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Appena arrotolo il tappetino capita che le persone si avvicinino, curiose di conoscere il pranayama e lo yoga ma con già tanto sapere a riguardo, opinioni ed esperienze del tipo “una volta ho provato ma mi stavo addormentando” oppure “mi piacerebbe ma guarda quanto sono rigida, non arrivo a toccare le caviglie”. Bocche anche a forma di fontane gioiose da cui zampilla la timida volontà di provarci, l’ammissione di una titubante attrazione, ma ancora vaga.

Qualcuno dice pure “io sono una persona che ha bisogno di sudare quando fa sport” ed anche “non potrei proprio, ho problemi al collo, alla schiena, alle ginocchia…”.
Spesso si tratta di un parlare precipitoso, schermato da un’idea predefinita, magari frutto di una lettura parziale di qualcosa o di un commento condizionante assorbito per sbaglio, che non di rado possono già leggersi nel corpo come limitanti e condizionati.

Osservo da subito il loro respiro, l’addome che spesso non si muove, l’aria che percorre solo un tratto breve e non espande granché. Le parole che si inzuppano nel respiro fino a trainarlo in un percorso debole, troppo risaputo.

Argomentando intorno a queste due parole yoga e pranayama, straniere ma ormai di lessico comune, viene una voglia immensa – col tempo – di lasciarle lì sole e svestite, ma precise come sono. Senza aggiungere nulla alla loro perfetta essenzialità. Quando sfornite di spiegazioni e sinonimi di allargamento, appaiano come due vocaboli rotondi, due cellule vive e materiali, in stretta, reciproca connessione.
Tuttavia è anche vero che il compito di ogni insegnate sia quello di farsi strumento di trasmissione, utilizzando il linguaggio per dare indicazioni. Spiegare con le parole al minimo e l’ego – che è sempre in agguato – ridotto in briciole. Non si cerca di suggestionare o di legare qualcuno a sé. Sedersi a respirare non equivale a quel benessere atteso nel rilassarsi in una Spa.

Una volta, di fronte a domande incalzanti, mi è capitato di dire: se vuoi sapere cos’è lo yoga praticalo, se vuoi una vita amplificata comincia a togliere. E sorridi, mi raccomando! Porta gli angoli della bocca sempre un po’ verso l’alto, anche solo immaginando la tua bocca così. E’ il modo migliore per ringraziare in anticipo.

Quando inizio la lezione dal respiro, posso per molto tempo non dire nulla e lasciare che nel silenzio accada soltanto di respirare, io con gli altri e gli altri con me. Altre volte, per le diverse circostanze, guido attraverso le parole, a cominciare dal richiamo alla parola prânâyâma che si traduce in «controllo del respiro» o «estensione del respiro»: prana – significa forza vitale e ayama – significa allungamento, dico. E porto l’attenzione sul semplice che però ha in sé forza e volontà.

Mi soffermo a precisare che una caratteristica della funzione respiratoria è quella di poter essere sia spontanea e inconsapevole, che volontaria come guidata dal direttore d’orchestra. Quando è volontaria le tecniche del pranayama consentono di modificarne l’ampiezza, la localizzazione e la durata, agendo consciamente con l’assunzione del controllo, esercitando un potere personale.

Lo scopo principale di ogni pratica di respirazione risiede nel creare spazio interiore, affermo, eliminare le scorie mentali e fisiche che bloccano e disperdono le energie vitali e trovare così il luogo della calma, chiarezza e leggerezza interiore. Con l’attenzione e l’osservazione rivolta al respiro inizia l’indagine nel corpo. Ognuno di noi può essere presente a se stesso, presente all’appuntamento col proprio respiro. Che cosa significa precisamente? Che vuol dire?

Quando seduti, abbiamo tutti gli occhi chiusi guardiamo all’interno di noi stessi, dunque ascoltiamo il respiro, i luoghi del corpo in cui esso si sofferma e che sono attivi nel processo di respirazione. E’ una condizione di esistenza minima, semplice, neonatale, viva e non pensata e per questo complessa perché in lotta col pensiero.
Per agire sul prana occorre dapprima intervenire sulla mente, dunque scostare pensieri ed emozioni che meccanicamente la occupano e la offuscano, rinunciare al consueto attaccamento ad esse e all’influenza che esercitano anche sul corpo e sul respiro. Per trovare la calma interiore non è fuori che serve cercare; si cerca il distacco dalle azioni del prima e del dopo di adesso.

Le tecniche di respirazione sono armi, strumenti per fare grande conoscenza col proprio respiro, luogo in cui può emergere una sfumata intuizione, transita e poi fluisce. Lascia intuire, forse, che ciascuno può decidere di decidere da solo, affinché accada qualcosa. C’è come un segreto dentro il proprio respiro, è qualcosa che ha a che fare col potere… di andare oltre, di respirare oltre le clavicole, oltre il capo, salire all’infinito, scoprire e farsi scoprire.

Non è possibile fermare volontariamente il respiro fino a cessare di vivere, perché prevarrà istintivamente per salvarmi. Ma posso esercitarlo, farlo correre e dargli slancio, posso tenerlo compresso come una caldaia infuocata fra le costole e il bacino, scivolarci sopra svuotando tutte le espirazioni che sembrano di lunghezza infinita. Essenzialmente starci, stare esclusivamente col corpo rivolto al respiro e viceversa, finché i due diventano uno. E’ possibile intuire il distacco dalla meccanicità, dagli schemi mentali e dei limiti acquisiti, proprio maneggiando il respiro che solo in apparenza ha un percorso definito e ritmico.

Attraverso l’apprendimento delle tecniche del pranayama non si va a sostituire una teoria con un’altra teoria, non si ricerca un sapere, una convinzione e uno scopo, non si respira per un risultato legato a un’aspettativa ma si creano le condizioni di pulizia e spazio affinché sia il respiro a poter dare, nel tempo e se vorrà, indicazioni sottili. Affinché emergano, possiamo limitarci a dedicare del tempo al respiro.

PRIMA DI OGNI TECNICA L’OSSERVAZIONE

Mi siedo a gambe incrociate cercando la comodità nella posizione eretta. Mi siedo dentro di me. Gli ischi appoggiano sul pavimento o sostegno e la colonna vertebrale corre verso l’alto, si allunga ad ogni prossimo respiro fino al capo, appoggiato sull’ultima vertebra. La posizione seduta corretta è indispensabile per evitare di contrarre l’addome e richiudere le spalle; è sempre utile l’accorgimento di sedere su un sostegno.

ll raggiungimento della padronanza delle tecniche di prânâyâma comprende le seguenti tappe:

  • allineare e rafforzare la colonna vertebrale (seduta stabile, comoda ed eretta, ma non rigida);
  • osservazione del respiro spontaneo (autoesame per individuare i propri punti deboli);
  • liberazione ed espansione del respiro spontaneo nelle varie zone;
  • apprendimento di un respiro lento, calmo e profondo, ma non forzato;
  • controllo della parete addominale;
  • seguono le tecniche di prânâyâma con ritenzione volontaria.

Il respiro si nutre di ossigeno, entra fresco dalle narici ed esce caldo con le scorie da rilasciare. Per sganciare la mente posso iniziare ad ascoltare il suono del respiro dove l’inspiro entra nell’espiro e l’espiro entra nell’inspiro, diventa solido, unito.

OSSERVARE NELL’IMMOBILITA’ E NEL MOVIMENTO

Prima di iniziare la pratica yoga, si può scegliere l’ascolto di dieci calmi respiri naturali gonfiando la pancia e portando l’attenzione all’espansione nel bacino, petto, clavicole e fronte.
L’importanza delle pratiche respiratorie dipende dal fatto che il respiro riflette momento per momento lo stato psicofisico dell’individuo, e varia in relazione allo stato generale dell’organismo, all’attività fisica e alla condizione mentale. Respirare in un determinato modo rinforza l’emozione corrispondente. Quando il respiro è instabile la mente è instabile, quando il respiro è stabile la mente è stabile.

Appoggiando una mano sull’ombelico e una sullo sterno, si percepiscono i movimenti che avvengono su queste parti del copro al passaggio del respiro: forse entrambe le mani si muovono o forse una sola, e il movimento sarà esteso, oppure medio o superficiale. Per osservare la differenza fra la respirazione nei due lati del corpo, si appoggiano le mani sui lati esterni del torace, prima all’altezza delle costole più basse, poi sul medio torace, infine immediatamente sotto le ascelle. Si osserva così se il movimento tende ad allontanare le mani una dall’altra, e se è più intenso da uno dei lati. È l’espansione del torace a causare un aumento del volume interno che ha per conseguenza l’ingresso dell’aria; il contrario avviene espirando. Ad ogni  movimento, tratto respiratorio, apnea, si può portare l’attenzione sulle diverse parti del corpo coinvolte, concentrare qui il pensiero, l’attenzione e partecipare appieno al processo di respirazione.

In ogni sport o prestazione fisica impegnativa, se la respirazione è solo un processo automatico può accadere che risulti bloccata nello sforzo, convulsa e magari non in sintonia col corpo così da non rappresentare una vera risorsa per esso. In realtà l’attenzione rivolta alla respirazione, rafforzata dalle tecniche del pranayama, consente di unire corpo e respiro, cosicché io appartengo al respiro ed il respiro appartiene a me. Io sono l’osservatore, l’osservazione e l’osservato.

Raffaella Marini

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4 thoughts on “Pranayama, una lunga storia d’amore e di yoga

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