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Yoga e modernità: tra social e tradizione

Tutti lo sanno, anche chi non pratica.
Lo yoga è una disciplina millenaria, una tradizione antica che affonda le radici nella storia più profonda dell’uomo. Le prime indicazioni relative alla disciplina le ritroviamo nei Sutra del Maestro Patanjali, 4 libri di aforismi che, con disarmante chiarezza, indicano al praticante la via verso la scoperta del sé, per elevare il proprio essere e vivere una vita di risveglio spirituale e benessere.

Chi legge i Sutra la prima volta può rimanere spaesato, non trovando alcun accenno (o quasi) o indicazione su come eseguire gli asana, che vengono citati come solo uno degli 8 gradini attraverso i quali si sviluppa una vita dedicata allo yoga.
Non è questa la sede per approfondire gli 8 gradini per esteso, per ora ci basterà sapere che si tratta di 8 comportamenti o pratiche da portare avanti per vivere bene ed elevare il proprio spirito di essere umano.
Dunque, chi come me studia ed approfondisce le origini della disciplina ed i testi sacri di riferimento non può fare a meno di restare interdetto sentendo parlare delle tendenze oggi presenti nel mondo (soprattutto occidentale) dello yoga.

La rete, che ha recentemente compiuto 30 anni, ha aperto le porte alla comunicazione globale, abbattendo ogni frontiera, e facilitando la ricerca e l’approfondimento a chi ha la possibilità di accedervi.
Questo ha facilitato anche il mio personale accesso alla disciplina quando, diversi anni fa, decisi di aprire le porte alla pratica e ricercai le mie ispirazioni anche attraverso internet.
I social media in particolare sono pesantemente coinvolti in questo meccanismo di diffusione, e ciò riguarda ogni argomento di trattazione a livello mondiale, cosa che non può non coinvolgere anche lo yoga… con un rischio.
Il rischio è che nel condividere le proprie pratiche personali, nel condividere il proprio viaggio, attraverso foto, testi e quant’altro, i praticanti finiscano per mettersi in mostra perdendo di vista il messaggio iniziale. Il messaggio che dobbiamo tenere sempre a mente è che le nostre pratiche sono personali e intime, e che se tutto ciò che facciamo è fare foto alle posizioni beandoci di quanto siamo bravi e godendo dei “like” e commenti altrui, forse stiamo andando fuori strada.

Detto ciò, chi mi segue lo sa, anche io gestisco una pagina Facebook/Instagram dedicata allo yoga, nella quale per la maggior parte cerco di dare il mio contributo di insegnante e praticante, motivando chi legge a praticare e diffondendo il poco che so di questa disciplina meravigliosa.
Lungi da me quindi demonizzare la presenza della “comunità yoga” sui social media, credo sia retrogrado e abbastanza utopistico pensare di poter restare isolati e chiusi in una piccola “casta” di praticanti che si professano puri…  Lo yoga vuole unire, non dividere, e non c’è nulla di più “antiyogico” pensare “il vero yoga è quello che faccio io, il tuo non è yoga”. Però…. a tutto c’è un limite – io cerco di non giudicare ma sono umana e quindi:
Non mi piace chi utilizza la pratica per pubblicizzare prodotti non etici ed inclusivi per tutti i tipi di corporature.
Non mi piace chi tende ad attaccare un’etichetta a tutto creando il “proprio” marchio.
Non mi piacciono le esagerazioni – il “beer yoga”? Davvero? Cosa direbbe il Maestro Patanjali?
Non mi piace la eccessiva contaminazione, come ad esempio: Yogadance? O balli, o fai yoga. Antigravity yoga? Uno degli aspetti più importanti della nostra disciplina è il radicamento a terra, come fa stare sospesi per aria a rientrare nella famiglia dello yoga? Yogilates o Piloga? Ma che problemi avete?
Non mi piace la tendenza “asanacentrica”, che sposta la nostra attenzione dalla globalità della crescita fisica e spirituale portata dalla pratica ad una primaria attenzione al corpo ed all’estetica delle “posizioni”, che altro non sono se non un mero strumento di lavoro nel più ampio contento della disciplina.
Non mi piacciono le violenze alla disciplina, come le yoghiadi, Olimpiadi dello yoga, che ho letto di recente. Una competizione? E su cosa dovremmo competere? Su quanto tempo meditiamo? Su come respiriamo? Perché se si tratta di Asana, allora c’è già la nobilissima ginnastica!
Certo che noi occidentali siamo incredibili.

Credo che il nostro dovere di insegnanti e praticanti sia quello di ispirare, motivare, diffondere – e non quello di commerciare, svilire, svuotare una disciplina sacra nata per la crescita spirituale e non certo per fare la spaccata o la verticale.
Dunque, Social Media e yoga, si o no?
In definitiva direi di sì, al di là delle aberrazioni che ho citato poco fa, perché l’apertura è sempre meglio della chiusura, perché la diffusione è sempre meglio dell’elite. Però ognuno di noi dovrà fare un gran lavoro di discernimento e crescita, prendendo motivazione e ispirazione anche da ciò che si vede online, ma non identificando l’intera pratica con i social media.
Troviamo un buon maestro che ci ricordi la reale dimensione dello yoga, l’attenzione al respiro, l’assenza di competizione con noi stessi e con gli altri, l’accettazione della nostra fragilità di esseri umani, senza giudizio. Troviamo una pratica che non solo alleni il nostro corpo al benessere, ma che tocchi la nostra anima e ci alleni ad essere persone migliori.

Namaste
Linda Renzi
FB E IG @lindayogateacher
Vieni a praticare con me al Savasana Studio in Via Carmelo Maestrini 146, zona Roma Eur.
Corsi di Hatha, Vinyasa e Yin Yoga, classi multilivello aperte a tutti.
FB E IG @savasanastudio

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