Marziali, l’alimentazione, i massaggi erotici o rilassanti, hanno finito per essere considerate anche e soprattutto, dei metodi di cura dei disagi fisici e psicologici.
Non so se ciò sia un bene o un male, ma sicuramente è un dato di fatto.
Yoga moderno e medicina sono, secondo me, due ambiti distinti, con strumenti e finalità diversi. Ciò non significa che un medico non possa trarre vantaggio dalla pratica dello Yoga, né che lo studio approfondito dell’anatomia e della fisiologia non sia utile per un insegnante di Yoga, anzi, ma credo che sia importante riconoscere e rispettare le reciproche aree di competenza. La salute, la vitalità e la longevità sono gli obbiettivi primari della pratica dello Haṭhayoga; a riprova di ciò basta considerare che il Pūrva Śatakam di Gorakṣaiii, considerato il più antico manuale di Haṭhayoga dedica ben dodici versetti su 100 alle pratiche che avrebbero la funzione di “vincere le malattie”, “eliminare i dolori”, “ringiovanire il corpo” o “ingannare la morte”:
1.11. […] Questa, che distrugge le malattie fisiche e i disturbi mentali, è chiamata padmāsana, la posizione del loto.
1.57. […] Si dice che questa [mahāmudrā] sia una mudrā estremamente potente, in grado di distruggere tutte le malattie dell’essere umano.
1.60. Chi pratica mahāmudrā vedrà scomparire malattie come la tubercolosi, la lebbra, la stitichezza, i tumori addominali e i problemi digestivi.
1.63. Per coloro che conoscono khecarīmudrā, non c’è malattia, né morte, né sonno, né fame, né sete, né svenimento.
1.64. Chi conosce khecarīmudrā non può essere molestato da niente, non è tormentato da malattie o dolore, né macchiato dal suo karma.
1.68 Finché il bindu rimane nel corpo, come può esserci paura della morte? Finché nabhomudrā viene mantenuto, il bindu non viene emesso.
1.76. [Poiché] grazie ad uḍḍīyāna [bandha], mahākhaga – il grande uccello – vola senza sforzo verso l’alto, questo [bandha è conosciuto come] il leone che padroneggia l’elefante della morte.
1.78. Chiudendo la rete dei canali sottili della testa – śirojāla – impedisce all’acqua celeste – nabhojalam – di fluire verso il basso; per questo jālandhara bandha annienta molti dolori – duḥkha – dalla gola.
1.81. L’unione di apāna e prāṇa [conseguente alla pratica] costante di mūlabandha conduce alla diminuzione di urina e feci. [Grazie a questo] anche un vecchio diventa giovane.
1.91. Fintanto che lo sguardo è tra le due sopracciglia come potrebbe esservi la paura della morte? Fintanto che marut è legato al corpo la mente, è libera dalle malattie.
1.92. Così come [fanno]gli yogi e i muni – i saggi asceti – persino Brahmā, per paura della morte, si dedica completamente al prāṇāyāma. Ecco perché bisogna sospendere il soffio vitale.
1.100. […] Concentrandosi su vāyu, anala, il fuoco, divampa; nāda, il suono interiore si manifesta e insorge ārogya, la libertà dalle malattie.
Nel versetto conclusivo del Pūrva Śatakam, 1.100, incontriamo per la prima volta i termini ārogya (आरोग्य) e anala (अनल) sui quali può essere utile soffermarsi. Ārogya significa indiscutibilmente “assenza di malattie”, “salute”, mentre anala, un termine dai molteplici significatiiv, va identificato con un particolare “fuoco”, situato nella zona dell’ombelico, collegato al risveglio di Kuṇḍalinī. Si legge, in un altro testo, lo Haṭhayogapradīpikā:
3.66. Quando apāna risale (apāne ūrdhvage jāte) si dirige verso il cerchio – maṇḍalam – del fuoco (vahni maṇḍalam) […] facendo sorgere (jāyate) una lunga (dīrghā) fiamma (śikhā) di fuoco (anala).
3.68. [Grazie all’incremento di calore generato dall’insorgere di anala] la Kuṇḍalinī dormiente viene risvegliata come un serpente che, colpito con un bastone si raddrizza) sibilando.
Secondo gli insegnamenti Nāth, la libertà dalle malattie si ottiene facendo risalire āpana dal guda–maṇḍala; questa risalita attiverebbe un “fuoco” – ānala – che ha sede nell’ombelico e che avrebbe il potere di “far drizzare Kuṇḍalinī come un serpente sibilante”. Ānala, per la Yoga Taraṅginī Ṭīkā – il più antico commento della Gorakṣa Saṃhitā – è un sinonimo di kandarpa vāyu, il “vento del desiderio”:
Questa energia è conosciuta anche come kandarpa vāyu ed è una modificazione di āpana vāyu. Kandarpa vāyu è conosciuto anche come vento del Fuoco (vahni vāyu)v.
Il versetto 100 del Pūrva Śatakam e i versetti 3.66 e 3.68 di Haṭhayogapradīpikā, potrebbero quindi essere interpretati in questo modo: Āpana, un upadoṣa di Vāta, una volta condotto verso l’alto fino al “vahni maṇḍalam”, nella zona dell’ombelico, viene modificato in kandarpa vāyu, la “fiamma del desiderio”, che, riscaldando l’intero corpo, provoca il risveglio di kuṇḍalinī, del suono interiore e la realizzazione di ārogya, la “libertà dalle malattie”.
Appare ovvio, anche da queste poche righe, come la “libertà dalle malattie” di cui parlano gli antichi manuali di Haṭhayoga non sia un obbiettivo alla portata di tutti. Sono necessarie una grande conoscenza anatomica, una non ordinaria capacità di visualizzare gli organi interni e i processi fisiologici e, soprattutto una pratica costante.
Esaminiamo adesso un altro versetto del Pūrva Śatakam
Prāṇa si trova sempre nel cuore, āpana nel guda-maṇḍala, samāna nel nābhideśa e udāna è nel kaṇṭha-madhyagaḥ, il centro della gola.
Cosa si intende per guda-maṇḍala?
Guda, che letteralmente significa “ano”, è il nome di uno dei più importanti marma dello āyurveda; secondo la Suśruta Saṃhitā, il più antico testo di medicina indianavi, è situato anatomicamente tra la parte terminale del tratto gastrointestinale (retto) e l’ano, è color grigio “elefante”, ha le dimensioni del pugno e presenta tre strutture simili alle spirali delle conchiglie, che si sovrappongono durante la contrazione.
La parte superiore di guda marma – il luogo in cui viene accumulata la materia fecale prima della evacuazione – è detta uttara guda, mentre la parte inferiore – organo di azione della defecazione (ano) – è detta adhara guda.
Guda è la dimora āpana, uno dei cinque soffi vitali del corpo umano, gli upadoṣa di vāta. Durante il processo che viene definito “attivazione di kuṇḍalinī” il soffio vitale denominato āpana – che solitamente, durante il giorno, è indirizzato verso l’alto – risale sino a vahni maṇḍala, il maṇḍala del fuoco citato nel versetto 3.66 di Haṭhayogapradīpikā, identificabile con “maṇipūra cakra”:
Là, dove il kanda è attraversato da suṣumṇā come una perla dal filo, il cakra del nābhimaṇḍala è chiamato maṇipūraka.
Maṇipūraka [o maṇipūra cakra], che di solito identifichiamo con il cakra dell’ombelico, nel Manthānabhairavatantra è definito come «una massa di energia radiante, come il Fuoco del Tempo» al centro della quale il praticante deve visualizzare il vuoto; secondo Gorakṣa fa parte del kanda, il bulbo a forma di uovo d’uccello sul quale dimora – come abbiamo letto in 1.46 – «kuṇḍalī śakti avvolta in otto spire». La zona dell’ombelico definita nābhideśa o nābhimarma, è la sede di due upadoṣa che rivestono grande importanza nei processi di digestione e assimilazione del cibo, ovvero:
Samāna vāyu, l’upadoṣa di vāta responsabile della secrezione dei succhi astrici della digestione, della assimilazione e della formazione di urina;
Pācakapitta, upadoṣa di pitta, il “fuoco” responsabile della divisione degli elementi nutrienti (sāra) dalle sostanze di scarto (kiṭṭa).
Questi dettagli ci fanno intuire l’importanza fondamentale dei processi fisiologici nello haṭhayoga, le cui tecniche sembrano essere finalizzate al potenziamento delle difese immunitarie e all’aumento della capacità dell’organismo di immagazzinare produrre energia.
BIBLIOGRAFIA
i https://en.wikipedia.org/wiki/Holism_and_Evolution.
ii Vedi: https://utppublishing.com/doi/pdf/10.3138/uram.7.4.288
iii Il “Pūrva Śatakam” è la prima parte del “Gorakṣa Paddhati” (in italiano “Il Sentiero di Gorakṣa”) detto anche Gorakṣa Saṃhitā (“La Raccolta di Gorakṣa), una raccolta di 200 versetti attribuiti a Gorakhnāth, il mitico fondatore dell’ordine dei kānphaṭa, e suddivisi in due sezioni chiamate in sanscrito śataka (100, “un centinaio”). Il Gorakṣa Paddhati è considerato da molti, il più antico testo di Haṭḥayoga giunto fino ai nostri tempi, un’ipotesi basata sul fatto che la maggior parte dei più importanti manuali di Haṭḥayoga conosciuti sembrano derivare in parte o totalmente, dal “Gorakṣa Paddhati“; tra questi possiamo citare “Yoga Mārtaṇḍa” (detto anche Viveka Mārtaṇḍa); Yogacūḍāmaṇyupanisad); Haṭhayogapradīpikā e Gheraṇḍa Saṃhitā.
iv Anala è sinonimo di Agni (“fuoco”, dio del fuoco”), ma, oltre ad essere uno dei nomi di Garuḍa (गरुड़), può indicare la bile, i succhi gastrici, la sillaba “ra” (र), collegata al fuoco, il vento e il numero “3”.
v Vedi: Jan K. Brezezinski, Veda Bharati, “Yoga-Tarangini: A Rare Commentary on Goraksa-sataka” Motilal Banarsidass Publishers Pvt. Ltd. (2020). ISBN 10: 8120839897. Pag. 173.
vi https://www.ayurvedicpoint.it/testi-classici/532-illustrated-sushruta-Saṃhitā .

