3 0
Tempo di lettura:8 minuti, 57 secondi

L’estate per me è sinonimo di giornate lunghe, sole, caldo, colore della pelle ambrato, ma anche di viaggi, vacanze, convivialità, serate trascorse all’aperto. Se osserviamo questa serie di aggettivi possiamo notare che sono tutti in qualche modo sinonimi di qualcosa di estroverso, luminoso, splendente.

Secondo la filosofia tantrica non dualista śivaita kaśmira sette sono gli attribuiti della Realtà Ultima, di quello che possiamo chiamare Universo, o se può piacervi lo possiamo chiamare Dio. Uno di questi appunto è splendore, luce, luminosità, abbondanza, prosperità, bellezza. Tutto ciò si traduce con la parola sanscrita śri (in devānagarī: “श्री”).

Per analogia possiamo facilmente accorgerci che, almeno per me, l’estate significa qualcosa di simile alla manifestazione di questo attributo e lo possiamo rendere concreto vivendo la vita in questa direzione con spontaneità. Esso è piuttosto contagioso, un po’ come un bravo comico sa strappare un sorriso a una persona triste, śri ci stimola a ciò che è bello, al farci star bene.

Ho imparato a definire le persone entusiaste, che sono piene di iniziative piacevoli, divertenti, edificanti, prospere, come persone solari. Queste persone posseggono un’energia dentro di se piacevolmente contagiosa che fanno venir voglia di fare, di gioire, di creare, di vivere, perché loro per prime sono così.

Sempre seguendo la filosofia śivaita kaśmira noi siamo manifestazione in forma contratta di tutti gli attributi della Realtà Ultima. In altre parole abbiamo le stesse qualità ma in forma limitata ognuno di noi le ha miscelate in maniera individualmente unica. Diventa quindi facile ritenere che le persone solari abbiano particolarmente sviluppata la qualità di śri.

E’ affascinante come ripensando a tutti gli aggettivi che descrivono questa qualità come venga spontaneo notare che è contagiosa nello sviluppare anche le altre qualità. Basti pensare ad ānanda (आनन्द), la beatitudine. Quando il sole tramonta alle nove la sera, fa caldo, la nostra pelle abbronzata ci fa risultare più belli, possiamo fare delle lunghe escursioni in montagna o dei bei bagni al mare, come da gusti personali, la natura è rigogliosa, le piante e i fiori crescono abbondantemente, la vita si espande e tutto ciò in qualche modo è chiaro che porti a qualcosa che è in direzione della beatitudine, del piacere. Potremmo continuare questo parallelo con śri al centro e gli altri attributi attorno come raggi di un sole, ma desidero saltare a spanda (स्पन्द), la pulsazione. La pulsazione la possiamo cogliere semplicemente sedendoci, chiudere gli occhi ed osservare il respiro. Questa azione fisica di espansione e contrazione del corpo, dell’aumento e calo dell’aria nei nostri polmoni, dell’aumento e riduzione di volume è spanda. Così come in cicli di alcuni secondi, altrettanto nei tempi lunghi, nelle stagioni, possiamo vedere che ovunque ci giriamo possiamo trovare la pulsazione. Śri passando da soggetto a complemento, in un attimo spanda diventa così soggetto con le altre qualità di contorno, un passaggio del testimone che varia al variare di dove poniamo semplicemente la nostra attenzione.

Così come il fiume scorre, seguiamo la corrente delle parole per giungere alla pratica dello yoga (योग) ponendo l’accento sugli āsana (आसन). Le proposte sono due, che però volutamente non descriverò come sequenza, ma come linea guida, rimandando alla presenza di occhi e mani esperte la conduzione della pratica.

Śri ci porta fuori, da come si coglie dal significato degli aggettivi con il quale lo abbiamo tradotto. Mentre la pratica sul tappetino tende comunemente a portarci dentro, è una pratica introspettiva per definizione, di ascolto di sé stessi, di auto-indagine, di crescita del livello di consapevolezza, cioè ciò che ci porta verso la percezione intima della propria Coscienza individuale, l’ātman (आत्म‍). In apparenza quindi śri ci porta lontani dal nostro centro, tutto questo splendore dell’estate ci allontana dalla pratica degli āsana, ovviamente con 35-40°C diventa impegnativo per tutti. Infatti le sale degli studi yoga si svuotano, le persone vogliono fare altro, è evidente e sacrosanto.

Ma allora cosa possiamo fare? I centri yoga come il mio propongono in forma totalmente gratuita pratiche al parco, la sera, all’ombra, con l’insegnante che porta a spalle i tappetini per tutti e propone un dopo pratica al chiosco, tipo il terzo tempo del rugby. Oppure pratiche sui pontili o dighe foranee al lago e al mare. Un’altra proposta che quest’anno abbiamo avanzato è quella di unire giornate di svago e divertimento nella natura in barca a vela e pratiche di meditazione e āsana al mattino e la sera. Ogni insegnante di yoga, quindi, s’inventa, secondo la propria creatività, belle ed entusiasmanti idee per continuare la pratica con i propri cari amici di tappetino. Così si dà il massimo spazio al manifestarsi di śri!

Una volta convinti a srotolare il proprio tappetino ovunque siate a luglio e agosto come si fa per non collassare? E poi, è vero che tutto questo splendore ci allontana da noi?

La risposta è semplice, è sufficiente cambiare la modalità della pratica.

Pensiamo all’India. Una confederazione di stati grande quanto l’Europa. Dal clima estremo, a nord tanto freddo da far ghiacciare il fiume Indo in inverno (-20°C) e tanto caldo nella regione tropicale da potersi paragonare alle aree desertiche (+50°C), con un clima monsonico che durante la stagione delle piogge vede un tasso di umidità ben oltre il 90%. Come fanno gli indiani? Com’è possibile che là riescano a fare queste cose da migliaia di anni e le pratiche siano diffuse in tutto il paese?

Se riescono loro, possiamo anche noi, contemplando l’opposto questo è possibile.
Andando sul pratico bisogna scegliere un orario della giornata consono, la mattina presto o la sera sono preferibili, poi una zona all’ombra e ventilata è altrettanto importante e perché no, nella natura, in uno dei parchi delle nostre città è una soluzione piacevole. Poi, sembra una banalità, ma essere preventivamente ben idratati permette di affrontare la pratica in maniera più piacevole e perché no, una breve doccia fresca appena prima abbassa il senso di calore accumulato, intensificando in questo modo ciò che già avviene naturalmente con la sudorazione. Dopo gli aspetti logistici osserviamo l’opportunità di praticare al caldo al sorgere o al tramonto, come se con la nostra pratica salutassimo il sole esterno, contattando il sole interiore. Fondamentale l’attenzione al respiro, un respiro calmo e profondo ci mantiene concentrati su di noi anziché sul disagio che giunge dall’esterno dovuto al caldo e all’umidità.

Un buon prāṇāyāma (प्राणायाम) può favorirci in questo. Ne suggerisco due in particolare per l’estate. Il primo rinfrescante e calmante śītalī (शीतली), il secondo che va sempre bene, il purificante nadi śodhana (नदि शोधन). Poi il surya namaskar (सूर्य नमस्कार) per iniziare la sequenza di āsana e cominciare a muovere il corpo è quasi un must a tema.

Ciò che posso suggerire fra le innumerevoli pratiche sono quelle che espandono e allungano. L’allungamento muscolare è favorito anche dal caldo perché il tessuto muscolare si allunga più facilmente con minor rischio di stiramenti. Quindi una sequenza di mobilizzazione del cingolo pelvico per portarsi progressivamente in hanumānāsana (हनुमानासन) sarebbe molto azzeccata pensando anche al simpatico aspetto della mitologia indiana a tal proposito. Si racconta che Hanumān (हनुमान्) mezzo uomo e mezzo scimmia dalle enormi doti di resistenza fisica e forza sovrumana, da bambino fece un balzo così ampio e così in alto da riuscire ad afferrare con le mani il sole, avendolo scambiato per un frutto di mango. Vi lascio immaginare lo scompiglio che il piccolo ed irrequieto uomo-scimmia creò nel pantheon induista. Tant’è che gli venne fatta una maledizione dai saggi, facendogli dimenticare di essere un semidio e per tanto dotato di poteri sovrannaturali. Inoltre Indra (इन्द्र), re dei Deva (देव)e divinità della pioggia e dei temporali, osservando questa scena rivolse contro di lui la sua arma, il fulmine. Hanumān cadde rovinosamente perdendo i sensi. Il padre spirituale, Vāyu (वायु) fece in modo di poterlo curare e così Hanumān riconobbe Surya (सूर्य) come maestro, portò il suo corpo in orbita attorno al sole e gli chiese di accettarlo come discepolo. Surya rifiutò ripetutamente ma compiaciuto per la sua insistenza alla fine accettò e così che Hanumān diventò il discepolo del sole. Per queste e tante altre leggende possiamo così riconoscere quanto è sottile la distanza tra hanumānāsana e il sole. Com’è sottile la distanza tra Hanumān e śri, solo quando però si ricordava di avere grandi poteri. Allo stesso modo possiamo vedere un po’ di noi in Hanumān e progressivamente entrare in contatto con quella forza interiore che possediamo per manifestare intenzionalmente tutti gli aggettivi che sono collegati a śri: splendore, luce, luminosità, abbondanza, prosperità, bellezza. Ognuno scelga per sé cosa vuole esprime attraverso l’incarnazione di quest’āsana così potente come impegnativo, sia nella sua attenta preparazione che nell’esecuzione.

La pratica può proseguire o, se la proposta fosse troppo impegnativa per il lettore, essere sostituita da alcune torsioni.

Il potere delle torsioni ci riconduce con l’attenzione dentro di noi riequilibrandoci e purificandoci. Sotto un altro punto di vista dello yoga, quello legato all’aver cura di sé, la purificazione è un aspetto molto importante. Bisogna ricordarsi che durante l’inverno le condizioni climatiche e nutritive ci portano a intossicarci. Le giornate corte, il freddo, poco sole, il cibo ha una varietà notevolmente ridimensionata perché i frutti della terra in inverno sono pochi, i cibi sono pesanti e oleosi. Allora l’effetto che le torsioni fanno sulle viscere, torcendole, è di un benefico disintossicante. Inoltre, quest’azione torcente ristabilisce a livello neurologico un certo equilibrio. E’ noto che per una persona pacata, la torsione rivitalizza, viceversa per una persona particolarmente vitale porta pacatezza. Insomma in ogni caso le torsioni hanno una funzione importantissima: ristabilire l’equilibrio interiore. E’ noto dalla cronaca che quando fa particolarmente caldo assistiamo maggiormente a casi di violenza per futili motivi. Questo perché un po’ dormiamo meno e male e poi anche perché l’eccessivo caldo stimola il sistema nervoso autonomo di allerta e quindi siamo più irascibili andando oltre al confine di uno splendore interno manifesto perdendoci nelle sollecitazioni climatiche esterne. Quindi, possiamo riconoscere lo yoga come valido strumento qualora, appunto in estate, in un eccesso di esteriorità riconosciamo la necessità di riportarci nel nostro centro.

Ecco così che, sebbene venga spontaneo sfuggire dalla pratica, il nostro impegno per proseguire invece si deve imporre con maggiore insistenza. E’ contro-intuitivo, ma d’indubbia necessità. In questo modo sarà possibile dare continuità alla nostra pratica semplicemente adattandoci alla situazione, esercitandoci a contattare il bello che c’è in noi.

Massimo Gheda, La Fabbrica dello Yoga

Condividi l'articolo su:
Pin Share

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi