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Tradizione, devozione e autonomia nel cammino dalla guida esteriore alla scoperta della presenza interiore.

Negli ultimi anni la figura del guru ha subito un drastico ridimensionamento. Scandali finanziari, accuse di abusi sessuali, manipolazioni psicologiche e lotte di potere hanno incrinato l’immagine quasi sacra che per decenni aveva accompagnato molti leader spirituali.

Ma la crisi del guru non riguarda soltanto il comportamento di alcuni insegnanti. Tocca una questione più profonda: abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci conduca alla realizzazione spirituale?

Molti ricercatori contemporanei stanno iniziando a rispondere negativamente.

Nelle tradizioni indiane il nostro tempo viene spesso descritto come Kali Yuga, l’età della confusione, dell’oscuramento spirituale e della progressiva corruzione delle istituzioni. Al di là del significato letterale o mitologico di questa espressione, essa può essere letta come una potente metafora della condizione contemporanea: un’epoca in cui l’apparenza tende a prevalere sulla sostanza, il prestigio sulla saggezza e la visibilità sull’autenticità.

In un simile contesto, sarebbe ingenuo credere che esistano individui completamente immuni dalle dinamiche del potere. La storia delle religioni, della politica e persino delle organizzazioni spirituali dimostra che nessuno è definitivamente al riparo dall’influenza del denaro, dell’ammirazione, del prestigio sociale o dal desiderio di controllo sugli altri. Il problema non è soltanto la cattiva fede individuale; è la natura stessa del potere, che tende a creare attorno a chi lo esercita una zona di eccezionalità. Quando una persona viene considerata speciale, illuminata o superiore, le regole che valgono per tutti sembrano progressivamente non applicarsi più a lei.

Per questo motivo dovremmo guardare con prudenza non soltanto ai maestri spirituali, ma anche alle strutture che si formano attorno a loro. Quando un insegnante viene circondato da una folla di devoti che lo considerano indispensabile, infallibile o addirittura divino, il rischio non riguarda soltanto il maestro: riguarda anche i discepoli. Più cresce la dipendenza psicologica dei seguaci, più diminuisce la loro capacità di osservare criticamente ciò che accade.

Forse il vero criterio per valutare un insegnante non è il numero di persone che lo seguono, la grandezza del suo ashram o la portata della sua influenza, ma il grado di libertà che riesce a generare nei suoi studenti. Un autentico maestro non crea dipendenza da sé stesso; crea autonomia. Non alimenta il bisogno di essere adorato, ma aiuta gli altri a scoprire le proprie risorse interiori.

Per questa ragione i maestri che più mi hanno insegnato non erano figure pubbliche circondate da folle entusiaste. Erano sadhu solitari, asceti che avevano scelto una vita di semplicità e che, per definizione, non cercavano seguaci. Quando raccontai loro che stavo andando a visitare un celebre swami il cui ashram attirava milioni di persone, scoppiarono a ridere e definirono quel fenomeno “Hollywood Yoga”. Dietro l’ironia si nascondeva una critica profonda: quando la spiritualità assume le logiche dello spettacolo, del marketing e della celebrità, rischia di trasformarsi in una rappresentazione di sé stessa.

Un esempio illuminante viene da Tirumalai Krishnamacharya, considerato il padre dello yoga moderno. A chi cercava di rivolgersi a lui come a un guru, rispondeva: «Non chiamatemi guru. Come voi, sono solo uno studente di yoga. Forse ho studiato un po’ più a lungo, ma questo è tutto». In questa affermazione è racchiusa una concezione dell’insegnamento profondamente diversa da quella del maestro infallibile: l’insegnante non è un intermediario tra l’uomo e il divino, ma un praticante che condivide esperienza, disciplina e conoscenza.

Naturalmente il numero dei seguaci non è di per sé una prova di inautenticità. Esistono insegnanti sinceri che, loro malgrado, attirano molte persone. Tuttavia la domanda rimane essenziale: l’attenzione è rivolta all’insegnamento o alla personalità dell’insegnante? Alla pratica o al personaggio? Alla trasformazione interiore o alla costruzione di un culto?

In un’epoca che tende a trasformare ogni cosa in immagine, forse il gesto più rivoluzionario consiste proprio nel diffidare del fascino dell’eccezionalità. La vera maturità spirituale inizia quando smettiamo di cercare esseri umani da idolatrare e iniziamo a riconoscere che nessuno, per quanto saggio o realizzato possa apparire, dovrebbe essere posto al di sopra delle fragilità che appartengono alla condizione umana.

Guru tra passato e presente

Negli ultimi anni la figura del guru ha subito un drastico ridimensionamento. Scandali finanziari, accuse di abusi sessuali, manipolazioni psicologiche e lotte di potere hanno incrinato l’immagine quasi sacra che per decenni aveva accompagnato molti leader spirituali.

Anche il mondo dello yoga, spesso percepito come immune da queste dinamiche, è stato attraversato da vicende e casi che hanno costretto praticanti e insegnanti a interrogarsi sul rapporto tra spiritualità e potere.

Naturalmente questi casi non dimostrano che ogni maestro spirituale sia destinato a corrompersi, né che ogni tradizione sia necessariamente manipolatoria. Sarebbe ingiusto ignorare l’esistenza di insegnanti integri che hanno dedicato la propria vita alla trasmissione di conoscenze senza sfruttare i loro studenti. Tuttavia, questi episodi mostrano quanto sia rischioso attribuire a un essere umano uno status di eccezionalità morale o spirituale.

Il problema non riguarda soltanto i singoli individui. Riguarda il meccanismo psicologico che porta i seguaci a sospendere il giudizio critico. Quando la devozione sostituisce il discernimento e il carisma viene confuso con la realizzazione spirituale, si crea un terreno fertile per l’abuso. Il guru smette di essere un insegnante e diventa un’autorità incontestabile. A quel punto, anche comportamenti che in altri contesti apparirebbero immediatamente problematici vengono giustificati, razionalizzati o addirittura interpretati come segni di saggezza superiore.

La lezione più importante non riguarda quindi soltanto i maestri caduti in disgrazia, ma il sistema di aspettative che li ha resi possibili. Più una comunità considera il maestro infallibile, più diventa difficile riconoscere e correggere eventuali comportamenti dannosi. Per questo motivo la vera protezione non risiede nell’idealizzazione del maestro, ma nella capacità dello studente di mantenere viva la propria autonomia, il proprio spirito critico e la propria responsabilità personale.

Il mito del maestro che ci completerà

Per lungo tempo la spiritualità moderna ha alimentato una convinzione tanto seducente quanto pericolosa: che da qualche parte esista un essere eccezionale, un maestro illuminato capace di condurci alla realizzazione spirituale. Secondo questa visione, il nostro compito consisterebbe semplicemente nel trovarlo, riconoscerlo e seguirlo.

Questa idea affonda le sue radici in un impulso molto umano: il desiderio di trovare all’esterno ciò che percepiamo come mancante all’interno. Così come nella sfera affettiva immaginiamo talvolta l’esistenza di un’anima gemella destinata a completarci, sul piano spirituale possiamo arrivare a credere nell’esistenza di un maestro predestinato che ci conduca finalmente alla pace, alla conoscenza o all’illuminazione.

Ma tutte le grandi tradizioni contemplative, dall’Advaita Vedānta al buddhismo, dal sufismo alla mistica cristiana, convergono su una verità più esigente: nessuno può donarci ciò che costituisce la nostra natura più profonda. Un maestro può indicare una direzione, può aiutarci a riconoscere gli ostacoli interiori, può testimoniare con la propria vita la possibilità del risveglio. Ma non può consegnarci la verità come si consegna un oggetto.

Il rischio nasce quando attribuiamo a una persona il potere di concederci ciò che in realtà stiamo cercando dentro noi stessi. In quel momento la guida diventa un idolo e l’insegnamento viene oscurato dall’insegnante. La ricerca spirituale si trasforma allora in una forma di dipendenza, perché ciò che dovrebbe ricondurci al nostro centro viene proiettato all’esterno.

Forse il compito del vero maestro non è quello di aggiungere qualcosa alla nostra vita, ma di aiutarci a riconoscere ciò che è sempre stato presente. Non di renderci completi, ma di mostrarci che la completezza che cerchiamo non è mai stata realmente assente.

Il potere della proiezione

Molte delle esperienze spirituali più profonde avvengono in presenza di un maestro. Un senso improvviso di pace, il silenzio della mente, l’apertura del cuore, la percezione dell’unità di tutte le cose o quella misteriosa sensazione di essere finalmente tornati a casa: fenomeni che, nelle tradizioni spirituali, sono spesso attribuiti alla grazia o al potere del maestro.

Per secoli tali esperienze sono state interpretate come la prova di una qualità straordinaria posseduta dal guru. E certamente non si può negare che alcuni esseri umani emanino una presenza capace di trasformare profondamente coloro che li avvicinano. Tuttavia esiste un’altra lettura, meno gerarchica e forse più liberante.

Forse il maestro non crea l’esperienza spirituale, ma ne rende possibile l’emersione. La sua presenza agisce come uno specchio limpido nel quale il ricercatore può intravedere la propria natura più profonda. Ciò che viene riconosciuto non appartiene al maestro: appartiene alla coscienza stessa di chi osserva.

Nelle tradizioni non duali si afferma che il Sé, il Divino o la Realtà ultima non siano qualcosa da acquisire, ma qualcosa da riconoscere. Se questo è vero, allora nessuno può trasmettere dall’esterno ciò che è già presente nel cuore di ogni essere. Il maestro può favorire il riconoscimento, ma non può sostituirsi ad esso. Può indicare la luna, ma non può vedere al posto nostro.

In questa prospettiva, le esperienze di espansione della coscienza che sorgono accanto a un maestro non rappresentano necessariamente la dimostrazione di un potere posseduto da lui, quanto piuttosto il momentaneo dissolversi delle resistenze interiori dello studente. Per un istante cessano la paura, il dubbio, il senso di separazione e l’identificazione con la personalità. Ciò che emerge è una dimensione dell’essere che era sempre stata presente, ma che normalmente rimane velata.

Questa visione restituisce dignità e responsabilità al praticante. L’esperienza spirituale non è un dono arbitrariamente concesso da un’autorità esterna, né un privilegio riservato a pochi eletti. È una possibilità inscritta nella natura stessa della coscienza umana. Il maestro autentico non la distribuisce; la rivela. Non ci rende dipendenti dalla sua presenza, ma ci aiuta a riconoscere che ciò che cerchiamo non è mai stato separato da noi.

Per questo motivo i più grandi maestri della storia spirituale hanno spesso insistito sul fatto che il loro compito non fosse quello di attirare i discepoli verso di sé, ma di ricondurli alla sorgente da cui essi stessi provenivano.

La vera funzione del maestro non è creare seguaci, ma rendere ciascuno capace di dimorare nella propria luce interiore.

Culti della personalità e ciarlatani spirituali

«È mia responsabilità da chi mi lascio attrarre»

Il mistico armeno Georgij Ivanovič Gurdjieff amava ripetere: «Non c’è iniziazione se non l’auto-iniziazione». È una frase che, a prima vista, sembra contraddire l’intera tradizione dei maestri spirituali. Se l’iniziazione è un processo interiore, che ruolo può avere il guru?

Per comprendere il significato di questa affermazione bisogna entrare nel cuore della filosofia di Gurdjieff. Secondo il maestro armeno, la maggior parte degli esseri umani vive in uno stato di sonno psicologico. Crediamo di essere coscienti, di agire liberamente e di prendere decisioni autonome, ma in realtà siamo mossi da impulsi inconsci, abitudini, paure, desideri e condizionamenti che raramente osserviamo. Non possediamo una volontà unitaria: siamo una moltitudine di “io” che si alternano continuamente alla guida della nostra vita.

In questa prospettiva, il vero lavoro spirituale non consiste nell’accumulare conoscenze o nell’aderire a una credenza, ma nel risvegliarsi da questo stato di automatismo. Nessuno può compiere tale risveglio al nostro posto. Un insegnante può indicarci la direzione, può mostrarci i nostri punti ciechi e offrirci strumenti di lavoro, ma non può sostituirsi alla nostra coscienza. L’atto decisivo resta sempre personale.

È qui che la frase di Gurdjieff acquista tutta la sua forza. L’iniziazione autentica è quel momento in cui l’individuo decide di assumersi completamente la responsabilità della propria trasformazione. Nessun rito, nessuna appartenenza, nessuna investitura può sostituire questa decisione interiore.

Eppure noi esseri umani siamo spesso attratti dall’idea opposta. Preferiamo credere che esista qualcuno capace di salvarci, illuminarci o renderci completi. Cerchiamo una figura eccezionale sulla quale proiettare il potere che non riconosciamo in noi stessi. Vogliamo essere guidati, rassicurati, talvolta persino dominati. In questo senso il culto del guru risponde a un bisogno psicologico profondo: il desiderio di evitare l’incertezza e il peso della responsabilità personale.

L’insegnamento più radicale di Gurdjieff non è dunque l’invito a diffidare dei maestri, ma l’invito a diffidare della nostra tendenza a idolatrarli. Il vero lavoro spirituale comincia quando smettiamo di cercare qualcuno che ci risvegli e iniziamo a riconoscere che il primo responsabile del nostro risveglio siamo noi stessi.

In questo senso, l’auto-iniziazione non è un atto di isolamento o di orgoglio individuale. È un atto di maturità. Significa comprendere che nessun maestro può percorrere il cammino al nostro posto e che ogni autentica trasformazione nasce dal momento in cui cessiamo di delegare ad altri il compito di diventare ciò che siamo.

Ramana Maharshi arriva a una conclusione simile partendo da presupposti completamente diversi. Secondo il suo insegnamento, il Sé che cerchiamo è già presente e non può essere né creato né conferito da un altro essere umano. Quando affermava che il guru e il Sé sono la stessa cosa, non stava esaltando la figura del maestro, ma ridimensionandola. Il guru esterno ha valore soltanto nella misura in cui ci conduce verso il guru interiore. Se la relazione con il maestro non culmina nel riconoscimento della propria natura più profonda, essa fallisce il suo scopo.

Anche Krishnamacharya, pur operando all’interno della tradizione guru-discepolo dell’India classica, manifestava una notevole diffidenza verso la personalizzazione dell’autorità spirituale. La celebre frase attribuitagli — «Non chiamatemi guru. Come voi, sono solo uno studente di yoga. Forse ho studiato un po’ più a lungo, ma questo è tutto» — esprime una concezione dell’insegnamento basata sulla pratica e sull’apprendimento continuo piuttosto che sull’elevazione di una persona a figura quasi divina.

Il guru e il rischio dell’idolatria

Nelle grandi tradizioni spirituali dell’India, la figura del guru occupa un posto centrale. Per millenni il maestro è stato considerato colui che illumina il cammino, trasmette una conoscenza vivente e accompagna il discepolo oltre i limiti della mente ordinaria. Senza questa relazione, gran parte della sapienza spirituale dell’umanità non sarebbe mai giunta fino a noi.

Eppure, accanto a questa nobile funzione, esiste un pericolo antico quanto la figura stessa del maestro: la trasformazione del guru in un oggetto di venerazione personale.

La tradizione distingue chiaramente tra il guru e la sua persona. Il guru, nel senso più profondo del termine, non è un individuo straordinario da ammirare, ma una funzione spirituale. È il principio che dissolve l’ignoranza e orienta la coscienza verso la verità. La persona che incarna temporaneamente questa funzione può essere più o meno saggia, più o meno matura, ma non coincide mai completamente con il principio che rappresenta.

Quando questa distinzione viene dimenticata, nasce il culto della personalità.

L’attenzione si sposta gradualmente dall’insegnamento all’insegnante, dalla pratica alla persona, dalla ricerca della verità all’ammirazione del maestro. Ciò che inizialmente era uno strumento per il risveglio rischia allora di trasformarsi in una nuova forma di attaccamento. Il discepolo non cerca più la libertà, ma la vicinanza al guru; non cerca più la comprensione diretta, ma l’approvazione del maestro.

Questa dinamica non nasce necessariamente dalla malafede. Spesso è il risultato di un bisogno umano profondissimo. L’essere umano desidera sicurezza, appartenenza e orientamento. Di fronte al mistero dell’esistenza è naturale cercare qualcuno che sembri aver trovato le risposte che noi ancora inseguiamo. Il maestro diventa così il punto sul quale convergono speranze, paure, aspettative e aspirazioni spirituali.

Ma proprio qui si manifesta la responsabilità del vero guru.

Un insegnante autentico comprende che il potere spirituale può facilmente trasformarsi in potere psicologico. Per questo non alimenta la dipendenza dei suoi studenti. Non si presenta come l’unica fonte della verità, né come l’intermediario indispensabile tra il discepolo e il Divino. Al contrario, orienta continuamente l’attenzione verso ciò che trascende sia lui sia i suoi seguaci.

Nelle tradizioni tantriche si afferma che il guru esteriore ha senso soltanto perché conduce al Guru interiore. Il maestro visibile è come una lampada accesa che permette di riconoscere una luce già presente nel cuore del ricercatore. Se l’attenzione rimane fissata sulla lampada, il suo compito non è stato compreso. La sua funzione è quella di rendere visibile la luce, non di sostituirsi ad essa.

Per questo motivo i più grandi maestri della storia spirituale hanno spesso manifestato una sorprendente umiltà. Pur accettando il ruolo di guida, hanno rifiutato l’idea di essere considerati esseri eccezionali. Sapevano che il rischio più grande non era essere criticati, ma essere idolatrati. La critica può ferire l’ego; l’idolatria può corrompere sia il maestro sia il discepolo.

La maturità spirituale consiste proprio nel mantenere viva questa distinzione. Onorare il maestro senza divinizzarlo. Ricevere l’insegnamento senza rinunciare al discernimento. Coltivare la devozione senza perdere la libertà interiore.

Quando questo equilibrio viene preservato, la relazione guru-discepolo diventa una delle forme più nobili della trasmissione spirituale. Quando viene meno, la guida rischia di trasformarsi in dipendenza e la devozione in adorazione della persona.

Il vero guru non desidera occupare il centro della scena. Come una finestra trasparente, permette di vedere oltre sé stesso. La sua grandezza non consiste nell’essere seguito da molti, ma nella capacità di ricondurre ogni ricercatore alla sorgente della propria esperienza spirituale.

In questo senso il maestro autentico non trattiene, ma libera. Non attira a sé, ma conduce oltre sé stesso. Non chiede di essere adorato, ma indica una realtà che nessuna persona può possedere e che ogni essere umano è chiamato a riconoscere dentro di sé.

Significato di Guru

La parola guru significa letteralmente «colui che dissolve l’oscurità». Nelle scuole tantriche il guru è considerato il punto d’incontro tra l’individuo e la coscienza universale. Non è importante per ciò che è come persona, ma per ciò che rende possibile riconoscere. Egli è un tramite, un ponte, una finestra aperta sul Divino. La sua funzione non consiste nel creare dipendenza da sé stesso, ma nel risvegliare nello studente la consapevolezza della propria natura essenziale.

I grandi testi tantrici insistono sul fatto che il vero guru non è il corpo fisico dell’insegnante. Il guru esteriore è soltanto una manifestazione temporanea del Guru supremo, la coscienza stessa. Nello Shivaismo del Kashmir si afferma che il maestro autentico è colui che conduce il discepolo al riconoscimento (pratyabhijñā) della propria identità con il Sé universale. Una volta avvenuto tale riconoscimento, ciò che appariva esterno viene scoperto come sempre presente nel proprio cuore.

Da questa prospettiva, il successo di un maestro non si misura dal numero dei seguaci che riesce ad attrarre, ma dal numero di persone che rende interiormente libere. Un guru che concentra continuamente l’attenzione sulla propria persona tradisce la funzione stessa del guru. Un vero maestro conduce oltre sé stesso.

Per questo motivo le tradizioni più profonde distinguono sempre tra il guru come persona e il Guru come principio spirituale. La persona può essere limitata, imperfetta e soggetta agli stessi rischi di qualsiasi essere umano. Il principio del Guru, invece, è quella luce della coscienza che guida ogni ricerca autentica. Il compito dell’insegnante consiste nel rendersi progressivamente trasparente a quella luce, fino al punto in cui il discepolo comprende che ciò che cercava nel maestro era presente in lui fin dall’inizio.

L’obiettivo finale di una guida autentica non è creare seguaci, ma esseri umani liberi. Non è essere adorata, ma diventare superflua. Come affermava Ramana Maharshi, il guru e il Sé sono una sola cosa: il maestro esterno ha assolto pienamente il proprio compito quando conduce il ricercatore a scoprire il maestro interiore.

Il ruolo del maestro

Se il cammino spirituale non consiste nel rinunciare alle guide, ma neppure nel dipendere da esse, quale dovrebbe essere il ruolo del maestro?

Forse il segno più evidente di un insegnante autentico è che conduce continuamente oltre sé stesso. L’attenzione non rimane fissata sulla sua persona, ma viene riportata all’insegnamento, alla pratica e all’esperienza diretta. La sua presenza ispira, ma non sostituisce il lavoro interiore del discepolo.

Nelle tradizioni tantriche questa funzione è stata compresa con grande chiarezza. Il guru non è semplicemente un individuo da ammirare, ma il tramite attraverso cui la conoscenza vivente si trasmette. La sua importanza non risiede nella personalità, bensì nella capacità di orientare il ricercatore verso una comprensione sempre più profonda di sé stesso.

Per questo il maestro autentico non chiede di essere creduto ciecamente. Invita piuttosto a verificare, praticare e realizzare personalmente ciò che insegna. Il suo compito non è creare seguaci, ma favorire il risveglio di una consapevolezza che, in ultima analisi, appartiene già al discepolo.

Dal maestro esteriore al Guru interiore

Forse ciò che stiamo vivendo non è la fine dei guru, ma una maturazione della ricerca spirituale. Nello yoga, il maestro ha sempre avuto un ruolo prezioso: indicare il sentiero, trasmettere una pratica, testimoniare una possibilità di trasformazione. Tuttavia nessun insegnante può percorrere il cammino al posto del discepolo.

Gurdjieff, Ramana Maharshi e Krishnamacharya, pur appartenendo a tradizioni diverse, convergono su una stessa intuizione: la vera crescita spirituale coincide con una progressiva assunzione di responsabilità interiore. Il compito del maestro non è diventare indispensabile, ma aiutare il ricercatore a scoprire la propria autonomia.

Nelle tradizioni yogiche e tantriche si afferma spesso che il guru esteriore conduce al Guru interiore. La guida ricevuta dall’esterno ha valore perché risveglia una saggezza già presente nel cuore di ogni essere umano. Per questo il maestro autentico non trattiene il discepolo presso di sé, ma lo accompagna verso una comprensione sempre più diretta della propria natura.

La maturità spirituale non consiste nel rifiutare il maestro, né nel dipendere indefinitamente da lui. Consiste nell’integrare l’insegnamento fino a farlo diventare esperienza vissuta. A quel punto la relazione con il guru si trasforma: dalla ricerca di una guida esterna al riconoscimento di una presenza interiore.

Il maestro autentico indica una porta e incoraggia il ricercatore ad attraversarla da sé. La sua funzione più alta non è creare seguaci, ma esseri umani liberi, capaci di camminare con gratitudine verso i propri maestri e, allo stesso tempo, con piena responsabilità verso il proprio percorso spirituale.

Dal Guru al Sé

Forse il destino di ogni autentico percorso spirituale è questo: passare dalla ricerca di una guida esterna al riconoscimento di una presenza interiore.

All’inizio del cammino abbiamo bisogno di maestri. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi una direzione, che ci trasmetta una pratica, che ci aiuti a riconoscere possibilità che ancora non riusciamo a vedere in noi stessi. Ma il compito più elevato di un maestro non è quello di essere seguito per sempre. È quello di rendere il discepolo sempre più capace di camminare con le proprie gambe.

Nello yoga, come nelle grandi tradizioni contemplative, il vero insegnamento non culmina nella dipendenza, ma nella libertà. Non nell’adorazione della persona, ma nel riconoscimento della coscienza che attraverso ogni maestro si manifesta. Per questo il Guru non è soltanto una figura esterna: è il principio di consapevolezza che gradualmente si risveglia nel cuore del praticante.

Quando questo accade, il rapporto con il maestro non si interrompe; si trasforma. La gratitudine rimane, la devozione si purifica e l’insegnamento diventa esperienza vissuta. Ciò che prima cercavamo all’esterno inizia a fiorire dentro di noi.

Forse la più grande benedizione che un maestro possa offrire non è quella di attirare i discepoli verso di sé, ma di accompagnarli fino al punto in cui scoprono che la luce che cercavano era presente fin dall’inizio. Come insegna un antico detto indiano: il Guru indica la luna, ma il suo dono più grande è insegnarci a vedere con i nostri occhi.

Maya Swati Devi – Kaula Charini, Yogini, Maestra di Tantrismo, Ricercatrice spirituale e Scrittrice.

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