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L’eleganza del movimento in armonia con il respiro

Nella vita di tutti i giorni, secondo la connessione causa-effetto, di fronte ad un problema cerchiamo subito la soluzione (visione lineare, da A a B). Lo Yoga porta invece il praticante, il sadhaka, ad acquisire la consapevolezza del processo in modo olistico (visione circolare). Ascoltando il respiro, ci rapportiamo a un movimento rotondo legato alle geometrie del corpo, strettamente connaturate alle forze che il respiro stesso veicola. Modificando la respirazione, si modificano i rapporti di forza legati alle geometrie fisiche e mentali negli asana.
Ad esempio, attraverso samasthiti – la posizione stabile, matrice di tutte le posizioni in piedi – impariamo a sentirci diritti in modo diverso rispetto alla postura che teniamo nel quotidiano e che rappresenta il nostro modo peculiare di esserci. L’esperienza del corpo sul proprio asse diventa la matrice in cui inscriviamo tutte le posizioni yoga in un movimento rotondo.

Sposando il movimento con il respiro, si accede a un bilanciamento di forze che va a ristrutturare il rapporto tra gli elementi compatti e gli elementi più elastici, a ogni livello del corpo.
Modifichiamo così il modo in cui le stesse forze s’integrano fra loro, disegnando, a partire dal corpo, una geometria sottile legata a un movimento di forze toroidali.
Siamo il mandala – il centro e ciò che ci circonda – e il vinyasa esprime l’intento profondo di raccoglierne l’essenza. Passiamo da geometrie angolari, imposte dalla mente, a spirali geometriche in armonia con la natura della vita. In un primo momento noi abbiamo a che fare con ciò che si vede, in seguito con ciò che si sente, infine con ciò che si percepisce.
Anche quando pratichiamo aggiustamenti negli asana, la riorganizzazione delle linee di forza del corpo, intese come i meridiani miofasciali, si armonizza con movimenti a spirale guidati dal respiro.

Attraverso lo yoga sentiamo l’analogia tra le geometrie e le forze, scoprendo che le leggi della natura funzionano in modo più elegante quando ci sottraiamo a un insieme di tendenze mentali, vritti, vincolate a movimenti angolari.
Attraverso il metodo dello yoga, impariamo a contrastare le tendenze entropiche mantenendo la mente nel luogo degli asana, disciplinando i sensi nella ritenzione.

Come leggiamo nel sutra 2.3 degli Yoga Sutra di Pantanjali, per tendenze entropiche intendiamo le afflizioni date da avidya – ignoranza spirituale nel non vedere come stanno le cose – da cui tutte le altre afflizioni scaturiscono in modo esponenziale. Le tendenze entropiche infatti portano al processo di identificazione, asmita, all’illusione di essere noi a percepire le cose, il soggetto percepente, distinto da ciò che è percepito, l’oggetto. Gli organi di senso si sono sviluppati per orientarci in questa realtà. L’errore spirituale, secondo le coordinate degli Yoga Sutra, sta nel considerare gli organi di senso come propri di un soggetto umano distinto dall’oggetto.

In sanscrito, il vedente (drashta) e il visto (dṛishya) sono i due princìpi entro i quali si gioca tutta la dialettica spirituale dell’uomo, che consiste nel diventare esso stesso consapevole del proprio ruolo di tramite/strumento del soggetto vedente per tornare alla sua natura essenziale. Il percorso dello yoga a partire dagli asana ‒ intesi come «mezzi attraverso i quali» ‒ consiste nell’acquisire strumenti sempre più sottili.
La drishti nell’Ashtanga Yoga è un upaya, uno strumento sottile che si acquisisce con la pratica, per completare il processo che ci porta dal pensare di fare la posizione, alla consapevolezza di essere la posizione offrendoci una visione sullo spazio interiore.

La ricerca delle geometrie sottili negli asana va di pari passo con lo sviluppo di viveka‚ il discernimento volto alla discriminazione, affinché si determini la percezione non mediata delle forze che mettono in essere l’asana. Così l’asana, nel metodo yoga, rientra in un progetto che conduce agli stati del samadhi.

Si modifica il rapporto con la prakriti, il divenire, attraverso lo strumento del respiro. Gli antichi hanno visto che il respiro è connaturale, non è soltanto il motore della vita, ma è lo strumento che ci permette di rapportarci con la complessità della vita stessa, rendendola accessibile. Attraverso l’attenzione al respiro, cambiamo la destinazione d’uso dei nostri sensi. Ad esempio, noi viviamo rapportandoci alla forza di gravità che permea il nostro mondo e ha dato le coordinate, la traiettoria della nostra evoluzione. Partendo da quell’esperienza, negli asana facciamo un lavoro a ritroso che, senza negarla, parte dalla forza di gravità e giunge a coglierla come parte di uno schema più ampio legato al movimento toroidale. Se i nostri sensi sono abituati a rapportarsi alle coordinate spaziali della forza di gravità, con la pratica attraverso il respiro modifichiamo il punto di osservazione, la prospettiva di quell’esperienza, superandone le barriere angolari.

Spostando il punto di osservazione, la forza di gravità ‒ con le sue traiettorie, con i suoi piani spazio-temporali definiti ‒ diventa volano per una percezione della realtà svincolata dal nostro angolo di visione che è influenzato dalla nostra storia personale costituita da abitudini, emozioni, traumi, esperienze.

Lo yoga è un metodo semplesso, si basa su un «paradigma di semplessità», termine che nasce dalla combinazione tra semplicità e complessità. Con questo intendiamo il modo in cui ci rapportiamo con la complessità della materia e del movimento insita in essa: nei primi rami dello yoga ciò avviene attraverso l’attenzione al respiro, strumento di conoscenza semplessa connaturato all’essere vivente. Nella pratica, il respiro ci permette di cogliere il mandala della posizione a partire dal movimento rotondo. L’errore dei nostri tempi è cercare sempre una connessione diretta causa-effetto, perdendo la coscienza di vivere in un flusso dove le cose accadono e, di conseguenza, l’opportunità di utilizzare lo yoga come un «catalizzatore di eventi».

Lo yoga fa sì che la mente sia stabile e ci orienti bene negli scenari della vita. A livello mentale ci sono i desideri di ottenere un risultato, ma il lavoro dello yoga agisce in modo più profondo, attraverso quei processi sottili legati ai mandala, geometrie circolari dove noi siamo il centro e al tempo stesso ciò che ci sta intorno.

Gian Renato Marchisio
Stefania Valbusa

Liberamente tratto dal libro “Ashtanga Yoga. Corpo, respiro, movimento nella pratica del vinyasa”
di Stefania Valbusa e Gina Renato Marchisio,
Macro Edizioni, settembre 2021

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