
Da Wikipedia:
L’espressione δόγμα ποιεῖσθαι, dógma poieisthai significa: deliberare, emettere un decreto, usato anche nei decreti imperiali. È a questa espressione che bisogna riferirsi quando si parla di “dogma della Chiesa”. Si tratta di un pronunciamento del Papa o di un Concilio in unione con il Papa, per definire espressamente una verità di fede, talvolta oggetto di precedente discussione.
Nel Cristianesimo e nell’Islam per dogma si intende una rivelazione divina, che, per sua natura, diviene una verità incontrovertibile. Nella filosofia indiana, soprattutto nelle scuole Vedānta e Mīmāṃsā, per indicare testi e insegnamenti rivelati dalla divinità si parla, invece di “apauruṣeya”, che letteralmente significa “di origine non umana” e ciò che è Apauruṣeya è Svataḥpramāṇa, “autoevidente” o Īśvarapraṇīta, “dato dal Signore”. I Veda, ad esempio, sono Svataḥpramāṇa, e ciò che dai Veda proviene, come i Purāṇa, o il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa, è considerato comunque frutto del “respiro divino”, nel senso che sono testi tramandati da saggi e veggenti ispirati dalla divinità, per cui, per un devoto, gli insegnamenti della Bhagavadgītā, per fare un esempio, possono essere “interpretati”, ma mai discussi, sono cioè dei dogmi, al pari della sempiterna verginità di Maria madre di Dio1 o della transustanziazione2.
Per ciò che riguarda lo Yoga il discorso è complesso, perché la parola assume significati diversi a seconda delle varie scuole di pensiero. Cominciamo con il dire che la parola Yoga deriva dalla radice verbale “yuj” che, secondo il Pāṇini Dhātupāṭha ha tre diverse valenze:
- Yuj saṃyamane, dove “saṃyama” è inteso come il «processo “onnicomprensivo” di assorbimento psicologico nell’oggetto di meditazione che genera “prajñā”»;
- Yuj samādhau, dove “samādhi” indica la meditazione profonda o i vari stadi della meditazione;
- Yuj yoge, dove “yoga” viene inteso come “unire”, “aggiogare”, “imbrigliare i cavalli.
Nel contesto dello Yoga Sūtra di Patañjali, soprattutto del primo libro, la radice “yuj samādhau” (concentrarsi) è considerata dai commentatori tradizionali come l’etimologia corretta. In astronomia (Jyotiṣa) indica una “congiunzione di pianeti” o altri asterismi; in Manusmṛti (Vedi Manubhāṣya, 8.165), significa “trucco”, “inganno”, “frode”; nel Tantra, significa “metodo” ed indica, ad esempio le modalità della pratica di “unione del Sole e della Luna” del “Maṇḍalārcana (o “Gurumaṇḍalārcana”).
Indubbiamente in ambito Bhakta, devozionale, la parola Yoga sarà collegata a pratiche di adorazione che implicano l’esercizio della fede, e, addirittura tutto ciò che dirà il Guru, inteso come incarnazione della divinità, potrà essere considerato un dogma, una verità indiscutibile, ma se ci limitiamo allo Yoga classico rappresentato, secondo noi, dallo Yoga Sūtra di Patañjali con il commento tradizionale di Vyāsa, vedremo che il filo conduttore che lega tutti i versetti è la ricerca della libertà, e, nell’ambito questa ricerca, i dogmi intesi come insegnamenti provenienti da libri sacri o maestri “illuminati”, hanno un ruolo secondario. Si legge ad esempio, nel commento di Vyāsa a Yoga Sūtra 1.353:
Per ciò che riguarda le cose conosciute (“avagata”) tramite le scritture (“śāstra”), l’inferenza (“anumāna”) o l’insegnamento di un maestro (“ācārya-upadeśa”), sebbene siano da considerare indubbiamente vere (“arthatattva”, “reale verità”), fin quando non vengono sperimentate direttamente tramite i sensi, rimangono come se non fossero affatto conosciute. Queste ultime quindi, senza esperienza diretta non portano alla stabilità della mente necessaria per la conoscenza di questioni così sottili come lo stato di Liberazione; pertanto, un qualsiasi insegnamento derivante dalle scritture, dall’inferenza o dalla parola di un maestro, per essere considerato autentico deve essere confermato dall’esperienza diretta.
Quindi, a quanto pare di capire, nello Yoga di Vyāsa e di Patañjali, non ci sono dogmi, ma, a ben guardare, non c’è neppure la libertà come la intendiamo noi; non si parla cioè di metodi per conquistare la libertà dell’individuo da leggi, usi e costumi. Il fine ultimo dello Yoga è infatti la condizione detta Kaivalya che potremmo tradurre con “solitudine trascendentale”. Non si tratta di una presa di una realizzazione dell’individuo, ma del riconoscimento della vera natura del Puruṣa, inteso come pura coscienza. Si legge nel versetto 2.6 e nel relativo commento:
Asmitā è, per così dire, l’identificazione del potere del “Veggente” [il Puruṣa] con il potere della visione [Buddhi] ||2.6||
Il “potere del Veggente” è Puruṣa, il “potere della visione” è Buddhi (puruṣo dṛkśaktirbuddhirdarśanaśaktir); la loro apparente identità è definita “asmitā kleśa, l’afflizione dell’egoismo. L’esperienza sensoriale – il “godimento della manifestazione” – ha luogo quando il potere del Veggente [ovvero la coscienza] e il potere della visione [la funzione della percezione], nonostante siano completamente diversi, appaiono quali fossero, per così dire, identici. Quando invece si comprende la loro vera natura si realizza la condizione detta Kaivalya, la “solitudine trascendentale”. Come potrebbe esserci in quel caso l’esperienza sensoriale?
Il concetto di “solitudine trascendentale” non è certo di immediata comprensione, ma ciò dipende soprattutto dalla difficoltà che proviamo nell’accettare la non esistenza oggettiva o, per meglio dire, l’esistenza temporanea della coscienza individuale.
Lo Yoga di Patañjali, così come l’insegnamento delle “Quattro Nobili Verità” di Buddha, si fonda sulla teoria della medicina indiana; si legge nel commento al versetto 2.15:
Per coloro che discriminano tutto è dolore a causa delle sofferenze causate dai cambiamenti, dall’ansia e dai Saṃskāra, nonchè dai conflitti insiti nel funzionamento dei Guṇa ||2.15||
Proprio come la scienza della medicina (“cikitsā-śāstra”) che ha quattro diversi aspetti (“caturvyūha”), ovvero: malattia, causa della malattia, assenza di malattia e strumento di guarigione (“rogo rogahetur-ārogyaṃ bhaiṣajyamiti”); anche questa scienza ha quattro aspetti, ovvero: saṃsāra, causa del saṃsāra, liberazione (“mokṣa”) e metodo per la liberazione (“mokṣopāya”).
Cosa significa?
Significa che l’essere umano è condannato alla sofferenza a causa delle “cinque afflizioni” ovvero l’ignoranza, il senso dell’io, l’ossessione per il piacere, l’ossessione per il dolore e l’amore per la vita (ovvero la paura della morte), e questo è per così dire, la malattia.
Queste afflizioni nascono dall’identificazione della Coscienza pura (il Puruṣa) con la Buddhi che rappresenta la “percezione della manifestazione”, e questa identificazione è la causa della malattia.
La “liberazione” (“mokṣa”), è il riconoscimento della separazione tra pura coscienza e natura o meglio tra il “Veggente” e la manifestazione.
I mezzi per la guarigione sono, infine i “metodi dello yoga” descritti nei primi tre libri di Patañjali.
Alla fine del viaggio dello Yoga tutto è cambiato e tutto rimane come prima, nel senso che il “mondo”, la “manifestazione” restano tali e quali, realtà “fisiche” mosse dal vario movimento delle energie mentre il “Veggente” (Puruṣa) “risiede nella sua vera natura”, dalla quale in realtà non si era mai allontanato.
Ciò che cambia veramente, per il singolo praticante, è la realizzazione della libertà dal dolore, una realizzazione della quale però non può essere conscio, perchè la sua funzioni mentali, percettive e sensoriali sono riassorbite dalla natura di cui sempre hanno fatto parte.
L’unica libertà vera che promette lo Yoga di Patañjali è quindi quella di essere ciò che si è sempre stati; è come quando si riaccendono le luci nella sala del cinema: musiche, personaggi, storie tristi o avventurose scompaiono e rimane nient’altro che uno schermo bianco; noi e lo schermo bianco.
NOTE
1 Il concilio di Costantinopoli, nel 553, sancì la perpetua verginità di Maria: prima, durante e dopo il parto di Gesù Cristo. Quando i Vangeli parlano di “fratelli e sorelle di Gesù”, si tratta di parenti prossimi.
2 La Transustanziazione è la conversione di tutta la sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, al momento della consacrazione. La transustanziazione divenne dogma nel 1215, nel IV concilio Laterano, e fu confermata dal concilio di Trento, quando la Chiesa cattolica, in seguito alla riforma protestante, stabilì i confini dell’ortodossia.
3 Oppure la stabilità della mente può essere prodotta dalle percezioni “supernormali” che insorgono nelle pratiche di concentrazione ||1.35||

