No, non ce l’ho proprio con te! Faccio anche io parte di quell’insieme di persone che per semplicità di comunicazione afferma di “fare meditazione”. Ma questo è raramente reale, anzi è proprio concettualmente errato, perché in effetti la meditazione non è qualcosa che si fa, ma è qualcosa che ci accade.

Andiamo con ordine. Il primo testo interamente dedicato alla disciplina dello Yoga è lo “YogaSutra” di Patanjali (non un autore in senso tradizionale ma un avatar, ovvero un’incarnazione umana del divino), redatto oltre 2.000 anni fa. In questo testo troviamo sia la definizione di Yoga, con annessa la spiegazione di questo cammino spirituale, sia la descrizione del concetto di meditazione.

Nel sutra numero due ci viene offerta la prima definizione di Yoga: si tratta della cessazione delle fluttuazioni della mente (per semplificare quindi, l’assenza di pensieri). Ecco che già riceviamo un primo schiaffo morale poiché, non solo spesso mentiamo (non sempre consapevolmente) quando affermiamo di fare meditazione, ma a quanto pare non è nemmeno così corretto dire che facciamo Yoga. Sfido, infatti, quanti di voi riescono a mantenere la mente completamente sgombra da pensieri per circa sessanta minuti di pratica yoga!

Successivamente, tra il secondo e il terzo capitolo, Patanjali illustra il suo celebre cammino dello Yoga sviluppato in otto passi o membra. In questa sede nomineremo solamente le norme etiche, la pratica di asana, il pranayama (esercizi di respiro) ed il pratyahara (la ritrazioni dei sensi all’interno).

Quello che veramente ci interessa in questo articolo sono le ultime tre membra, chiamate nell’insieme Samyama, e che vengono anche definite come i rami interni perché si spingono sempre più in quella profondità di noi, sede della Sorgente del Sé e di quel principio universale che tutto permea.

Il primo passo dei Samyama è il Dharana, che possiamo tradurre come la concentrazione ovvero la capacità di mantenere la mente focalizzata su di un oggetto, che sia fisico o immateriale. Ci sono diverse modalità con cui possiamo realizzare questo stato: la fissità dello sguardo su di un punto, la recitazione di un mantra, la concentrazione su di un mudra, l’osservazione della fiamma della candela (trataka) e altri mezzi ancora. Sono queste le tecniche che stiamo praticando quando nella maggior parte dei casi siamo convinti di meditare, ma in realtà stiamo facendo un esercizio di concentrazione. Ma perché allora questa attività viene spesso confusa con lo stato di meditazione? Perché quando manteniamo la concentrazione su qualcosa, senza lasciarci distrarre da altri pensieri, per un minimo di tempo raggiungiamo lo stadio successivo: Dhyana, la meditazione vera e propria.

Dhyana è lo stato che si genera senza la nostra volontà dopo oltre due minuti di concentrazione. Due minuti possono sembrare pochi, ma provate a restare per questo tempo con la fissità della mente su un unico oggetto di attenzione, senza nemmeno poter pensare “ce la sto facendo”. È proprio la sfuggevolezza la vera difficoltà della meditazione: nel momento stesso in cui ci rendiamo conto di averla raggiunta, a causa di questo pensiero di auto-consapevolezza, essa svanisce costringendoci a ricominciare il percorso da capo. Nella meditazione il flusso psichico scorre ininterrottamente dalla persona all’oggetto della contemplazione senza distrazione alcuna, senza l’insorgenza di altri pensieri. È quindi un’espansione di dharana: una concentrazione che non necessita più della nostra forza di volontà per ignorare i pensieri che ci possono distrarre, dal momento che  questi non vengono più generati. In questo stato della mente si producono i tanti benefici che sono stati dimostrati scientificamente, come la diminuzione dello stress, l’aumento della memoria e della creatività, l’abbassamento di stati di infiammazione, ecc.

Per quanto riguarda l’ultimo stadio del Samyama, il Samadhi, “l’integrazione”, non spenderò molte parole poiché si tratta di una condizione che ben poche menti illuminate dell’umanità hanno sperimentato. Si tratta della situazione mentale in cui viene trascesa la meditazione e dunque soggetto e oggetto della contemplazione vengono fusi  in un tutt’uno in quanto scompare il concetto di separazione e si sperimenta l’essenza autentica della realtà, non più viziata dal nostro sguardo individualista e separativista.

Per concludere, nonostante il titolo un po’ provocatorio, la mia intenzione non è quella di abbattere gli animi nei confronti del cammino della meditazione, anzi è quella di far rendere conto che lo stato di meditazione è ancora più elevato e appagante di quello che siamo soliti a sperimentare nella maggior parte dei casi. Il suo cammino parte sempre e necessariamente dalla concentrazione su di un solo pensiero stabile, lasciando fluire gli altri pensieri che possono insorgere senza degnarli della nostra attenzione. Quindi non ci resta solo che praticare e praticare, allenando la nostra mente alla concentrazione.

Buona lavoro!

Rossana Vanetta

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