Aryeh Moshe Eliyahu Kaplan (1934-1983) è stato uno studioso ebreo ortodosso, autore di importanti opere nei campi della fisica e della Cabala ebraica. La Cabala (letteralmente “ricevuta”, “tradizione”) è l’insieme degli insegnamenti esoterici propri dell’ebraismo rabbinico, già diffusi a partire dal XII-XIII secolo. In un’accezione più ampia, il termine va ad indicare i movimenti esoterici sorti in ambito ebraico con la fine del periodo del Secondo Tempio.

Kaplan, in particolare, rappresenta uno dei più prolifici pensatori dell’Ebraismo moderno, con studi divulgativi su filosofia, Torah, Talmud e misticismo ebraico.

Le sue opere sono state spesso lodate per aver riportato alla pratica dell’Ebraismo molti ebrei laici.

Uno dei suoi saggi più interessanti è quello sulla meditazione ebraica, attraverso la quale Kaplan ci conduce alla riscoperta della meditazione, una pratica, come lui stesso afferma, messa un po’ in disparte dall’ebraismo ufficiale.

Kaplan scrive che la meditazione in senso generale è riflettere in maniera controllata, decidere per  un certo lasso di tempo la direzione del pensiero e canalizzarlo in quella direzione.

La mente umana, afferma Kaplan, rifiuta di farsi addomesticare e sembra avere una propria volontà ed il pensiero risulta difficile da controllare.

La riprova è nel cercare di smettere di pensare. La nostra mente è attraversata da un flusso costante di pensieri, difficile da interrompere. Si possono chiudere gli occhi e la mente genera una serie di lucori che poi si dissolvono. Immagini che spariscono nello stesso tempo in cui si tenta di coglierle.

La visualizzazione è una tecnica di meditazione che consiste nell’evocare un’immagine nella mente, cercando di tenerla fissa, come se volessimo inciderla.

La mente, quindi, pare avere una volontà propria e due facce: una sotto il controllo della volontà cosciente e l’altra no, quelli che noi conosciamo come conscio e subconscio. Scopo della meditazione, dunque, è arrivare alla padronanza del subconscio.

La respirazione, che è automatica, e quindi sotto il controllo del subconscio viene utilizzata nella macchina della verità. Il fantasticare è un punto di confluenza tra conscio e inconscio.

Imparando a dirigere il nostro fantasticare, possiamo imparare a dirigere l’inconscio. Talvolta le varie parti della mente agiscono in maniera indipendente originando conflitti, che possono, se forti, dare l’impressione di aver una doppia personalità. Un esempio è la tentazione sessuale. Con la meditazione si arriva al controllo del pensiero, restando padroni, senza più pressioni, dell’inconscio.

La cabala definisce il normale modo di pensare come mochin dekatnuth ossia mentalità del bambino, mentre definisce i modi e gli stati del pensiero più elevati mochin degadlut ossia mentalità dell’adulto. Finché non si è padroni della propria mente non si può arrivare a una concentrazione totale. Nello stato di meditazione, il cui scopo è accrescere la percezione, è possibile eliminare le interferenze. Per arrivare alla contemplazione, ad esempio, bisogna fare silenzio nelle parti della mente che non sono concentrate, così si eliminano le interferenze.

Un modo più elevato è quello di focalizzare una più vasta parte della mente sull’esperienza. Vedere una rosa in stato di meditazione è diverso che in stato di coscienza normale.

Molti ciechi imparano ad orientarsi ascoltando gli echi subliminali degli immobili e battono con il bastone per provocare questi echi, ma la cosa strana e che dicono di sentire e non di udire. Quindi il cieco non udirà l’eco, ma sentirà la presenza di un ostacolo. Tali echi non sono udibili dai vedenti perchè accecati dagli stimoli visivi.

Nella medicina tibetana, proprio come nella Cabala, si può arrivare a diagnosticare una malattia, soltanto sentendo il polso.

Una delle verità più sfuggenti è la coscienza di sé stessi. Di solito ci vediamo attraverso lo spesso velo dell’Io ed è per questo che è impossibile percepirci allo stesso modo degli altri, ma grazie alla meditazione possiamo sollevare questo velo (il velo di Maya della tradizione induista).

La meditazione può portare a una presa di coscienza spirituale.

Le esperienza mistiche più intensi furono quelle dei profeti biblici, che non erano indovini, ma persone che grazie alla loro spiritualità potevano acquisire informazioni.

Tra i metodi di meditazione di derivazione ebraica si annovera la meditazione su un versetto biblico chiamato gherushim usato già dai mistici di Safed nel XVI secolo. Il versetto può essere sia verbale che visualizzato. Si tratta di una meditazione diretta all’esterno non strutturata.

L’oggetto della meditazione può essere anche qualcosa di diverso dal versetto biblico. Rabbi Nachman di Breslav usava l’espressione “padrone dell’universo”(non potendo usare il nome di Dio) in maniera mantrica.

La meditazione può quindi essere di numerosi tipi: visuale o verbale, strutturata o non strutturata, rivolta all’interno o all’esterno.

Si può meditare anche attivando l’udito ed ascoltando particolari suoni come ad esempio quello dell’acqua, il canto di un grillo o una nota ripetuta. Ma la meditazione può servirsi anche dell’odorato. Si può meditare anche sui movimenti del corpo, tecnica usata dai sufi e anche da alcuni chassidim.

Oltre alla meditazione Yoga e Cabala hanno anche altri interessanti punti di incontro. In entrambe queste antiche discipline, si porta grande attenzione alle tecniche di respirazione. Durante le meditazioni, si praticano pause dopo l’inalazione o l’esalazione finalizzate a trattenere o fondere l’energia vitale individuale con quella universale. Le tecniche di respirazione risultano complesse se apprese solo a livello teorico, mentre la pratica passa attraverso passaggi fisico-emotivi che trascendono ogni comprensione.

Molte affinità si trovano tra il Kumbhaka (sospensione naturale del respiro) yogico e la Cabala dei Nomi. In entrambi i casi la pratica conduce il praticante ad una dimensione di percezione delle proprie potenzialità più inaspettate che trasformano la sua capacità di potere e sintonia con l’infinito. Dal punto di vista fisiologico vi è una presa di coscienza di accesso a “dimensioni sottili” con un potente controllo del proprio sistema nervoso centrale e di stimolazione della dilatazione dei capillari e dell’attività sinaptica del cervello.

Entrambe le pratiche giungono ai medesimi risultati, che vengono chiamati con molti nomi: risveglio della Kundalini o della Shekinàh, liberazione della mente dalle dipendenze negative (sentimenti, emozioni, pensieri, percezioni, sensazioni effimere, etc.), cessazione delle dualità, raggiungimento di una dimensione di equilibrio vitale. Esse, come noto, rappresentano il vero obiettivo di chi si avvia verso la pratica di queste antiche discipline.

Si tratta della dimensione di completamento della via regale che nella Cabala accende i Sentieri attraverso le Sephiroth dell’Albero della Vita e che nello Yoga viene riconosciuta con il termine Raja.

In entrambi i casi il corpo del praticante viene metaforicamente considerato l’altare sacrificale (posto nel sancta sanctorum del Tempio), il respiro l’offerta, l’espirazione è il fuoco e l’offerta consumata dal fuoco una sola cosa.

Massimo Mannarelli

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