Cosa accade quando ci prepariamo a praticare yoga?
Creiamo un ambiente accogliente, srotoliamo il nostro tappetino e ci accingiamo a seguire le attente istruzioni di un insegnante, che sia dal vivo o, come accade sempre più spesso in questo periodo, on line.
Ascoltiamo, guardiamo e ripetiamo nel modo più armonioso possibile le posizioni che ci propone. Soprattutto guardiamo. Per osservare, riconoscere, imitare.

La vista è il senso primario che mettiamo in campo nella maggior parte delle nostre azioni quotidiane. Attraverso di esso stabiliamo non solo una connessione con il mondo, ma ricerchiamo dei veri e propri punti di riferimento che ci facciano sentire sicuri.

Nello yoga osservare sembra così importante per costruire quella che è l’asana perfetta, fatta di allineamenti, torsioni o inarcamenti, utilizzando un modello preciso che a volte però è ben lontano dalle nostre reali possibilità. O semplicemente ci porta a fine lezione stanchi, come se avessimo impiegato gran parte delle energie mentali nell’attenzione, nel focus sulla postura, e rimanendo talvolta con la netta sensazione di aver tralasciato qualcosa.

Per venire incontro alla varietà degli allievi nascono sempre più stili che si propongono di accogliere e rispettare le esigenze e gli obiettivi (se davvero possiamo definirli tali) di ognuno, lasciandoci riconoscere in questo o quel termine.
In questo mare di flow, hot, basic, advanced, esiste una realtà parallela apparentemente distante che è quella dello Yoga Accessibile. Non è uno stile ma bensì un concetto, spinto dall’esigenza di portare lo yoga a chiunque e spostare l’attenzione da un mondo che ormai cerca la perfezione nella forma e sempre meno nella sostanza. Lo Yoga Accessibile si sviluppa attraverso pratiche che si rivolgono a chi ha qualche impedimento fisico o a chi vive in vere e proprie condizioni limitanti e recentemente viene sempre più apprezzato anche da chi cerca un approccio differente a questa disciplina.
Qui, in questo spazio dove la coreografia ha una natura unica e fiorisce nell’immaginazione di ogni praticante, risiede lo yoga per non vedenti, o come viene proposto ad un pubblico più ampio, al buio.
I ciechi e gli ipovedenti hanno molto da insegnarci su come si può osservare la vita attraverso gli occhi dell’anima e non mancano di regalare un contributo prezioso anche al mondo dello yoga dando testimonianza dei bene Sperimentare come si sentano sul tappetino è decisamente particolare

Lo yoga al buio è una pratica completa che non trascura nessuno degli aspetti chiave di una normale lezione, ed è praticabile da tutti, vedenti e non. Offre la possibilità di un’esplorazione estremamente profonda attraverso l’utilizzo degli altri sensi, inibendo la vista e costringendoci ad un’attenta revisione degli automatismi del nostro corpo.

Come si pratica?
Nulla di diverso da una classica sessione, con la differenza che le luci si spengono e viene consigliato l’utilizzo di una benda per coprire gli occhi ed evitare così di imbrogliare! Perchè la prima cosa di cui ci accorgeremo sarà che ci sentiremo instabili, isolati, un po’ smarriti, con il gran desiderio di ritornare a quel punto di riferimento esterno che ci faccia sentire a nostro agio. Sarà allora la parola dell’insegnante a mantenere il contatto lasciandoci godere quel luogo interiore che conosciamo bene ma che spesso riempiamo di stimoli non necessari.
Si può così scivolare in ogni postura gentilmente prendendo tutto il tempo di cui abbiamo bisogno e rispettando i limiti e la capacità del nostro corpo in quel determinato momento. L’asana diventa allora la piena ricerca di uno stato fisico, mentale, caratterizzato dal nostro vero sentire.

Si praticano solo posizioni semplici e stabili in una sequenza lenta e ripetitiva?
Assolutamente no.
Vrksasana (l’albero) è una posizione che acquista un valore importantissimo eseguita ad occhi chiusi e ci insegna quanto la nostra tendenza sia di ricercare la stabilità e la sicurezza attraverso elementi esterni. Non importa più quanto la nostra asana sia perfettamente costruita o complessa, ma possiamo ascoltare come stiamo quando chiediamo al nostro corpo e alla nostra mente di comportarsi come un albero! Sentirsi radicati, stabili, robusti e lasciare che i nostri rami si ergano verso l’alto con le foglie in balìa del vento è qualcosa che possiamo assaporare molto meglio al buio!
Virabhadrasana (eroe o guerriero) ad esempio sarà totalmente rappresentativa della nostra forza, del bisogno di trasformare la nostra energia in presenza, attenzione. Per ogni posizione può iniziare un viaggio che ci porta a ri-conoscere quei tratti presenti in noi, offrendoci la possibilità di ascoltare le risposte senza messaggi forvianti. Spesso i racconti mitologici arricchiscono la lezione e aiutano a stimolare l’immaginazione, oltre ad aiutarci a contestualizzare l’asana e comprenderne il significato.

Quali sono i benefici?
Il lavoro sul corpo è svolto in piena armonia perchè non ci si attiene ad un modello da riprodurre fedelmente bensì si rispettano le reali possibilità riconoscendo in modo più attento le resistenze fisiche e si stabilisce così un particolare rapporto fatto di ricerca e accettazione di sé.
A livello mentale invece il flusso di pensieri diminuisce notevolmente essendo necessario processare le informazioni in modo differente a favore della stabilità e della ricerca della propria collocazione nello spazio
L’esperienza di una respirazione consapevole viene potenziata, soprattutto se svolta alla fine della pratica fisica perchè non vi è dispersione di energie e non serve ritornare con fatica in quello spazio interiore e silenzioso dentro di noi dopo lo sforzo fisico.

Quando e per chi è indicato lo yoga al buio?
Come già detto chiunque può avvicinarsi a questa pratica, un principiante, chi teme l’ansia da prestazione e ha difficoltà ad inserirsi in una classe già avviata, o un praticante esperto che vuole “vivere” le asana in un modo differente. Chi conosce questa disciplina da tempo e ha acquisito una certa elasticità e bravura nell’esecuzione può soprendersi nel notare come mente e corpo risultino destabilizzati senza l’utilizzo della vista. Torniamo così tutti al primo giorno di tappetino, insicuri ed estremamenti aperti a tutto ciò che arriva, azzerando le aspettative.
L’udito, il tatto e persino olfatto e gusto ci regaleranno sensazioni nuove e particolari diventando parte integrante della pratica. Possiamo definirla una piacevole avventura, completamente diversa, dove avviene una destrutturazione totale dei nostri automatismi a favore di azioni consapevoli, uniche e realmente vissute.

Nella mia esperienza come insegnante di yoga al buio ho imparato a considerare ogni sessione come unica e preziosa, dove il confronto con i praticanti è la base per costruire un percorso estremamente adattabile alle dinamiche del momento. Vi è nuovo linguaggio, quello fatto di rispetto dei tempi e di confronto attraverso la parola, il respio ed i sorrisi che si riescono a precepire anche ad occhi chiusi.

Partecipare ad una lezione di yoga al buio è qualcosa che ogni praticante dovrebbe provare, certamente ognuno ne trarrà il giusto beneficio.

Libera Pulici

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