
Photo by Sunil Poudel: https://www.pexels.com/photo/aerial-photography-of-a-sea-of-clouds-2963907/
Per tanti anni, la mia vita scorreva sempre uguale: stessi impegni; stesse ricorrenze; stessi rompicapo. Apparentemente la scena mutava, cambiavano le persone coinvolte, il tipo di faccenda da sbrigare, ma “sostanzialmente” le circostanze erano identiche, la natura delle circostanze non mutava. All’epoca, non vedevo la realtà in questo modo. Mi sembrava di essere alle prese con situazioni mutevoli, che io, al centro, cercavo di gestire. La ripetitività degli schemi che, invece, si manifestavano nella mia vita è emersa in un secondo momento e ora, se guardo indietro, la posso vedere con chiarezza. È come se la mia vita fosse “immobile”, o meglio, che io fossi immobile al centro della mia vita. Esatto io, perché in realtà la Vita scorre incessantemente e nulla resta uguale a se stesso.
Quando ho cominciato a praticare hatha yoga, la rigidità a livello muscolare si è fatta evidente. Sciogliere quella rigidità è stato come spogliarsi di una corazza, quella che avevo indossato appunto per proteggermi dall’ineluttabilità del cambiamento costante. Cercavo di dare stabilità al folle turbinio che mi circondava. Illusoriamente, miravo a creare un ordine laddove sembrava impossibile trovarlo. Man mano che la rigidità muscolare si attenuava, la corazza ha cominciato a scricchiolare. Fessure si sono aperte gradualmente sul piano mentale, lasciandomi intravedere spiragli di realtà alternativa. Inizialmente, la visione non ancora chiara ha creato un senso di smarrimento. Stavo perdendo i consueti punti di riferimento, quelli che, credevo, mi dessero sicurezza.
Prendendo gli āsana sul tappetino, impari che si tratta non solo di rilassare i muscoli che non serve tenere attivi, ma anche di dare forza a quelli necessari per mantenere la posizione. Metaforicamente ciò comporta lasciar andare gli appigli a cui ci aggrappiamo, che, invece di darci stabilità, creano rigidità fermando il “flusso”, e sviluppare nello stesso tempo la forza necessaria per cavalcare quel flusso.
Così, a un certo punto, ho capito che in realtà mi ero iscritta a un corso di surf ! Le onde del mare, si sa, non sono mai uguali a se stesse: ogni onda ha la sua estensione, la sua durata. Tra un’onda e l’altra ci sono delle pause che, a loro volta, non sono mai identiche. Ecco, lo yoga mi ha insegnato a surfare in mare aperto. Non è stato facile abbandonare le prese che mi tenevano legata alla terraferma e allontanarmi dalla riva. Quando ho accettato di lasciare l’ancoraggio, dopo poco, una tempesta si è abbattuta su di me. Il mare mi ha portato alla deriva e io ho cominciato ad annaspare. Credevo di saper nuotare – da piccola avevo fatto diversi corsi in piscina – ma ora era diverso. A un certo punto, quando proprio stavo per affogare, ho “capito” (non chiedetemi come, ma c’entrava con gli āsana e il prānāyāma imparati a lezione di yoga) che se mi lasciavo andare alla corrente, invece di affogare sarei rimasta a galla. Accettare di lasciarsi andare alla corrente equivale a dire accettare di morire. In quei momenti (ce n’è stato più di uno, proprio come onde), ho veramente pensato che non ce l’avrei fatta. In fondo, è stato come morire: ogni volta, dopo aver accolto l’onda che sembrava volermi sopraffare, ho scoperto, con stupore, che rimanevo a galla. E poi ho sentito che una nuova energia aveva cominciato a sostenermi. Ho provato un po’ la stessa sensazione che provavo sul tappetino quando prendevo matsyasana. Infatti, mi sono sempre chiesta in che modo quella fosse la posizione del pesce. I pesci, in realtà, stanno sott’acqua, non galleggiano in superficie! A questo proposito, trovo illuminante che nell’Ananda Yoga – lo stile di hatha yoga insegnato da Swami Kriyananda, discepolo diretto di Yogananda – l’affermazione corrispondente a matsyasana sia “La mia anima fluttua su onde di luce cosmica”.

È passato un po’ di tempo da quel periodo e la tempesta burrascosa si è placata. La corrente, però, non mi ha riportato a riva. A un certo punto, è vero, ho avuto la tentazione di tornare indietro e riappoggiarmi ai consueti punti di riferimento. Dentro di me, tuttavia, una sorta di voce mi diceva che quella non era più la strada giusta. Così, sono rimasta in mezzo al mare, non tanto in balia delle onde, quanto su un nuovo vascello che si stava “formando” per aiutarmi a navigare. Adesso che la vita ha ricominciato a scorrere con un ritmo un po’ più calmo, mi rendo conto che ogni giorno non è mai uguale al precedente: paesaggi nuovi si aprono all’orizzonte di continuo, incontri inaspettati danno senso al momento presente. La consapevolezza che la vita serba di continuo sorprese e possa aprirci scenari favolosi si fa strada di continuo dentro di me. A guardare bene, mi accorgo che molti di quegli scenari, li avevo immaginati e desiderati sin da piccola. Poi ho smesso di crederci e mi sono ingabbiata in un mondo fatto di sicurezze illusorie, che hanno finito per seppellire i miei sogni più autentici in fondo al mare. Credo che in quel periodo di tempesta, in uno dei momenti di immersione al limite dell’affogamento, io sia andata a ripescare quelle scintille. Ora è incredibile (nel senso che a dirlo faccio fatica a crederci io stessa) vederle lì davanti a me che si stanno materializzando, come terre promesse in avvicinamento dalla prua, come le forme che assumono le nuvole quando guardi il cielo con occhi da bambino…
Yoga: dogma o libertà
Ecco! Questo fa lo yoga, con le sue tecniche che apparentemente lavorano sugli aspetti più grossolani del nostro organismo: mette in contatto con la Fonte inesauribile di creatività della Vita. Allora la pratica, che è fatta di tecniche precise e di disciplina, conduce a uno stato di libertà. Razionalmente, non è facile spiegare e non è facile comprendere. È proprio sul crinale tra costrizione e libertà, tra ripetitività e creatività che si gioca la partita della Vita, se la vuoi accogliere.
Navigare in mare aperto e aprirsi al flusso non significa andare allo sbaraglio. Se hai saputo far propri gli insegnamenti dello yoga, potrai sfruttare le correnti per procedere nel modo “giusto”. Si tratta di un’altra modalità di procedere rispetto a quanto forse hai fatto fino a poco tempo prima e rispetto a quanto tutti intorno a te fanno. Non è facile spiegare e non è facile comprendere. Ci provo con le parole di un biologo che nel suo libro “Meditare con gli animali” riesce, a mio parere, a cogliere bene nel segno.
«… all’inizio c’è il mistero di questa scena in cui siamo immersi, di un guizzo tra riflessi di onde, di un sobbalzo nel cuore. A volte, gli schemi che abbiamo costruito per sopravvivere – ma anche per resistere alla pressione del mistero – si inceppano e si apre una percezione del tutto spontanea: come fissare in totale attenzione l’oceano, il cielo e perdersi in essi, immersi come pesci. Un perdersi che è un ritrovarsi. […] Se ci immergiamo in questo oceano, se lasciamo che il blu e il verde delle alghe ci avvolgano e ci mescolino, intuiamo che l’esperienza oceanica è vitale, ma non solida. È più una composizione di interferenze. È un’esperienza che siamo, anche se non è davvero nostra, forse è lei che ci possiede con lunghe dita azzurre e dorate. » 1
Parole che toccano nel profondo ed evocano la bellezza di un’esperienza che può solo essere vissuta, piuttosto che capita razionalmente. Lo yoga c’entra con tutto questo perché ci porta nella condizione di sperimentare tale modalità dell’Essere. Una modalità caratterizzata da creatività e libertà, che, in fondo, sono sinonimi. In tale modalità non c’è spazio per i dogmi, a meno che uno voglia proteggersi dal brivido che dona l’affidarsi alla forza sapiente e benefica della Vita. I dogmi non hanno ragion d’essere perché la Verità non è preconfezionata. Essa si svela nella sua integrità proprio nella mutevolezza delle forme che la vita assume.
BIBLIOGRAFIA
1 Roberto Ferrari, Meditare con gli animali. 8 esercizi di mindfulness nella natura, Editori Laterza (2025)

