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Tempo di lettura:5 minuti, 52 secondi

Viviamo in un’epoca in cui sappiamo moltissimo e sentiamo pochissimo.

Accumuliamo informazioni, leggiamo libri, ascoltiamo podcast, partecipiamo a corsi e seminari. Eppure, nonostante questa straordinaria disponibilità di conoscenza, molte persone continuano a sentirsi scollegate da se stesse. La mente corre veloce, ma il corpo resta indietro. Sappiamo spiegare le nostre emozioni, ma fatichiamo ad ascoltarle mentre accadono.

Forse è proprio qui che nasce il valore della consapevolezza, non come tecnica per rilassarsi. Non come strategia per diventare più efficienti. E nemmeno come esercizio per migliorare una versione ideale di noi stessi.

La consapevolezza è innanzitutto la capacità di abitare l’esperienza mentre si manifesta, È la differenza tra osservare il mare da una fotografia e sentire l’acqua sulla pelle, tra conoscere un concetto e incarnarlo.

Tra vivere e accorgersi di vivere.

Nella tradizione dello Yoga, questa capacità non è considerata un talento naturale riservato a pochi, ma una qualità che può essere allenata. Un processo graduale di raffinamento della percezione attraverso il quale impariamo a vedere più chiaramente ciò che accade dentro e fuori di noi. La filosofia indiana descrive la sofferenza non tanto come il risultato degli eventi, ma come una conseguenza della nostra identificazione con essi.

Ci identifichiamo con i pensieri, con le emozioni, con i ruoli che interpretiamo, con le storie che raccontiamo su noi stessi, diventiamo ciò che attraversiamo.

La pratica yogica propone invece un movimento diverso: sviluppare la capacità di osservare senza separarci dall’esperienza ma senza nemmeno esserne completamente assorbiti.

Un principio che nei Yoga Sutra emerge attraverso il concetto di drashtuh svarupe avasthanam: il ritorno alla natura del testimone.

Non un osservatore distante e freddo, ma una presenza lucida e partecipante, Una coscienza che sente pienamente senza perdersi in ciò che sente.

Sorprendentemente, alcune delle più recenti scoperte neuroscientifiche sembrano dialogare con questa intuizione antica. Oggi sappiamo che gran parte delle nostre azioni quotidiane avviene attraverso processi automatici. Il cervello costruisce continuamente scorciatoie per risparmiare energia. Reagiamo prima ancora di accorgercene. Interpretiamo prima di osservare. Giudichiamo prima di comprendere. Questo meccanismo è fondamentale per la sopravvivenza, ma può diventare limitante quando viene applicato indiscriminatamente a ogni situazione della vita. Le neuroscienze parlano di modelli predittivi: il cervello non registra semplicemente la realtà, ma la anticipa sulla base delle esperienze passate. In altre parole, spesso non vediamo ciò che è presente; vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere.

La consapevolezza interrompe questo automatismo.Introduce una pausa, una sospensione direbbe Patanjali.

Un momento di apertura in cui la realtà può essere incontrata prima di essere interpretata, una pausa che non nasce dalla mente, nasce dal corpo.

Negli ultimi anni la ricerca sull’interocezione — la capacità di percepire i segnali interni dell’organismo — ha mostrato come il grado di connessione con il proprio mondo corporeo influenzi profondamente la regolazione emotiva, la capacità decisionale e il benessere psicologico.

Prima di diventare un pensiero, un’emozione è una sensazione.
Prima di diventare ansia, esiste un’accelerazione del battito cardiaco.
Prima di diventare rabbia, esiste una tensione nei tessuti.
Prima di diventare paura, esiste una modifica del respiro.
Il corpo percepisce molto prima che la mente comprenda.

Per questo motivo ogni autentico percorso di consapevolezza deve necessariamente attraversare il corpo. Non come oggetto da modellare o correggere, ma come luogo di ascolto. Quando pratichiamo yoga non stiamo semplicemente eseguendo posture. Stiamo allenando un linguaggio. Ogni movimento diventa una conversazione tra percezione e azione. Ogni transizione rivela il modo in cui affrontiamo il cambiamento. Ogni equilibrio mostra la nostra relazione con l’incertezza.

Nel metodo Odaka Yoga questo dialogo assume una dimensione ancora più profonda grazie all’attenzione per il tessuto fasciale, per il movimento ondulatorio e per la continuità delle transizioni. La pratica non si concentra sulla forma statica ma sulla qualità dell’esperienza. Il corpo viene esplorato come un ecosistema dinamico in cui respiro, sistema nervoso, emozioni e movimento sono inseparabili. Quando il movimento diventa fluido e continuo, emerge qualcosa di interessante. La mente smette progressivamente di cercare il controllo assoluto.

Inizia invece a sviluppare una qualità di presenza più sottile, una presenza che non forza, che non anticipa, che non resiste come insegna l’acqua

Il praticante impara a percepire il momento esatto in cui nasce una tensione inutile. Il punto preciso in cui compare la fretta. L’istante in cui il desiderio di risultato interrompe l’ascolto e questo riconoscimento rappresenta già una trasformazione. Perché non possiamo cambiare ciò che non percepiamo,

La consapevolezza non elimina le difficoltà della vita, non cancella il dolore, l’incertezza o il conflitto, ci offre però qualcosa di estremamente prezioso: la possibilità di incontrarli con maggiore libertà.

Nella tradizione yogica questo processo è associato al concetto di viveka, il discernimento la capacità di distinguere ciò che sta accadendo da ciò che stiamo raccontando su ciò che accade, la differenza tra esperienza e interpretazione, tra presenza e reazione.

Forse è proprio qui che la pratica incontra la vita non quando riusciamo a mantenere una posizione difficile, ma quando, nel mezzo di una conversazione complessa, sentiamo il respiro che si contrae e scegliamo di ascoltare. Quando percepiamo la tensione salire e decidiamo di non alimentarla, quando riconosciamo una paura senza permetterle di definire ogni nostra scelta, la consapevolezza non è un traguardo spirituale ma un’intimità crescente con l’esperienza. un ritorno continuo alla realtà del momento presente attraverso il corpo.

Perché il corpo non vive nel passato e non vive nel futuro: vive sempre qui.

E forse, in un tempo che ci spinge costantemente altrove, la pratica ci ricorda proprio questo: che la vita non accade nei pensieri che abbiamo su di essa.

Accade nell’esperienza diretta di ogni respiro, di ogni passo, di ogni istante pienamente abitato.

Bharadvāja: sapere o sentire

Bharadvāja, nella tradizione, è il simbolo del sapere vasto.
Una mente colma di testi, concetti, mappe della conoscenza.
Ma nello Yoga questo non è mai il punto di arrivo.

Il rischio è semplice: restare nella comprensione senza mai scendere nell’esperienza.

Le neuroscienze oggi descriverebbero questo come la capacità del cervello di costruire modelli sempre più raffinati della realtà, prevedere, interpretare, anticipare… ma senza necessariamente accedere al dato diretto dell’esperienza vissuta.

La mente sa. Il corpo vive.
E tra i due può aprirsi una distanza silenziosa.

La storia di Bharadvāja diventa allora un simbolo: quando il sapere non attraversa il corpo, resta informazione.

Quando invece scende nel respiro, nel sistema nervoso, nella percezione interna… diventa trasformazione.

Forse è questo il passaggio dello Yoga: dal sapere che accumula, al sentire che integra.

Un piccolo esperimento

Per qualche istante fermati.
Porta una mano sul tanden, il centro del corpo, circa tre dita sotto l’ombelico.
Lascia che il respiro scenda lì.
Non fare nulla. Solo ascolta.
Poi chiediti: cosa sto sentendo adesso?

Non cercare una risposta mentale. Rimani nella sensazione.
Resta qualche respiro in questo spazio. E osserva.
A volte la consapevolezza non cambia ciò che viviamo. Cambia il modo in cui lo abitiamo.

Ti invito a provarlo oggi, anche solo per pochi secondi nel mezzo della tua giornata. E a notare una cosa semplice: quanto spesso torni davvero al centro mentre la vita accade.

Francesca Cassia, Odaka Yoga

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