
Nei tempi di Instagram, per coloro che si approcciano per la prima volta alla disciplina dello yoga, è facile pensare che si tratti di un’attività volta a scolpire gli addominali, a cimentarsi in posizioni simil-circensi e che poi, non si sa bene perché, porti ad un sublime nirvana, sempre che, ovviamente, si indossi un outfit super griffato e i capelli siano a posto.
Tuttavia, leggenda vuole che lo yoga non sia nato ai tempi dei social media ma giusto qualche annetto prima, circa 5000 anni fa, in India. Come tutte le filosofie (anche quelle occidentali), nasce per rispondere a delle domande, ai bisogni intrinsechi dell’essere umano.
Inizialmente veniva trasmesso dai guru ai propri allievi, finché tra il II e il III secolo a.c. Patanjali si occupa di dare un ordine e un senso a tutto ciò e, soprattutto, di rispondere alla domanda: a cosa serve lo yoga?
“Yoga chitta vrtti nirodha” ossia, lo yoga serve a calmare le fluttuazioni della mente.
Attraverso la pratica degli asana, lo yogi persegue l’allineamento e l’equilibrio di mente, corpo e spirito. Ed è in questo modo che lo yoga esce dalla semplice pratica sul tappetino per espandersi nella vita quotidiana.
Ogni asana porta con sé un insegnamento: equilibrio, forza, determinazione, concentrazione, costanza, e così via. Attraverso la pratica quotidiana la mente si rimodulerà, modificando anche i percorsi neurali e conducendoci verso la presenza: se la mente divaga, perdiamo la posizione; se siamo presenti e, di conseguenza, consapevoli, riusciamo a spingerci ogni giorno un po’ oltre le nostre possibilità, fisiche e mentali, acquisendo maggiore motivazione e consapevolezza. In questo modo, si instaura un circolo virtuoso che si spinge ben oltre il tappetino. Noteremo che, anche nella vita quotidiana, saremo più presenti, meno inclini a farci guidare dal pilota automatico, vivendo appieno ogni esperienza e guadagnando maggiore consapevolezza e autostima.
E non è mai troppo tardi o troppo presto per iniziare il nostro personale viaggio.
In qualità di insegnante di yoga per bambini, posso affermare con certezza che la pratica, coltivata con le dovute maniere in base all’età dei piccoli yogi, può tradursi in un valido aiuto per la gestione delle emozioni e quindi per la crescita emotiva dei piccoli allievi.
Ad esempio, l’insegnamento di tecniche di respirazione di base, in cui si invita il bambino a posizionare una mano sulla pancia (per ascoltare il proprio respiro attraverso il movimento dell’addome che sale e scende, a seconda dell’inspirazione e dell’espirazione) e l’altra mano sul cuore (per sentire il proprio battito) crea un riconoscimento di ciò che si sta provando in quel determinato momento e, di conseguenza, una consapevolezza, consentendo così al piccolo yogi di riconoscere e lasciar andare emozioni negative come rabbia o risentimento.
Allo stesso modo, utilizzando strumenti quali il cerchio della gratitudine, in cui si invitano i bambini ad esprimere, a turno, un motivo per cui in quel particolare momento si è grati, permette loro di verbalizzare la gioia, sviluppandone la consapevolezza
In conclusione, possiamo tranquillamente affermare che seppure il fine principale e dichiarato dello yoga non sia la ricerca della consapevolezza, questa sia intrinseca alla pratica stessa, in qualsiasi epoca storica e in qualsiasi fase della vita ci troviamo.
In barba ai post pettinati di Instagram.
Namasté,
Marina Buccali

