Quando si cerca di definire lo Yoga ci si trova sempre di fronte ad un oceano di informazioni, e diventa necessario fare una scelta sugli argomenti da trattare. Il fatto che questa disciplina sia così vasta dipende dal fatto che è strettamente collegata all’essere umano e alla sua semplice complessità. Lo Yoga, infatti, sostanzialmente parla del legame che unisce l’uomo alle cose che lo circondano e delle comunicazioni che avvengono a livello fisico, emotivo, psicologico e spirituale.

Quando cerco di definire lo Yoga preferisco parlare della mia esperienza pratica e di quando mi sono approcciato per la prima volta a questa disciplina. All’epoca ero ancora un giovane studente universitario curioso, annoiato e confuso. Non so bene che cosa mi affascinò dello Yoga, venivo da un background completamente diverso, nessuna influenza esotica da parte dei miei contesti familiari ed amicali e così di punto in bianco, rimasi colpito dalla calma eleganza che mi ispiravano i gesti semplici delle Asana. A quel tempo soffrivo di un leggero disturbo d’ansia di cui non ero consapevole e di gastrite. Così decisi di acquistare un libro sullo Yoga, il primo che mi capitò per le mani, dove venivano suggeriti alcuni esercizi da fare a casa con qualche indicazione generica. Provai ad esercitarmi da solo per qualche tempo, rischiando anche di farmi male per poi capire che avevo bisogno di un insegnante competente. A quel tempo riuscire a trovare una persona che conoscesse bene la materia e che ne avesse fatto motivo di vita, studiandola profondamente, era molto difficile, ma  fortunatamente, dopo vari tentativi falliti trovai la mia sadhana sotto la guida attenta del mio insegnante che con esercizi semplici e piccoli respiri profondi mi insegnò l’importanza del prendermi cura di me stesso.

Giorno dopo giorno le cose iniziarono a migliorare, prendevo consapevolezza dei miei limiti fisici, avvertivo le piccole contratture dovute alle abitudini posturali sbagliate e l’ansia piano piano svanì. Compresi poi l’origine delle mie insicurezze ed allo stesso tempo iniziai via via a sentirmi più forte ed energico.

Lo Yoga è proprio questo: installare l’abitudine a prendersi cura di noi stessi, ascoltando i propri bisogni naturali e ad assecondandoli quando è possibile.

Patanjali nel celebre aforisma che definisce lo Yoga “YOGA CITTA VRITTI NIRODHA” (lo Yoga avviene quando la mia mente è presente a ciò che faccio) ci manda un messaggio preciso e ci invita ad osservarci per quel che siamo, quali sono le cose, i gesti e le persone che ci rendono felici mentre impariamo a riconoscere le dinamiche che ci indeboliscono e ci levano energia danneggiandoci. Questo processo  è un processo di cambiamento che concretamente potrebbe significare anche modifiche importanti nella nostra vita come il fatto di cambiare un lavoro che non ci gratifica adeguatamente, oppure valutare un trasferimento in un altra casa o città, oppure rivedere  le amicizie e le situazioni sociali  alle quali siamo abituati. Tutto questo purchè sia fatto per gradi e realmente in armonia con i nostri bisogni personali che per ognuno di noi sono autentici.

Questa delicata attenzione viene definita Vinyasa. Vinyasa deriva dal sanskrito ed è composto da due termini, “NYASA” che significa porre attenzione e la parola “VI” che ci indica come farlo, e cioè nel modo giusto, a seconda del contesto in cui siamo. Questa attenzione rigorosa implica che in natura esistano sequenza di fasi che si sommano una all’altra con uno scopo di progressione. Il Vinyasa è un modo specifico di praticare Yoga ed in senso più ampio, può essere paragonato all’atteggiamento mentale corretto e necessario  che ci serve per affrontare ogni circostanza della vita.

Il mutamento delle cose in noi ed attorno a noi è senza sosta ed avviene grazie ad un susseguirsi di fasi che si legano l’una all’altra come ad esempio i processi catabolici delle nostre cellule o il cambiamento delle stagioni, il crescere ed il calare delle fasi lunari o le emozioni che sorgono dalle nostre relazioni con gli altri, sono tutti dei Vinyasa, sono progressive sequenze che si svelano con armonia ed intelligenza una dopo l’altra, dove in ognuna di esse è già presente la successiva.

Dunque Vinyasa è l’arte di legare un movimento all’altro con un ordine preciso considerando sempre il punto da cui partiamo e la meta che vogliamo raggiungere, sia esso un potenziamento muscolare, un allungamento tendineo oppure un tentativo di alleviare il dolore provocato da una lombalgia.

Questo modo di praticare Yoga è stato realizzato e codificato da colui che viene definito come il padre dello Yoga moderno Krishnamacharya, insegnante di figure importanti e conosciutissime in occidente come BKS Iyengar e K. Pattabhi Jois. Krishnamacharya viene iniziato, fin da piccolo allo Yoga e al sanskrito e approfondisce la grammatica e la logica. Nel corso dei suoi studi riceve l’insegnamento completo del vedanta, inoltre viene iniziato al più antico dei sei grandi sistemi ortodossi della filosofia indiana, il samkhya.

Nello stesso periodo la pratica dello Yoga diventa sempre più importante per lui e decide di trasferirsi in Tibet per seguire gli insegnamenti direttamente da Rama Mohana Brahmacharya. Trascorsi 8 anni con il suo maestro compie un pellegrinaggio di studio affinando le sue conoscenze religiose e filosofiche dell’India ed anche le sue capacità e le sue applicazioni delle medicina ayurvedica e dello Yoga.

Dal 1932 si dedica sistematicamente all’insegnamento dello Yoga, che attraversa diverse fasi: inizialmente l’enfasi viene posta sulle posizioni acrobatiche, poi il suo stile di insegnamento si evolve verso il “sistema dei concatenamenti codificati” che andranno poi a caratterizzare lo stile Vinyasa. Secondo alcuni studiosi questo cambiamento avviene quando in India la cultura occidentale si diffonde apportando considerevoli cambiamenti nella società indiana compreso l’insegnamento delle materie di educazione fisica nelle scuole. Questo è il periodo in cui BKS Iyengar diventa allievo di  Krishnamacharya, per poi diffondere questo stile di yoga in tutto il mondo.

Successivamente l’insegnamento di Krishnamacharya subisce un’ulteriore evoluzione associando la “precisione dei movimenti” con la “stabile conoscenza di sè” e si iniziano a sviluppare concatenamenti o sequenze di movimenti combinati alla respirazione, fatti di azioni e compensazioni. Ma è dalla fine degli anni ’60 che l’insegnamento diviene quello che conosciamo oggi unendosi ad un osservazione accurata delle caratteristiche dell’allievo e dei suoi bisogni. Viene così adattato alla persona a seconda della postura e dei bisogni particolari.

Negli ultimi anni si sta parlando molto di Yoga in stile Vinyasa e si sta diffondendo velocemente  in tutto il mondo: questo è il risulto della profonda ricerca che sta alla base di questo sistema e del lavoro degli allievi diretti che hanno dedicato la loro vita all’insegnamento dello Yoga portando in tutto il mondo questo Yoga moderno che mantiene le sue radici nella tradizione.

Poter scrivere un breve articolo su Krishnamacharya è per me una grande gioia ulteriori informazioni su questo stile di yoga le potete trovare sul mio sito.

Giuseppe Acampora

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