
Ovvero come la pratica dello yoga trasforma il dogma in libertà.
Ci sono momenti in cui capisco che la pratica dello yoga ha davvero fatto il suo lavoro. Di solito non succede sul tappetino, succede nella vita quotidiana. In questo numero del magazine si parla di yoga fra libertà o dogma. Nella mia esperienza, queste due dimensioni non sono in opposizione: lo yoga è sicuramente un insieme di principi da seguire, ma ci conduce verso la libertà. Ed è proprio nella vita quotidiana che la pratica rivela il suo significato più autentico di liberazione.
Nello yoga esiste una struttura. Ci sono indicazioni, principi, forme. A volte possono sembrare rigide, soprattutto se osservate dall’esterno. Ma nella pratica diventano un riferimento. Non qualcosa che limita, ma qualcosa che orienta. È come una mappa. Non è la meta, ma permette di non perdersi. Ed è seguendo la mappa che scopriamo il nostro cammino e raggiungiamo la nostra destinazione.
A settembre mi sono rotta il polso. Un incidente banale, ma per me, che lavoro con il corpo, immediatamente carico di conseguenze.
Ricordo il braccio fermo, immobilizzato, e la sensazione molto concreta di non poter usare il corpo come avevo sempre fatto. E insieme a questo, un altro pensiero. Non era la prima volta. Anzi, mi succedeva poco meno di due anni dopo un incidente, e il mio corpo non era ancora del tutto tornato come prima. Come se qualcosa si interrompesse di nuovo, prima di essersi davvero ricomposto.
Il primo pensiero è arrivato dritto allo stomaco: “E adesso come faccio? Come faccio ad andare avanti? Come mi mantengo? Come pago le spese se non posso lavorare?”
Era una domanda piena di paura.
Una domanda chiusa, che non cercava davvero una risposta. Rimaneva nella mente, e mi stringeva il cuore come in una morsa. Quel primo pensiero non nasce dal nulla.
Porta con sé esperienze, abitudini mentali, paure. In pochi istanti, la mente costruisce una visione della realtà che sembra assoluta, ma che in realtà è solo una delle possibili letture. E più restiamo dentro a quella interpretazione, più quella visione si rafforza. È come se tutto il resto sparisse.
Poco dopo però, nello spazio del cuore, è emersa un’altra domanda: “Cosa posso fare?”
Non è stato un ragionamento. Non è stato uno sforzo per pensare positivo. È stato più come un piccolo spostamento interno. Piccolo, ma decisivo.
La situazione non era cambiata. Il polso sinistro era rotto. Il lavoro, per almeno un mese, era fermo. Le mie allieve, che erano felici come me di riprendere dopo la pausa estiva, hanno dovuto aspettare. Ma dentro di me qualcosa era cambiato. Da quella apertura ho iniziato a scrivere. Era un’idea che coltivavo da tempo: portare la filosofia dello yoga fuori da un contesto teorico e
vederla vivere nella quotidianità, anche perché a lezione non c’è il tempo di trattarla in modo sistematico.
Avevo pensato anche a un corso online sugli Yoga Sūtra. Gli Yoga Sūtra di Patañjali sono un testo antico e molto essenziale, composto da brevi aforismi che descrivono il funzionamento della mente e il percorso dello yoga. Non sono pensati come teoria da studiare, ma come una guida da sperimentare.Non tutto si è realizzato come immaginavo. Ma ho continuato a scrivere e, a marzo, ho pubblicato il mio libro La bussola dello yoga – Gli Yoga Sūtra di Patañjali nella vita quotidiana: filosofia e pratica di un cammino interiore. È uno spazio protetto, limitato nel tempo, in cui queste condizioni sono più facili: il corpo è impegnato nell’asana, il respiro accompagna il movimento, l’attenzione è guidata.
Distrarsi è sempre possibile, ma meno automatico. In quel contesto ci alleniamo. E poi, nella vita quotidiana, può emergere quello spazio.
Non perché lo decidiamo in quel momento, ma perché è già stato praticato.
Succede anche in situazioni molto più semplici. Una parola detta da qualcuno, un’attesa, un imprevisto. La prima reazione è spesso automatica: interpretare, reagire, chiudersi.
Ma poi ci rendiamo conto di quel piccolo spazio. Un istante in cui è possibile non agire in base alla prima reazione. È lì che la pratica diventa concreta, è un cambiamento sottile. Non riguarda quello che succede fuori, ma il modo in cui lo attraversiamo.
La libertà di cui parla lo yoga non è fare ciò che vogliamo. Non è assenza di limiti, né controllo totale su ciò che accade. È più la possibilità di non essere completamente determinati dal primo impulso, dal primo pensiero, dalla prima reazione. Negli Yoga Sūtra si parla anche di smṛti, la memoria. Non solo come ricordo consapevole, ma come insieme di tracce che restano e influenzano il modo in cui vediamo ciò che accade. Quando reagiamo in modo automatico, spesso stiamo rispondendo a queste tracce, più che alla situazione presente.
La pratica, creando spazio, non cancella la memoria, ma ne allenta la presa. E in quello spazio diventa possibile vedere in modo leggermente diverso. Non una sola interpretazione, ma più possibilità. Sento che lo yoga diventa davvero parte della vita proprio quando qualcosa si interrompe, come nel caso della mia frattura… e dentro, invece di chiudersi tutto, si apre una possibilità.
Come un respiro che torna lentamente a fluire, quando poco prima sembrava bloccato.
E sento che questa è la libertà che mi ha regalato lo yoga.

