0 0
Tempo di lettura:5 minuti, 24 secondi

Credo che abbiamo tutti l’impressione che il mondo vada sempre più in fretta, che ogni giorno ci arrivino stimoli, proposte, idee nuove (o forse solo riciclate e rivestite di una patina di novità). È difficile stare dietro a un’accelerazione continua, a una sovrapproduzione di discorsi, strumenti, metodi. Il mondo dello yoga non è affatto immune da questo fenomeno: fatico ormai a orientarmi tra le etichette che si aggiungono prima o dopo la parola “yoga”, così come tra manuali, quaderni, corsi, supporti didattici che promettono di rendere la pratica più completa, più consapevole, più efficace, più autentica, più…
Naturalmente nulla è immutabile: come tutto, anche le pratiche si trasformano, e ciò che si modifica non muore.

Negli ultimi anni il journaling si è diffuso in molti ambiti, anche nello yoga: scrivere prima di una lezione (e soprattutto dopo, talvolta persino durante – come mi è capitato di ascoltare in un corso online), annotare sensazioni, emozioni, intuizioni e quant’altro viene presentato come un gesto capace di accompagnare e “integrare” il lavoro sul tappetino. Questo articolo non intende offrire una mappatura esaustiva del fenomeno né una recensione sistematica dei numerosi libri, corsi e quaderni oggi disponibili in Italia, in Francia o nei paesi anglofoni. Un simile lavoro richiederebbe un’indagine di altro tipo. L’intento è piuttosto interrogare il modo in cui il journaling viene comunemente suggerito e giustificato.

Scorrendo materiali di provenienza diversa — siti di yoga, piattaforme di benessere, articoli divulgativi di ambito psicologico, risorse istituzionali in ambito medico o terapeutico — emerge una sorprendente omogeneità: il journaling è descritto come una pratica di scrittura personale, priva di rischi, adatta a tutti, intrinsecamente benefica. Scrivere come un atto “gentile”, un modo per ascoltarsi, esprimersi, dare voce a ciò che può emergere. Che la scrittura accompagni da sempre molte forme di lavoro su di sé è ormai un dato acquisito. La questione, per me, è un’altra: che cosa accade alla pratica quando viene tradotta in scrittura? Quale idea di esperienza, di soggetto e di conoscenza viene implicitamente assunta quando la scrittura è proposta come uno strumento privilegiato?

Scrivere non è un gesto neutro. Ogni scrittura seleziona, ordina, mette in forma, trasformando un processo in un oggetto. Quando l’esperienza della pratica viene affidata alle parole, non viene semplicemente registrata, ma riorganizzata secondo una certa grammatica, spesso psicologica e identitaria. Fino a qui tutto bene, a patto di non assimilare l’osservazione alla narrazione, la chiarezza al commento su di sé.

Nelle fonti contemporanee, il journaling è presentato anche come uno strumento di chiarificazione dell’esperienza. Scrivere serve a “dare un nome” alle emozioni, a comprendere ciò che si è vissuto, a riconoscere progressi, a sostenere la motivazione, a definire obiettivi o intenzioni. Se si vuole però pensare la scrittura come pratica “yogica”, occorre allora partire da una domanda preliminare: perché scrivere la pratica? Perché questa esigenza di fissare, tradurre, commentare ciò che accade? Il presupposto implicito sembra essere che l’esperienza, lasciata a se stessa, non basti; che senza una rielaborazione verbale rischi di andare perduta. Scrivere diventa una garanzia contro la dispersione, contro il silenzio, contro ciò che non si lascia immediatamente afferrare.

Mi chiedo se l’esperienza, per essere pienamente tale, debba davvero essere dicibile, leggibile, integrabile in una narrazione coerente. È vero che siamo occidentali, forse è “naturale” che il Sé implicito in queste proposte sia un Sé psicologico, riflessivo, autobiografico: un soggetto che si conosce narrandosi e che pratica per comprendere meglio se stesso. Come integrare però coerentemente una delle idee centrali dello yoga, secondo la quale il silenzio non è assenza di significato, ma sospensione della narrazione egoica?

In molte proposte di journaling ciò che mi genera maggiore perplessità è soprattutto il grado di guida imposto alla scrittura. Molti “diari” non si limitano a invitare a scrivere (in quel caso, basterebbe che ognuno si comprasse un quadernino), ma indicano come farlo, quando farlo, che cosa osservare, a quali domande rispondere. Talvolta la guida è talmente dettagliata da trasformare la scrittura in un esercizio eterodiretto. Una modalità di questo tipo presuppone un praticante che non sappia cosa osservare, che non sia in grado di sostenere l’indeterminatezza, che abbia bisogno di essere accompagnato passo dopo passo. Sicuramente non è intenzionale, ma l’eccesso di guida tradisce una sorta di sfiducia nell’autonomia del soggetto.
Particolarmente insidiosa poi mi sembra la tendenza a monitorare i “progressi” fisici: segnare quanto un asana sia diventato accessibile sposta l’attenzione dall’osservatore al corpo-oggetto, riportando la pratica in un orizzonte di performance e di attesa di risultati che lo yoga mirerebbe a superare. D’altra parte, questo è un po’ in accordo con il numero sempre crescente di video e foto di noi stessi sui social mentre pratichiamo.

Anche gli elementi apparentemente più innocui — disegni da fare, mandala da colorare — che funzione svolgono precisamente? A volte danno l’impressione di rispondere a un horror vacui: riempiamo tutto il vuoto, occupiamo ogni silenzio. L’attività è sempre sinonimo di attenzione? Non sempre l’esitazione, l’opacità, il non-sapere devono essere sostituiti da gesti rassicuranti. Perché in questo modo ho l’impressione che la scrittura, invece di rendere la pratica più esigente, la rende più accessibile, più consumabile.

Questa impostazione si inserisce in una tendenza più ampia, oggi raramente messa in discussione: l’idea che ogni pratica debba “fare bene”. Al corpo, alla mente, all’equilibrio emotivo. Tutto deve essere utile, terapeutico, possibilmente rapido ed efficace. Anche lo yoga viene sempre più spesso presentato in questi termini. Ma – domanda retorica– siamo sicuri che lo yoga nasca per farci “stare meglio”? Nei testi classici non troviamo una promessa di benessere, né una pedagogia del confort. Il miglioramento del benessere può essere un effetto collaterale, non lo scopo.

Certo, non sono solo i testi classici a definire lo yoga, per lo meno quello moderno, occidentale. Lungi da me considerare sbagliato il diario della pratica o pensare che debba essere rifiutato in nome di una presunta fedeltà all’origine. L’idea stessa di un’autenticità originaria dello yoga, intatta e recuperabile, è fragile e spesso ideologica. Le pratiche cambiano perché cambiano i contesti, i corpi, le forme di trasmissione. Ciò non toglie tuttavia che sia corretto e necessario interrogare gli strumenti che introduciamo, e gli effetti che producono.

La differenza, forse, non sta nella scrittura, ma nell’esigenza che le imponiamo. Scrivere non è praticare. E può accompagnare la pratica solo se non la semplifica, se non riempie ogni spazio, se non pretende dire tutto.

Manuela Derosas

Condividi l'articolo su:
Pin Share

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi