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Il corpo è una prigione e come tale causa di sofferenza o uno strumento di liberazione?
E’ probabile che per molte persone questa domanda stoni all’orecchio eppure a partire da circa il VI secolo a.C. è proprio dalle prime forme di pratiche ascetiche che si palesa una considerazione del corpo umano molto differente da quella moderna.
I primi asceti indiani, gli sramana e i sannyasin, gli “antenati” dei moderni yogi e yogini avevano idee chiare sull’intima relazione tra corpo e anima (atman). Il corpo era visto come un pesante fardello, un involucro in cui l’essenza più profonda dell’uomo era bloccata e che non permetteva al Sè più intimo di liberarsi.
Le pratiche ascetiche di questi rinuncianti, che con ogni probabilità rappresentano le radici dello Yoga moderno, spesso minavano l’integrità del corpo sottoponendolo a pesanti privazioni, l’idea alla base di tali comportamenti era semplice: lasciando che il corpo si logori avrei permesso all’abitante interiore di liberarsi.
La netta considerazione del corpo fisico come ostacolo alla liberazione è stata, dunque, la prima risposta che questi asceti davano alla nostra domanda.

Con le Upanishad vediche l’orizzonte muta e ben presto ci si interroga sugli aspetti meno grossolani del nostro complesso psicofisico. L’indagine della natura umana e del proprio corpo viene elaborata nella Taittiriya Upanisad (2° Valli, 1°-5° Anuvaka), dove ci si approccia alla metafisica e viene descritta la dottrina dei kosa o degli involucri del corpo. Involucri che ricoprono e ostacolano quel Sè riflesso dell’infinito. Si intravedeva che il solo logoramento del complesso fisico non era più sufficiente alla liberazione finale, lo scopo ultimo della vita stessa; nasce così l’esigenza di far evolvere il concetto ancorante di corpo fisico come ostacolo.

Qualche secolo più tardi con la Bhagavad Gita, questa evoluzione trova il proprio spazio. Il corpo fisico inizia ad essere contemplato come strumento per la purificazione del proprio io individuale: “..Gli yogi compiono le loro opere con il corpo, con la mente, con la capacità dell’intelletto o anche soltanto con i sensi, rinunciando all’attaccamento per purificare il loro io individuale” (Bhagavad Gita V: 10-11), dunque una vera e propria ri-evoluzione del rapporto col proprio corpo fisico.
Non solo non è più un ostacolo, ma si trasforma in un potenziale strumento volto alla liberazione dalla ruota delle rinascite.
Sempre nella Bhagavad Gita si fa strada un altro concetto fondante per l’evoluzione della visione dell’epoca: quello di equilibrio “…lo Yoga, si dice, è equanimità.” (Bhagavad Gita II: 49).

Un equilibrio espanso a tutte le sfere della vita, azzarderei sia mezzo, sia fine per ritenersi Yogi. Se deve esistere equilibrio nel sentiero verso la liberazione, anche la cura verso i miei “abiti esteriori” dovrebbe riflettere questa visione. Prendersene cura, senza attaccamento e in maniera equilibrata. Il corpo è imprescindibilmente legato al suo abitante interiore e ricercare il suo bilanciamento appare una scelta non solo yogica, ma anche di buon senso. Il corpo come strumento di equilibrio.

Successivamente con gli Yoga Sutra, Patanjali sistematizza tutte le pratiche legate agli Yoga dando vita al suo capolavoro. Le pratiche e tecniche precise elencate all’interno del testo fondamentale per il metodo Yoga, permettono anche grazie al contributo del nostro corpo fisico di giungere a quell’isolamento (kaivalya) decantato in questi preziosi sutra.
Il corpo è per ogni essere vivente un bene prezioso, prendersene cura è importante.
Come sarebbe possibile approcciarsi ad Asana, Pranayama e Dhyana senza un corpo con cui poterlo fare?
Il corpo è uno strumento per praticare e la pratica stessa diventa strumento di conoscenza, indagine e analisi di tutto il complesso psicofisico. “Il mio corpo è il mio tempio, le asana sono le mie preghiere” B.K.S. Iyengar riassumeva in questo modo l’importanza della nostra macchina
bioenergetica, dagli sramana di 2600 anni fa sono stati fatti passi da gigante!

Attraverso il metodo Yoga accade spesso che le persone inizialmente sperimentino quella sensazione di non aver mai “sentito” davvero il proprio corpo, di riscoprire parti dell’organismo che nemmeno immaginavano di avere. Grazie a questo “sentire”, la sottile percezione fisica che deriva grazie al “disagio” controllato durante le esecuzioni degli asana, diventa di volta in volta più profonda. Si passa dal sentire all’ascoltare.

Ecco dunque l’importanza degli asana, mettersi sul tappetino, iniziare a respirare, muoversi in maniera consapevole osservandosi senza giudizio (o provandoci) è il primo stadio verso un contatto intimo con il proprio Sè. La pratica di asana non può essere solo esercizio fisico che mira ad un corpo sano e forte, ma un esercizio per lo sviluppo di consapevolezza, un viaggio introspettivo durante ogni singolo asana che con il passare del tempo e della pratica scende sempre più in profondità. Il corpo come strumento di conoscenza.
Nello Yoga, in fattispecie durante la pratica degli asana, ci troviamo a fare i conti con i limiti del nostro corpo e della nostra mente. Il corpo sembra non voglia assecondare il nostro ego e la volontà di oltrepassare quei limiti. La soddisfazione nel portare a compimento un asana è stato sperimentato da tutti noi, pur nella consapevolezza di non lasciarci inebriare da quella sensazione. Quanti di noi invero ringraziano i propri limiti che permettono e facilitano questo percorso di consapevolezza?

Satya, il secondo yama dello Yoga di Patanjali ci mostra una via in cui la verità include anche l’onestà verso se stessi, l’onestà nel trovarsi di fronte ai propri limiti e accettarli. Spesso accade che nel momento in cui impariamo a guardare dritto in faccia i nostri limiti, con onestà, senza giudizio, forse quei limiti si sgretoleranno. Senza retorica, partendo proprio dalla parte grossolana, materiale del nostro corpo, il metodo yoga ci permette di misurarci e imparare ad essere leali verso noi stessi.

Il corpo come strumento di verità. Nel corso dei secoli lo Yoga si è evoluto, adattato, reinventato permettendo attraverso le sue diverse sfaccettature di far emergere la sua grandissima forza. Quella di essere un percorso poliedrico che può adattarsi all’indole di ogni singolo individuo, il corpo ha la possibilità di adattarsi e modificare le proprie rigidità. Lo abbiamo sperimentato prima di tutto con il corpo praticando diversi stili Hatha, Ashtanga e Vinyasa Yoga.

Il corpo come strumento di gioia e cambiamento. Forse è inevitabile che questa nostra evoluzione interiore parta proprio dal nostro corpo. Il corpo, dalla prigione con cui veniva identificato in passato, è diventato strumento di equilibrio, di conoscenza, di verità, gioia e cambiamento.
Il corpo come strumento di liberazione.

Jhonny Sozzi

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