
Molto spesso, per convenzione, attribuiamo alla parola libertà una miriade di significati necessari per giustificare l’indole anarchica della nostra personalità che però ci allontanano dalla sua vera essenza.
Se ci soffermiamo sulla sua etimologia greca “eleutheria“, notiamo che la parola “libertà” è legata all’idea di “crescere ed essere membri della comunità”; mentre, se portiamo la nostra attenzione alla sua origine latina essa indica “colui che agisce secondo la propria volontà e i propri desideri”. Con tali premesse, non tarderemo a constatare che la conoscenza del proprio Io, l’educazione della propria personalità, sono condizione “sine qua non” per poter esser membri della comunità non unicamente sociale, ma universale.
Lo Yoga insegna, nella sua impeccabile, oserei dire affascinante sottigliezza, la necessità di adattarsi all’idea di rivisitare il concetto odierno di “libertà”. Sei libero di assumere una specifica e stabile postura, ma se si ambisce ad entrare nelle profondità della postura, così come uscire dalla stessa, ci sono delle regole molto precise dalle quali non ci si può esimere. Ecco tradursi attraverso il corpo il rinomato “libero arbitrio”: certo, sei “libero” di assumere una postura, ma non puoi “liberarti” dalle regole che la postura stessa ti impone, e ribadisco, ti impone, senza autorizzazione, per assumerla o per liberarti da essa.
Realizziamo ben presto che se vogliamo assumere una postura, sia essa di Yoga o di Qi gong esseno o qualunque arte corporea, inevitabilmente, si accetta di limitare, educare la propria personalità, per permettere al corpo di entrare in una struttura, un quadro preciso.
Certo, parlando in questi termini tutto sembra molto semplice, intuibile, a tratti banale. Eppure, se spostiamo la medesima attitudine nel contesto della vita quotidiana, avremmo difficoltà ad accettare le verità di cui i saggi hanno sempre parlato, verità che Shiva ha danzato. Nella Nataraja, Shiva schiaccia con il piede il demone Apasmara Purusha, che simboleggia l’ego e l’oblio spirituale, distruggendo l’attaccamento all’individualità e liberando l’anima.
Nello Yoga quotidiano però le storie ed i racconti dell’invincibile Shiva diventano favole per bambini, o piuttosto gargarismi che effettuiamo per disinfettare la nostra cavità orale, senza dunque ingerire il colluttorio.
Cosa voglio dire con tutte queste parole? Che l’essere, non ancora umano, ha grandi difficoltà nell’accettare di sottomettere la propria istintività alla coscienza razionale, ad un Alto Ideale di vita.
Pensa altresì di perdere la propria libertà, di annullarsi, senza rendersi conto di essere costantemente schiavo di Apasmara Purusha e dei suoi appetiti sopraffini.
“Io desidero fare quest’esperienza, voglio a tutti i costi sperimentare tutto ciò che mi passa per la testa.” Benissimo, la determinazione è una virtù, ma al servizio di chi o di cosa? In altri termini, chi è il beneficiario ultimo? Noi stessi o la comunità, un Alto Ideale o un Basso Ideale? Coraggiosi, e oserei dire, benedetti coloro che sinceramente risponderanno a tali domande.
Oggi nel mondo esistono centinaia di insegnanti Yoga, il che è bellissimo. Ma converrete con me su un aspetto: se lo Yoga, che è una disciplina sacra, è così diffuso, perché i risultati nel mondo sono così infinitesimali?
La risposta la si trova nella domanda stessa: nella mancanza del desiderio profondo, passionale, del principio della libertà. Lo Yoga come culto della personalità, culto della sopravvivenza, diviene oggi il dogma indiscutibile e assoluto che cerca di imporre la sua autorità attraverso l’uso di un aberrante intellettualismo che allontana sempre più i praticanti dalla Via dello Yoga.
Direte: “Ma è terribile tutto questo! Cosa fare dinanzi tale incoerenza?” Lavorare tutti, tutti quanti noi, sulla virtù dell’Umiltà, riconoscere il motivo per cui si fanno le cose, accettarlo e avere il coraggio di rifare tutto da capo, cercando nella perfezione un vero Maestro, o perlomeno un sincero insegnante, che induca i propri allievi a riscoprire un Alto Ideale di vita, l’unico in grado di condurci verso la libertà e verso il senso del sacro in tutte le forme di esistenza: nelle pietre, nelle piante, negli animali, negli uomini, sino ai piani superiori della vita umana.
Insegnante di Qi gong esseno, Dott.ssa in Tecniche di Neurofisiopatologia, sostenitrice della Biblioteca filosofica dei Popoli, articolista presso la rivista online Yoga Magazine, allieva di Alain Contaret.

