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Tempo di lettura:4 minuti, 49 secondi

Negli ultimi anni lo yoga ha attraversato una trasformazione profonda.
Da pratica intima, spesso trasmessa in contesti ristretti, è diventato un fenomeno globale, accessibile, diffuso, condiviso.
Oggi possiamo praticare ovunque: in uno studio, a casa, online. Possiamo scegliere tra stili diversi, insegnanti diversi, approcci diversi.

Eppure, proprio dentro questa apparente libertà, emerge una domanda meno scontata di quanto sembri: lo yoga che stiamo vivendo è davvero uno spazio di libertà, o sta diventando – in modo più sottile – un nuovo sistema di regole?

La forma: quando la guida diventa standard

Ogni pratica ha bisogno di una struttura, di un “contenitore”. Di indicazioni che permettano di orientarsi. Ed è proprio grazie a questo che iniziamo, che impariamo, che costruiamo una base.

  • Ma cosa accade quando quella struttura smette di essere un supporto e diventa un parametro rigido?
  • Quando iniziamo a pensare che esista un modo “giusto” di praticare un asana?
  • Che il respiro debba avere un ritmo preciso?
  • Che una pratica possa ritenersi valida solo se rispetta determinati criteri (lunghezza, intensità, struttura, ecc.)?

A quel punto, spesso senza accorgercene, qualcosa si sposta. Non siamo più dentro un’esperienza: entriamo in un terreno di confronto. Confronto con un modello, con un’immagine, a volte anche con noi stessi.

  • Quante volte, durante una pratica, ci chiediamo se stiamo facendo “abbastanza bene”?
  • Quante volte correggiamo il corpo invece di ascoltarlo?
  • Quante volte cerchiamo di avvicinarci a una forma… invece di partire da ciò che sentiamo davvero, da ciò che emerge nel momento?

Il corpo: spazio di ascolto o oggetto da correggere?

Il corpo, nello yoga, è spesso il primo punto di accesso. Perché è concreto, visibile, immediato.
Ma è anche il luogo in cui il rischio di “dogmatizzare la pratica” diventa più evidente.

Ricerca di allineamenti “perfetti”, posture codificate, sequenze che si ripetono rigidamente.

Tutto questo può essere utile, soprattutto in alcuni momenti, in alcune fasi del percorso yogico di ciascun praticante.
Ma può anche trasformarsi in una lente attraverso cui iniziamo a osservarci per modellarci a una struttura schematica.

E allora il corpo smette di essere uno spazio di esperienza, e diventa qualcosa da aggiustare, migliorare, controllare. Un corpo da rendere più performante, più flessibile, più forte, più “centrato”, più “giusto”.

  • Ma cosa succede se, per un momento, smettiamo di correggere?
  • Se invece di chiederci “è giusto?”, iniziamo a chiederci “cosa sto sentendo?”
  • E se il corpo non fosse un progetto da ottimizzare… ma un luogo da abitare?

La pratica: esperienza o prestazione silenziosa?

Anche quando lo yoga si allontana dall’idea di performance esplicita, può mantenere una forma più sottile di prestazione.

Una pratica “profonda”. Una mente “calma”. Una presenza “costante”.
Aspettative che non vengono sempre dichiarate, ma che si insinuano.

E allora può capitare di uscire da una pratica con la sensazione di non aver fatto abbastanza “bene”. Ci confrontiamo: “…questa volta non sono entrata abbastanza in profondità…
oppure “…l’ultima pratica è andata meglio, questa volta no…

Ci valutiamo, e ci sembra di non essere stati abbastanza presenti. Abbastanza centrati.
Abbastanza “in linea” con ciò che lo yoga dovrebbe essere.

Ma chi definisce questo “abbastanza”? E cosa stiamo cercando davvero, quando pratichiamo?

Se la pratica diventa un altro spazio in cui dimostrare qualcosa – anche solo a noi stessi – non rischia di perdere proprio quella qualità di libertà che dovrebbe custodire?

La tradizione: radice o vincolo?

Parlare di libertà nello yoga non significa negare la tradizione.

Gli insegnamenti, i testi, le pratiche tramandate nel tempo sono ciò che ha permesso allo yoga di arrivare fino a noi. Sono le radici.

Ma anche le radici, se non c’è spazio per crescere, possono diventare vincoli, possono soffocare.

Rispettare la tradizione non significa replicarla in modo rigido.
Significa comprenderne il senso. Attraversarla. Lasciarla dialogare con il presente.

Studiare, approfondire, “imparare a memoria il libro, il dogma” (per così dire)… e poi lasciarlo andare.

Proviamo a chiederci:

  • La mia pratica è viva… o sta cercando di aderire a qualcosa che sento distante?
  • Quello che faccio sul tappetino nasce da un ascolto, o da un’idea di come dovrebbe essere?

Libertà: una responsabilità sottile

La libertà, nello yoga, non è assenza di direzione. Non è fare “qualsiasi cosa”. È qualcosa di più sottile.

È la capacità di restare in ascolto, anche quando sarebbe più facile eseguire automaticamente, staccandosi dal qui e ora.
È la disponibilità a sentire nel profondo, abitare il proprio corpo, modificare, adattare, lasciare andare.

È scegliere, momento dopo momento, di non forzarsi dentro una forma che non ci appartiene.

Ma questa libertà richiede presenza, ascolto autentico, onestà e responsabilità.
Perché è molto più semplice aderire a un modello, piuttosto che fermarsi davvero a sentire.

Una pratica che ti somiglia

Forse, allora, la domanda “Yoga: libertà o dogma?” non ha una risposta unica.

Forse dipende da come scegliamo di vivere lo yoga. Dallo spazio che ci concediamo.
Dall’ascolto che siamo disposti ad accogliere.
Dalla distanza – o vicinanza – tra ciò che facciamo e ciò che siamo.

Lo yoga può essere entrambe le cose:

  • può essere una sequenza da eseguire, oppure un’esperienza da attraversare.
  • può essere un insieme di regole, o un ritorno, ogni volta diverso, a sé stessi.

E allora, forse, la domanda più onesta da portare con sé non è teorica. È profondamente pratica: quando siamo sul tappetino — o nella vita, fuori dal tappetino — quanto ci sentiamo liberi di essere autenticamente noi stessi?
Oppure stiamo cercando, ancora una volta, di essere all’altezza di qualcosa?

Lo yoga, nella sua essenza, non chiede perfezione. Non chiede adesione. Non chiede di diventare altro da noi. Chiede presenza.

E ogni volta che torniamo al respiro, ogni volta che scegliamo di ascoltare invece di correggere, ogni volta che ci concediamo di essere esattamente dove siamo, così come siamo, sospendendo giudizi, etichette e aspettative, lasciamo andare il dogma.
E pratichiamo libertà.

Antonella Capizzi

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