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Il rapporto tra cristianesimo e yoga è sempre stato controverso: secondo Ratzinger non solo l’offerta delle religioni orientali si muove su diversi livelli, ma ci sarebbe uno yoga ridotto ad una specie di ginnastica che offrendo qualche elemento che può dare un aiuto per il rilassamento del corpo, può essere praticato se liberato da ogni elemento ideologico.

Ratzinger sollecita a fare attenzione a non introdurre in una preparazione fisica una determinata visione dell’uomo, del mondo e della relazione tra  uomo e Dio poiché dal momento in cui compaiono elementi che pretendono di guidare ad una “mistica”, diventano strumenti che conducono, il cristiano, verso una direzione sbagliata.

Ratzinger afferma che la stessa definizione di “yoga cristiano”, comporta in sé una ideologizzazione e apparizione di una religione correndo il rischio che lo yoga diventi un metodo autonomo di “redenzione”, privo di un vero incontro tra Dio e la persona umana.

Il monaco benedettino, Jean Marie De Chanet autore del libro “Lo Yoga per i cristiani” (1983) afferma invece che lo yoga pone  l’uomo in relazione con il suo ambiente e con il mondo.

Secondo De Chanet in Occidente si ha una spiritualità idealista che da secoli predica la fuga dal mondo portando ad una spiritualità basata sull’opposizione tra ciò che è fisico e materiale e ciò che è spirituale, tra ciò che è umano e ciò che è divino, tra la carne e lo spirito, il mondo e Dio.

Per De Chanet bisogna ricostruire l’unità (yoga) di tutte le componenti dell’essere umano, fatto di cose eterogenee: corpo e spirito, carne e io profondo. Bisogna prendere coscienza che il corpo umano è il punto di partenza della ricerca di Dio. Non bisogna certo vivere per il corpo, ma bisogna pure ricordare che non possiamo vivere senza di lui e trattarlo con saggezza.

De Chanet afferma che se c’è equilibrio nel corpo c’è equilibrio anche nello spirito e in tutto l’uomo. La materia non è mai sola e lo spirito non è mai solo. Gli indù avevano capito il valore di questo cuore che fa l’unità dell’uomo. In fondo a questo cuore esiste il « purusha » (ciò che è spirito), ma «purusha» può manifestarsi soltanto attraverso la materia. Si deve perciò dire che il corpo manifesta lo spirito.

Lo yoga cristiano è tuttavia uno yoga interiore, integrale che tiene conto della pienezza dell’essere che si è integrato con le forze che Dio mette a sua disposizione.

La contraddizione è puramente nella mente e l’intellettuale non arriva a conoscere, con il suo metodo, che una minima parte della realtà e di Dio. La visione cristiana è un completamento, perché vi aggiunge il dialogo interpersonale tra Dio e l’uomo.

Lo yoga cristiano aiuta a capire che Dio è persona in perpetuo rapporto con il mio io. Dio è una realtà a cui voglio partecipare sempre di più, come un altro da me, e un altro in cui mi riconosco, che entra nella mia contemplazione; all’interno della quale  l’annuncio cristiano porta un completamento qualitativo allo yoga orientale.

Padre Andrea Schnoller, un frate francescano. autore del libro “La via del silenzio. Meditazione e consapevolezza” (1995) afferma che se si considera lo yoga come pratica ascetica, non vi è contraddizione alcuna con la tradizione cristiana, poiché molte discipline yogiche erano presenti negli esercizi spirituali del cristianesimo, come ad esempio la pratica del raccoglimento sul respiro.

In effetti nel “Racconto di un Pellegrino russo” si dice esplicitamente che attraverso il respiro noi entriamo nel cuore, inteso come luogo del raccoglimento al di là della proliferazione mentale, al di là della proliferazione emotiva, in maniera molto vicina al Citta Vritti Nirodha di Patanjali.

Inoltre, continua Padre Andrea, la pratica della ripetizione del nome di Gesù nel Kyrie Eleison è una forma mantrica,  come la ripetizione della Om.

E’ bellissimo confrontare i due testi, perché Patanjali dice che attraverso la ripetizione del canto della sillaba Om, che va ripetuta con devozione, con amore verso Ishwara si ritorna  verso la conoscenza del vero sé superando tutti gli ostacoli a quella conoscenza.

Il Pellegrino russo dice che attraverso la pratica del mantra si apre la porta per il definitivo ingresso nel cuore, nel grande silenzio che accompagna in tutti gli incontri della vita e si fanno confluire verso di sè tutte le virtù, la pace, la letizia, l’amore.

Il Sè non è altro che tutte le virtù, perché quando tu sei tutte le virtù, finalmente hai trovato te stesso, non senti più nessun bisogno interno. Così la pratica del corpo: non è dato sapere per esempio che pratiche di consapevolezza del corpo avesse San Francesco d’Assisi, ma il fatto che San Francesco d’Assisi, pur essendo un uomo del Medioevo, arrivava a dire che non solo il corpo è nostro fratello ma dice ai frati: “quando voi girate per il mondo, iniziate il vostro cammino il mattino presto e pur camminando per le strade del mondo, sentitevi come in un eremo perché portate con voi la vostra cella, fratello Corpo”. E un frate che non è capace di vivere raccolto nella cella che si chiama corpo invano cerca un’altra cella per raccogliersi. Il che vuol dire che esisteva una forma di consapevolezza del corpo.

Secondo Schnoller, la meditazione può aiutare l’uomo moderno non solo ad uscire dalla dispersione, imparando a spegnere il motore, a sederci per andare in profondità verso l’io che dà senso alle cose cose di cui c’è un’urgenza assoluta se non vogliamo diventare dei nevrotici, dei depressi o dei disperati.

Se parliamo della meditazione in sé, come educazione della mente alla presenza che ascolta, non c’è meditazione cristiana o buddhista, la meditazione è uguale per tutti ed è per questo che tutti i grandi maestri del passato di tutte le tradizioni insegnano il silenzio: quando preghi taci, permetti a Dio di illuminare la tua coscienza, non si proiettano le proprie parole sulle cose, ma si permette alle cose di parlarci: questo si trova alla base di tutti i cammini spirituali.

Per Padre Antonio Gentili, frate barnabita, autore di diversi libri sullo Yoga,  asana e meditazione sono due preziosi strumenti per avvicinarsi a Dio.

Gentili in “Le ragioni del corpo. I centri di energia vitale nell’esperienza cristiana” (2007) propone  una sorta di “fisiologia mistica”, una mappa del corpo incentrata sui “centri di energia” (chakra) individuati dalle tradizioni orientali, veicolate in Occidente soprattutto dallo yoga. Tema questo già affrontato da padre Giovanni Vannucci in  “Lo Yoga cristiano. La preghiera esicasta” (1978) dove si accenava a due centri sottili, nei quali l’attenzione deve sostare durante l’esercizio della respirazione, legato alla Preghiera del Cuore.

Padre Gentili che pratica regolarmente yoga e meditazione ricorda che  partire dagli anni Sessanta, in ambito cattolico hanno cominciato a diffondersi le tecniche meditative dell’Asia, in particolare dello Zazen. L’orientalista tedesco, Karlfried Von Dürckheim ebbe l’occasione di soggiornare in Giappone dove conobbe tale metodo. Tornato in Germania ne parlò con il catecheta Klemens Tilmann (1904-1984) che cominciò a praticare e scrisse diversi libri. Il metodo proposto da quest’ultimo è quello dello Zazen impostato sul respiro nelle sue quattro fasi. Le prime due si focalizzano sull’espiro che prevede una durata prolungata, la fase intermedia vede la ritenzione a polmoni vuoti, infine, segue l’inspiro. Le parole che si legano ai diversi stadi sono: abbandonare, discendere, unirsi, rinnovarsi; trasformate dall’autore in “via da me, verso di Te, tutto in Te, rinnovato da Te” dove questo “Te” si riferisce a Dio. Contemporaneamente ai testi di Tilmann, il monaco trappista statunitense Thomas Merton (1915-1968) non solo fu molto amico del monaco vietnamita Thich Nhat Hạnh (buddhista zen e pioniere della Mindufulness in Occidente), ma scrisse diversi volumi sulle grandi tradizioni mistiche e meditative dell’Oriente.

Anche Ramon Panikkar (1918-2010) affermava “Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”.

Gentili ricorda che il cardinale Martini si espresse in modo lusinghiero, lodando l’integrazione all’interno del suo centro tra le diverse discipline meditative, nel pieno rispetto della tradizione cristiana, anzi nella sua più piena valorizzazione.

I Barnabiti, così come i Gesuiti, sono nati in un’epoca in cui aveva molta importanza la meditazione. Per altri ordini monastici, invece, ha sempre avuto un peso maggiore la liturgia delle ore: l’attività del silenzio veniva lasciata alla libera iniziativa dei monaci e di solito si collocava alla fine di questa pratica. La meditazione è una preghiera in cui viene sottolineato l’aspetto interiore dell’assenza di parola. Nelle prime costituzioni dei Barnabiti si dice che la preghiera interiore apporta l’energia necessaria per conseguire un’evoluzione e un progresso spirituale.

Gentili afferma che la visione yogica pone l’accento sul rapporto stretto fra l’esterno e l’interno. Considerando che “yoga” vuol dire “unione”, si capisce che l’esercizio fisico con i movimenti e le posizioni stabili aiuta a raggiungere pienamente quelle condizioni di armonia e ordine interiore che portano allo stato meditativo. Con il pratyahara (ritiro dei sensi) e con il mantenimento prolungato degli asana ci si av vicina sempre più a una dimensione di beatitudine.

Anche Gentili sostiene che nella tradizione dei padri del deserto il mantra usato era la frase “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni e prestami aiuto”; mentre nelle Upanishad la “Om”, il mantra dei mantra, è l’arco che consente alla freccia dell’anima di raggiungere il bersaglio (Brahman). Tale definizione corrisponde a quella che viene data in Occidente alla giaculatoria. “Iaculum” in latino, infatti, equivale a giavellotto. Quindi, il significato del mantra presente nella letteratura induista è simile a quello elaborato dalle tradizioni cristiane. Nel libro la “La nube della non–conoscenza”,  di mistico anonimo inglese si suggeriva come sostegno di una preghiera contemplativa le parole “Dio amore” che polarizzano la mente e la bloccano. Da qui si arriva a un risveglio del cuore. La dimensione del sentire, quindi, si sviluppa quando tace quella del pensare.

Herny Le Saux noto con il nome indiano Abhishiktananda (1910-1973) scriveva: “Se il mistero cristiano è vero lo si ritroverà intatto anche all’interno dell’esperienza svuotante del Vedanta“. In fondo è stato così. Tra le sue ultime e più enigmatiche frasi c’è un’espressione radicale: “Il Cristo per me sono io”. In questa esternazione c’è tutto il cristianesimo, ma c’è anche l’advaita, la non dualità del Vedanta, sebbene negli ultimi anni si sia piuttosto avvicinato al tantrismo.

L’interesse cristiano per lo Yoga e i Veda proseguirà anche con Bede Griffith monaco e sacerdote benedettino che lasciò il corpo nel 1993 con il nome di Swami Dayananda. Quest’ultimo che scrisse anche “Fiume di Compassione. Un commento cristiano alla Bhagavad Gita”, affermò che “Stare attenti vuol dire vivere nel momento presente, non essere imprigionati nel passato e nemmeno anticipare eventi futuri che potrebbero non accadere. Allorché siamo pienamente coscienti del momento presente, la vita si trasorma e l’ansia e lo stress scompaiono. Gran parte della vita se ne va nella febbrile anticipazione delle cose da fare e nella conseguente sospensione d’animo. Dovremmo imparare a fare un passo indietro nella libertà e possibilità del presente”.

Anche Padre Anthony de Mello (1931 – 1987), gesuita, scrittore e psicoterapeuta indiano, scrisse libri caratterizzati dall’incontro tra la religione cristiana e le tradizioni orientali con un focus sulla meditazione e la consapevolezza.

Padre GianVittorio Cappelletto (1928-2009), fondatore del movimento “I ricostruttori della preghiera”, si sofferma sul metodo esicasto cristiano ricordando che la partecipazione del corpo alla preghiera è sempre stata, dai monaci esicasti stessi, non solo raccomandata, ma ritenuta come condizione necessaria.

Cappelletto è stato autore del libro “Il corpo come tempio” (1983), un testo che spazia dalla meditazione, ai benefici delle asana, sino a giungere alle cure alternative (uso di erbe e argilla), e quant’altro.

Padre Cappelletto dichiarò di aver seguito per alcuni anni “un monaco indiano, buon maestro di preghiera profonda. Era un tantrico, di quelli cioè che praticano antichissimi metodi yoga…..”.

Bianco nel suo articolo “Discernimento e meditazione”, scrive che Padre Cappelletto ha riassunto il suo incontro con lo yoga tantrico in un numero della rivista “Communio” (luglio-agosto 1980, Milano, n°52) in cui fa un riferimento all’incontro con un esponente indiano di un gruppo di meditazione tantrica. Questo gruppo risponderebbe al nome Ananda Marga, una setta di matrice induista a cui sono stati associati eventi di cronaca nera in Italia e non solo, e il cui sistema di pratiche spirituali è spiegato come una sintesi della filosofia Vedica e Tantrica. Come quest’ultima anche “La Missione dei Ricostruttori nella preghiera” è balzata alle cronache con il nome per l’uccisione, nel 2015, di don Lanfranco Rossi, ma soprattutto per la torbida vicenda dell’abate Pierangelo Bertagna condannato per pedofilia tra il 2005 e il 2008, che ha ammesso di aver compiuto 38 casi di abusi sessuali su minori, anche molto piccoli.

Attualmente il movimento ruota intorno alla figura del monaco “tanatologo” Padre Guidalberto Bormolini che svolge ritiri di meditazione sulla Compassione Universale e che non vede contraddizione alcuna tra pratica dello yoga e cristianesimo.

Cappelletto ricorda che fin dal VI secolo Giovanni Climaco parlava della preghiera unita al respiro; lo stesso Gregorio di Nissa  affermava che «il corpo è lo strumento dello spirito», quasi come il flauto nelle dita del flautista, il vero e proprio «compagno di lavoro dell’anima».

L’anima si serve del corpo e lo usa per conformarlo a sé stessa, lo trascina con sé, purificandolo, affinché partecipi alla gloria eterna dopo la resurrezione finale. Se quindi il corpo non è in sé stesso il ricettacolo del male, allora nemmeno i sensi e le passioni sono in sé negativi, occorre semplicemente saperli bene indirizzare.

Nell’esicasmo, al contrario, continua Cappelletto, l’ascesi è vissuta come una pratica che valorizza il corpo e ne presuppone l’importanza in vista dell’esperienza spirituale. Da qui vengono tutte le prescrizioni che riguardano il corpo: lo stile di vita, l’abbigliamento e il regime alimentare. Non una penitenza, ma una pratica ascetica intelligente che ricorda l’allenamento di un atleta, paragone già utilizzato tra l’altro da San Paolo (1Cor 9, 23-26). Infatti in seguito all’Incarnazione i nostri corpi sono divenuti “templi dello Spirito” (1Cor 6,19). Tale posizione è sostenuta anche da alcuni Padri della Chiesa: «Il Verbo si è fatto carne, per riportare la nostra carne sulla via dello Spirito…affinché tutta la pasta sia santificata con lui, poiché le primizie erano state santificate in lui».

Il testo più importante che caratterizza la preghiera come metodo “psicofisico” è forse “Il Metodo d’orazione”, attribuito per lungo tempo a Simeone il Nuovo Teologo, ma probabilmente di altro autore monastico proveniente dal Monte Athos. I temi fondamentali sui quali si fonda il metodo “psicofisico” sono:

  • il tema del sedersi in solitudine prestando attenzione alla posizione.
  • il controllo della respirazione.
  • il metodo di esplorazione interna
  • la discesa della mente nelle “viscere” alla ricerca del luogo del cuore.
  • la recita continua dell’invocazione del nome di Gesù collegata al cuore o al respiro.

Il tema del cuore occupa il posto centrale nella mistica, nella religione e nella poesia di tutti i popoli, ma questo viene accentuato in modo del tutto particolare nella preghiera esicastica al punto da essere definita anche come “preghiera del cuore”. I Padri amavano usare una metafora per mostrare il ruolo fondamentale del cuore nella vita mistica: come la pupilla dell’occhio è, per così dire, il punto di contatto tra il mondo esterno e quello interno, così deve esserci nell’uomo un punto misterioso attraverso il quale Dio entra nella vita dell’uomo con tutte le sue ricchezze. Questo punto dagli esicasti è ritenuto essere il cuore. Di conseguenza il «cuore limpido è la dimora della divinità».

John Main che apprese in Malesia da un monaco indiano lo via della meditazione, sostiene che la preghiera silenziosa, non concettuale, era rara e sconosciuta per molti cristiani moderni.

L’antica tradizione contemplativa cristiana era stata, infatti, dappertutto dimenticata e sostituita dalla «preghiera mentale» e rituale.  Quando Main, nel 1958, entrò nell’ordine Benedettino a Londra, gli consigliarono di rinunciare alla meditazione, poiché si riteneva che non rientrasse tra le pratiche devozionali cristiane. Ma nel 1969 John Main riscoprì la tradizione di meditazione cristiana chiamata «preghiera pura»: un’antica forma diffusa nel IV secolo da Giovanni Cassiano, che tramandò gli insegnamenti dei Padri del Deserto, i primi monaci cristiani a San Benedetto e alla Chiesa occidentale. Perciò John Main riprese a meditare e dedicò il resto della vita a insegnare ai laici questa tradizione perduta del cristianesimo; ritenendo che fosse importante per il mondo ripristinare nella vita quotidiana l’uso di una pratica spirituale profonda. Egli raccomandava di meditare due volte al giorno, la mattina e la sera, integrando eventualmente questa con altre forme di preghiera.

John Main morì nel 1982. La sua opera oggi è portata avanti da una sempre più vasta rete di gruppi di meditazione cristiana. La “Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana” con centro internazionale a Londra, che ruota intorno alla figura di Padre Laurence Freeman.

Massimo Mannarelli 

https://massimo-mannarelli6.webnode.it

Se interessati ad approfondire questa ed altre forme di meditazione: dervishyoga@libero.it

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