
I termini “salute” e “salvezza” etimologicamente derivano entrambi dal verbo latino salvĕre, che significa “star bene”, “essere salvo”.
Nel secondo verso del secondo pada degli Yogasūtra, Patañjali sente il bisogno di specificare ai suoi lettori – oggi diremmo followers – che il suo yoga, oltre a condurre al samādhi, consente di aver ragione dei malanni che affliggono gli esseri umani:
samādhibhāvanārthah kleśatanūkaranārthaś ca
lo scopo (artha) del porre in essere (bhāvana) il samādhi, dev’essere coniugato con lo scopo (artha) di attenuare (tanūkarana) i kleśa.1
Ai tempi di Patañjali, chi intraprendeva uno yoga, lo faceva per raggiungere lo stato di imperturbabilità promesso dall’assertore della disciplina.
Samādhi è il termine sanscrito che indica la meta ultima di diversi percorsi ascetici elaborati nel contesto indiano. Patañjali promette che il suo yoga produce, come effetto collaterale, l’alleviamento dei malesseri esistenziali.
Al giorno d’oggi, la prospettiva sembra rovesciata: chi comincia a praticare yoga, infatti, lo fa più che altro per risolvere problemi di salute, come il mal di schiena, l’insonnia, l’ansia. Del samādhi, credo non interessi a nessuno…
I kleśa, che lo yoga di Patañjali intende attenuare, sono le afflizioni tipiche del genere umano. Potremmo considerarli come delle malformazioni non necessariamente congenite, ma per cui indubbiamente siamo predisposti fin dalla nascita. Si tratta, infatti, di caratteristiche del nostro modo di funzionare che si sviluppano, pur in forme diverse nella loro espressione, nell’arco della vita.
Secondo una progressione che va dal più onnipervadente al più persistente, i kleśa sono: avidyā, il non vedere come stanno le cose; asmitā, il senso di io-sono; rāga e dveșa, l’attrazione per ciò che consideriamo piacevole e la repulsione per ciò che troviamo sgradevole e, infine, abhiniveśa, l’ostinazione alla reiterazione. [YS II.3]
Qualcuno potrà andare pazzo per il gelato al cioccolato, qualcun altro per la pasta alle vongole o per le patatine fritte, ma nessuno è esente da preferenze che dettano i propri gusti alimentari. Così si manifesta l’attrazione (rāga) nelle nostre vite.
A qualcuno fanno schifo i ragni o i serpenti, altri provano disgusto per certi sapori. Così si manifesta la repulsione (dveșa) nelle nostre vite.
Quindi, a parte la differente sostanza che provoca attrazione oppure repulsione, siamo tutti soggetti al moto che suscita in noi il contatto con le cose. Cambiano i gusti, identico è l’oscillare per avvicinarsi al piacere e allontanarsi dal dispiacere. Filosofi stoici, come Seneca e Marco Aurelio, usavano l’espressione turbo rerum (il vortice delle cose, degli eventi che ci coinvolgono) per indicare la condizione esistenziale dell’umano. Guarda caso, l’effetto dei malanni che Patañjali vuole “curare” prende il nome di vrtti.
Yoga: una pratica salutare
Yogaś cittavrttinirodhah [YS I.2]
Nell’incipit degli Yogasūtra, la promessa di Patañjali: lo yoga serve ad arrestare definitivamente i vortici di citta.
Citta siamo noi, quell’insieme ingarbugliato e armonioso, fatto di sostanza corporea, sensazioni emotive, elaborazioni mentali con cui ci identifichiamo. Potremmo tradurre citta con corpo-mente. Il primo dei kleśa, quello che costituisce il “campo” dove si manifestano gli altri quattro [YS II.4], è l’ignoranza (avidyā). Questo malanno supremo si manifesta, in particolare, con riferimento al nostro senso di identità, cioè nei confronti di quello che crediamo di essere. Per questo, asmitā, il senso di io-sono, è l’afflizione precedente, la più dura a morire prima di sconfiggere la nostra incapacità di vedere le cose come stanno veramente.
Dopo aver elaborato la diagnosi relativa al malessere esistenziale che non risparmia nessuno (duhkham eva sarvam – YS II.15), individuandone la causa nel contatto (samyogo) tra colui che vede e ciò che è visto (drastr – drśya), cioè formulando l’eziologia, il medico Patañjali può prescrivere la terapia. La sua medicina, se assunta scrupolosamente, condurrà all’isolamento (kaivalya) della potenzialità del vedere dall’accoppiamento vedente – visto [YS II.25]. Ecco, per rimanere nell’ambito del paradigma medico, la prognosi.
La terapia patañjaliana consiste in un viatico in otto passi (ashtanga yoga), che sono: yama (cinque comportamenti vietati); niyama (cinque atteggiamenti da perseguire); āsana (postura); prānāyāma (confino del respiro); pratyāhāra (interiorizzazione); dhāranā (concentrazione); dhyāna (visione inintenzionata) e samādhi2. Dato quanto affermato in precedenza, si arriverà alla meta finale, il samādhi, anche “sani”, cioè liberati dai kleśa, che affliggono l’incedere ordinario.
Molto ci sarebbe da dire sui diversi passaggi che costituiscono il percorso patañjaliano verso la guarigione. Tuttavia, vorrei presentare solo alcune considerazioni, per restare in tema.
L’ashtanga yoga di Patañjali
Innanzitutto, quella di Patañjali è una delle tante proposte che sono state elaborate in passato nel subcontinente indiano per far fronte all’indagine sul senso dell’esistenza. Altre proposte, per esempio, eludono i primi due passaggi, quelli relativi ai comportamenti vietati (i cinque yama) e agli atteggiamenti da mettere in atto (i cinque niyama), per lavorare sulle proprie tendenze acquisite. Questi viatici, infatti, prendono il nome di sadanga yoga, yoga a sei membra.
Lo yoga di Patañjali, cioè la sua terapia, è costituito dai summenzionati otto passaggi: l’attuazione di ciascuno di essi conduce progressivamente al risultato finale, il samādhi. In tale progressione, āsana compare al singolare e denota la postura stabile e comoda (sthirasukha) alla quale si perviene dopo aver allentato le tensioni psicofisiche, grazie alla pratica delle dieci regole comportamentali. Non si tratta pertanto degli āsana che comunemente siamo soliti associare alle posizioni che assumiamo sul tappetino.
Quanto al risultato finale della terapia patañjaliana, è importante comprendere che si tratta di uno stato in cui si dà lo svincolamento rispetto all’ordinaria funzionalità dell’organismo. Altre terapie, ossia altri yoga, prevedono soluzioni diverse. Non pare opportuno equiparare sic et simpliciter termini e traduzioni che rendono concetti diversi presenti in altre soteriologie. Nirvana, moksa, realizzazione, illuminazione, liberazione, redenzione, salvezza sono, certo, tutte forme di svincolamento dal consueto modus operandi della nostra natura, ma tecnicamente e nella sostanza possono consistere in fenomeni (se di fenomeni si può parlare) differenti.
Lo yoga sul tappetino: terapia in che senso?
Ora, cosa c’entra lo yoga comunemente inteso, cioè quello che, pur con stili diversi, pratichiamo sul tappetino, con quanto riferito finora ? In realtà, si tratta di tradizioni che si sono sviluppate in tempi e con modalità differenti. A mio parere, tuttavia, un collegamento esiste, come ho cercato di evidenziare in “Yoga Metaforico. Forme corporee e immagini mentali tra hatha e jñāna yoga”, che ho pubblicato nel 2024 per Anima Edizioni.
Poco sopra, si ricordava come il senso di io-sono (asmitā), che consiste nell’identificarci in quello che crediamo di essere, costituisca per Patañjali – secondo un tragitto a ritroso – l’ultimo dei kleśa che, dopo aver sconfitto l’ostinazione a reiterare (ossia la paura della morte) e vinto gli impulsi che ci fanno oscillare tra attrazione e repulsione, ci impedisce di avere ragione dell’ignoranza di base, quella che non ci fa vedere come le cose stanno realmente. Bene. Se non siamo quello che crediamo di essere, un modo efficace per liberarci della falsa immagine che abbiamo di noi stessi consiste nel cambiare immagine. E per cambiare immagine può essere utile cambiare forma. Cosa facciamo sul tappetino se non continuare ad assumere forme diverse? Possiamo diventare un cobra in bhujanghasana, un cammello in ushtrasana, un triangolo in trikonasana, un cancello in parighasana e chi più ne ha più ne metta! Nell’assumere tutte quelle forme, senza identificarci in ciò che rappresentano, comprendiamo, prima di tutto a livello corporeo, che la nostra versatilità è la chiave per la nostra vera natura.

Nell’incipit degli Yogasūtra, dopo aver rivelato che il fine dello yoga consiste nell’arrestare i vortici del nostro corpo-mente (yogaś cittavrttinirodhah), Patañjali ci dice:
tadā drastuh svarūpe ‘vasthānam [YS II.3]
così, colui che vede dimora nella sua forma (rupa) propria (sva)
vrttisārūpyam itaratra [YS II.4]
altrimenti, prenderà la forma delle vrtti.
Ecco come lo yoga sul tappetino può portarci a quel punto di rottura in cui capiamo che non siamo la forma che abbiamo assunto, non siamo il ruolo che ci siamo attribuiti, non siamo quello che crediamo di essere! E qui invito a leggere bene il bugiardino, perché questa medicina può avere effetti collaterali, anche gravi. Nel momento in cui, infatti, scopriamo che non siamo quello che finora ci eravamo raccontati di essere, potrebbero subentrare sintomi destabilizzanti, come capogiri, vertigini, labirintite, nausea. In senso metaforico, questo è quello che avviene quando il nostro senso di identità è fortemente radicato. Quando comincia a scricchiolare, la sensazione è quella dello smarrimento dato dalla perdita di punti di riferimento. Allora il disorientamento può essere così forte che forse sceglieremo di stare dove siamo. In fondo, restare nel disagio, che, ricordiamolo, è inevitabile per tutti (duhkham eva sarvam), può essere più rassicurante che avventurarsi verso l’ignoto.
Che cosa significa “guarire”
Capisco che la prognosi del farmaco yoga possa non suscitare grande interesse: al giorno d’oggi, non è allettante porsi l’obiettivo di raggiungere uno stato in cui vi è praticamente l’annullamento di tutto quello che viene considerato meritevole di essere perseguito (agio economico fino al superfluo, prestigio, affermazione di sé). A che pro, perdere i punti di riferimento che danno una, seppur effimera, stabilità?
Io non ho una risposta: ognuno decide di vivere come vuole, trovando un equilibrio nel punto in cui il senso di inautenticità scricchiola meno o provoca meno fatica rispetto al dare spazio al Vero. Ognuno si posiziona dove crede di sentirsi stabile e comodo (sthirasukha āsana). Eppure…
«Il meglio che posso dire è che l’ “io” era improvvisamente scomparso, rimpiazzato dalla certezza di essere l’intero cosmo. […] Era come se fino a quel momento la mia coscienza fosse stata confinata, simile a un canarino nella gabbia, e la falsa sensazione di essere un individuo pensante separato e isolato fosse svanita. […] C’era un’unica entità, vivente e imperitura.»3
Non sono i vaneggiamenti di qualcuno soggetto a sostanze psicotrope, bensì la testimonianza che fa seguito a un momento di contemplazione pura sperimentato da un astronomo il quale, insieme a uno scienziato, ha avanzato la tesi secondo cui la coscienza è all’origine della realtà materiale in quello che chiamiamo universo e non viceversa, come si è cercato invano di dimostrare finora.
Se solo sapessimo che i nostri malanni derivano dalla costruzione del senso di identità che ci fa vivere come esseri “separati”: se solo avessimo il coraggio di lasciar andare gli ancoraggi e accettare la sfida di… svanire! Lo dico con paura e con riverenza per quel medicinale chiamato yoga. So per esperienza che può essere molto faticoso avventurarsi per questa strada, ma… se solo…
NOTE
1 La traduzione degli Yogasūtra di Patañjali (di seguito nel testo: YS) a cui mi sono riferita è di Federico Squarcini, Einaudi (2015)
2 Il samādhi può essere definito come “una singolare condizione di «presenza», in cui la mediazione delle consuete risposte agli stimoli viene meno.” Uno stato di raccoglimento in cui vi è “coincidenza tra esterocezione e interocezione.”, AAVV, Le parole dello yoga. Un glossario, RCS (2021).
3 Robert Lanza e Bob Berman, Biocentrismo. L’universo, la coscienza. La nuova teoria del tutto, 2021, cit. in Claudia Fanti, A casa nel cosmo. Per una nuova alleanza tra spiritualità e scienza, Gabrielli Editori (2025). Vd. anche Federico Faggin, Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura, Mondadori (2023) ; Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono, Mondadori (2024).

