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E se fossimo tutti un po’ disabili? Come dirlo senza essere banali, polemici né tanto meno offensivi? Ho provato a far scorrere i pensieri, facendo emergere dal profondo le parole per dare la possibilità e lo spazio a questo articolo di scriversi da sé.
Vocaboli come handicap, disabile, invalido esprimono svantaggio, mancanza, assenza. Sottendono un confronto in diminuzione rispetto alla “norma”. In statistica la norma rappresenta il valore che compare più frequentemente, è solo un dato quantitativo, nulla di più. All’atto pratico, questi termini demarcano, costruiscono confini, contribuiscono ad alimentare nell’immaginario collettivo l’idea dell’Altro che è meno rispetto alla maggioranza.

In un periodo storico come quello attuale, in cui la forma conta più della sostanza, è di fondamentale importanza esserci per valorizzare le differenze, sapendo cogliere i particolari per scardinare i presupposti su cui si innestano disuguaglianze.
Fantastico spingersi oltre i limiti, fantastico pubblicare / postare le foto super fashion, fantastico fermarsi ad osservare la difficoltà dell’altro, e dare una mano per superarla. Così facendo, iniziamo a colmare il divario.

Si tratta di un gioco su piani sottili, è una danza di raffinati ascolti, di intensa pazienza nella ricerca dell’equilibrio perfetto. (Perfetto e diverso per ciascuno).
Non è un caso se a più voci viene sostenuta l’importanza di vivere lo yoga accompagnandosi a insegnanti e maestri che sperimentino su se stessi i benefici della tradizione, attraverso una pratica sincera e costante.

Lo yoga è alla portata di tutti, e un bravo insegnante può fare la differenza perché : – Udite udite… se siamo tutti un po’ disabili, ancor di più c’è bisogno di guide competenti – . E questo è fantastico. Un bravo insegnante può fare una lezione di yoga individuale con un disabile. Un grande insegnante può condurre una classe di yoga con un gruppo di disabili. Un ottimo insegnante riesce a far volare, nella stessa lezione, tanto il palestrato new entry, quanto il praticante di vecchia data, quanto il bambino di 18 mesi, quanto L., super mega disabile fisico e cognitivo di 71 anni, grosso come un armadio e simpatico da non crederci. Maggiormente un Maestro può formare un disabile in mezzo ad altri disabili (apparentemente abili) e renderli un gruppo di buoni praticanti / insegnanti.

E si, siamo tutti disabili, ciascuno a suo modo. Conoscere la propria disabilità, qualunque essa sia, permette di avvicinarsi a se stessi, con i pregi, i difetti e le peculiarità che con l’aiuto dello yoga impariamo ad amare e a limare.

Ma perché la disabilità arriva nel mondo? Genetica? Errore biologico? Tormento ambientale? Dolore familiare? Disastro culturale? O forse solo x ricordarci che stiamo tutti partecipando allo stesso gioco. “May all beings be happy” diceva qualcuno.

Yoga con i disabili non si può troppo teorizzare, si deve praticare. Ci sono talmente tante sfumature nella disabilità che forse non ha senso costruire dei paradigmi. Però, se ci pensiamo tutti disabili, possiamo prendere la tradizione, studiarla, praticarla e modellarla in base a chi abbiamo davanti. Questo si, possiamo farlo, qualunque sia la persona che si incontri. Così facendo, si riconferma il ruolo dello Yoga come strumento di rivoluzione sociale, capace di cambiare le cose dentro e fuori.
Se riusciamo a guardare al disabile, o meglio, all’Altro con lo sguardo dello yogin, allora riusciamo finalmente a vedere tutte le infinite possibilità.

Attraverso lo yoga apprendiamo ad osservare con uno sguardo che penetra più in profondità, che buca la superficie per andare oltre.
Se insegnate, praticate per i vostri allievi, praticate con loro, osservate, riflettete, aiutate l’altro a trovare soluzioni, create e sciogliete dubbi, scherzate sulle apparenti difficoltà. Se siete allievi fate lo stesso. Lo Yoga si rinnova nello scambio tra Maestro e allievo.
Accadono cose fantastiche, eppure sembrano così normali.

Dedico queste parole a Walter e a Jennifer, i miei Maestri, perché praticano quello in cui credono con amore e passione.

Silvia Mabs

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3 thoughts on “Yoga con i disabili: non si può troppo teorizzare!

  1. Buongiorno Yoga Magazine.
    Mi sfugge l’essenza dell’articolo.
    Il paradigma il riferimento dialettico è: siamo tutti disabili.
    Ed è chiaro.
    La filosofia Yoga e Samkhya rivoluzionano con i propri strumenti l’espressione corpo, respiro, sensazioni, mente.
    Ci prende per mano e ci conduce per un viatico dove il limite è parte del cammino.
    Non mi è chiaro la figura del Maestro (addirittura scritto in maiuscolo). Nel contemporaneo l’istruttore Yoga si forma in un triennio scegliendo la tradizione di riferimento e operando.
    Il settore di riferimento Yoga per disabili è lo Yoga senza barriere.
    Ovviamente le disabilità reali non figurate sono molteplici. Esiste il praticante con leggeri handicap, in carrozzina, con autismo leggero o importante, limiti corporei leggeri.
    Bene, la riflessione è la seguente: cosa c’entra la figura del Maestro capace di parlare ad un bambino di 18 mesi, a un disabile grave e a handicap cognitivi? Occorrono specializzazioni, formazioni, esperienze, non basta essere Istruttori di Asana, Pranayama e Dhyana.
    Siete d’accordo?
    Un caro saluto.
    Mauro Iacoviello
    La Dacia Hatha Vinyasa Yoga e Meditazione Bologna.

    1. Caro Mauro, siamo sicuramente d’accordo con te.
      Certamente chi insegna yoga a persone con disabilità non può essere un “semplice insegnante di Yoga”: è chiaro che serve una lunga preparazione specifica.
      Immagino che l’autrice dell’articolo abbia tutta la preparazione necessaria per assolvere questo difficile compito.
      Un saluto e grazie per il tuo spunto.

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