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Andare oltre le quattro mura di una prigione, scoprire le difficili esperienze di ogni detenuto, avere la possibilità per una rinascita interiore. La potenza dello Yoga entra nelle carceri. Conosciuto in occidente soprattutto per i suoi benefici corporei, lo Yoga risana l’uomo invece da ogni punto di vista: ci sono otto stadi da raggiungere per ottenere la propria pace interiore ed esteriore, partendo dal corpo per arrivare a distendere la mente e il pensiero.

Rilassato il corpo si passa al controllo del respiro, che diviene più fluido e rilassato, portando alla distensione della mente stessa dal suo continuo agire. Lo Yoga dà la possibilità ad ogni uomo che lo desideri di esplorarsi nella propria intimità più profonda, riuscendo a liberare limiti e sofferenze: è un metodo per ottenere anche un enorme benessere fisico, grazie agli esercizi che liberano il corpo dalle tensioni.

I detenuti che partecipano agli incontri di Yoga ottengono benefici emotivi e spirituali. Inoltre, la loro frequenza alle lezioni di Yoga viene documentata in modo che possa entrare a fare parte di un attestato di buona condotta. Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l’ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento.

In una ricerca della Oxford University e rilanciata dalla BBC nel 2019, sessioni prolungate di yoga in carcere aiutano a migliorare lo stato di salute mentale dei detenuti, alleviando i livelli di ansia e depressione, e portano a un calo della recidiva. Pratica che potrebbe tornare utile alle oltre 50mila persone che affollano le carceri italiane, secondo i dati ISTAT, e al 68% di coloro che tendono nuovamente a finire tra le sbarre ripetendo gli stessi errori. Ma non è tutto, perché da una ricerca della Washington State University e pubblicata su Science Daily praticare yoga in carcere aiuta i detenuti nel creare relazioni più sane con i compagni di cella, aumenta la loro sensazione di autostima e riduce la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali.

Inoltre alcuni esercizi di yoga, armonizzati con tecniche respiratorie e di concentrazione mentale, consentono la sperimentazione di uno stato di equilibrio nervoso che si riflette sulla percezione generale del carcerato, fornendogli una diversa condizione di calma e autocontrollo. Le sessioni di yoga possono risultare utili anche agli operatori nelle carceri, spesso sottoposti a un grave peso psicologico dovuto al loro lavoro: da un’indagine britannica condotta in un carcere di Manchester e pubblicata su The Telegraph è emerso che oltre 60 addetti dello staff hanno migliorato la propria condizione di salute fisica e mentale grazie a questa disciplina.

L’utilizzo positivo dello yoga come strumento di riabilitazione per i detenuti è un pensiero condiviso dalla dottoressa Amy Bilderbeck del dipartimento di psichiatria e psicologia alla Oxford University, che dichiarò alla BBC: “I nostri ricercatori hanno individuato come i detenuti sottoposti a una sessione intensiva di 10 settimane di yoga hanno migliorato notevolmente le loro condizioni di salute mentale, risultando più inclini alla partecipazione di attività educative rispetto a coloro che continuavano la solita routine. Più della metà dei carcerati adulti torna dietro le sbarre dopo un anno ripetendo gli errori del passato. Per questo motivo sensibilizzare le carceri nell’utilizzo di sedute di yoga e meditazione diventa un monito fondamentale per ridurre il tasso di recidiva e aiutare i detenuti nel loro percorso di riabilitazione all’interno della società”.

In Italia, dal 2018, Roberto Cagliero (nome spirituale Santokh Singh) e Paola Sofia Baghini insegnanti di Kundalini Yoga hanno portato questa esperienza nel carcere di Verona. “Quella che sembrerebbe una novità – sottolinea Roberto Cagliero – è invece una realtà consolidata in vari penitenziari di tutto il mondo, soprattutto in occidente ma anche in India e in altri Paesi. Quando ho seguito il corso del PYP (“Prison Yoga Project”), un’associazione che forma insegnanti di yoga in carcere in America e in Europa, ero in effetti interessato all’aspetto prevalentemente meditativo dello yoga, che ho sempre privilegiato nella mia pratica ormai ventennale. Chi vive in carcere ha molto tempo da trascorrere ma poco da perdere. Negli anni di esperienza alla casa circondariale di Verona – continua Cagliero – insieme a un gruppo di insegnanti che tengono un corso anche nella sezione femminile, ho tentato di creare una raccolta di meditazioni e di esercizi facili ed efficaci. Il nostro corso è particolare, poiché fa parte del progetto “Cavalli in carcere” di Horse Valley di Verona.

Pratichiamo all’aperto, nel cortile interno, attorniati da cavalli, pecore e galline. Un contesto stranamente bucolico e infinitamente più favorevole di uno stanzone asettico. La prima regola, almeno in base alla mia esperienza, consiste nel scegliere pratiche abbordabili (cioè semplici e non faticose), non troppo lunghe (la soglia di attenzione è quasi sempre bassa, almeno inizialmente) e in grado di produrre effetti velocemente verificabili (la pazienza va costruita poco per volta, non la si può dare per scontata). Non so se la mia scelta sia la più efficace in un contesto carcerario ma so che funziona. A patto che gli allievi vogliano impegnarsi a riconoscere una parte di sé che in molti casi non hanno mai saputo di avere.

Il Kundalini Yoga – conclude Roberto Cagliero – offre una quantità sterminata di pratiche che lavorano su rabbia e altre emozioni distruttive, o che sono rivolte a rafforzare l’equilibrio emotivo: il comune denominatore è il controllo del sistema nervoso. Tutto questo anche nel carcere funziona ed è uno strumento importante per far cambiare in meglio tanti detenuti”.

Ardas Sadhana Singh

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