E’ innegabile che la pratica dello Yoga, nel mondo Occidentale, sia rappresentata dalle immagini di insegnati in posizioni pirotecniche e fantasmagoriche. Posizioni che sfiorano la ginnastica artistica, possibilmente scattate in luoghi “inediti” come strade, ponti o terrazze…vestiti e perché no, anche un po’ svestiti se si possiede il giusto fisico “fotogenico”.

A prima vista si potrebbe pensare che lo Yoga sia solo Asana, posizioni. E no, non inizieremo un ennesimo articolo che rimanda a quell’immagine della punta dell’iceberg con scritto Asana sulla punta e poi “The Rest of Yoga” nella parte sommersa.

Poniamo l’accento, invece, su cosa effettivamente dovrebbe esser insegnato in una lezione ricca di posizioni. Partiamo brevemente dall’origine degli Asana: le posizioni yogiche sono state messe a punto per “imitare” alcune figure naturali. Essendo la Natura “equilibrata” gli Asana, prendendo ispirazione da essa, permettono al corpo di mantenersi in buona salute per affrontare le pratiche “interne” in cui si osserva il respiro, si immagazzina consapevolmente l’energia vitale, si insegna alla mente a rimanere concentrata in un punto e a fondersi con l’oggetto osservato ad occhi chiusi, e cose di questo genere.

Come fare ad affrontare questo tipo di sfide se il corpo non è in buona salute e se non abbiamo addestrato la mente con un oggetto di “carne e ossa” come il nostro corpo?

Per nostra natura siamo portati a credere e a prendere in considerazione ciò che vediamo esclusivamente con la vista, a discapito di tutte quelle sottigliezze, sensazioni ed emozioni che non riusciamo a vedere con gli occhi.

Credenza che può esser sfatata con un semplice esempio: quando siamo tristi, o meglio avvertiamo l’emozione della tristezza, non vediamo questa emozione eppure la sentiamo. E’ meno reale di un corpo messo in una determinata posizione?

Gli Asana sono dei laboratori nei quali possiamo sperimentare il grado di attenzione della nostra mente e il sorgere dei pensieri. Siamo in una posizione e pensiamo alla cena da cucinare da lì a 10 minuti. Siamo in posizione e osserviamo il sorgere delle emozioni: scientificamente parlando sono endorfine o qualche altra sostanza chimica che viene attivata; dal punto di vista della fisiologia sottile dello Yoga sono il PranaMaya Kosha (il corpo energetico) e il ManoMaya Kosha (il corpo mentale) che sono stimolati dalla posizione.

Ma non finisce qui!

Durante la pratica delle posizioni si può esser guidati a osservare alcuni impedimenti (o anche visitatori, così li chiamava il Buddha).

Possiamo scegliere se osservarli o nasconderli/cacciarli come facciamo con la polvere sotto il tappeto. Desiderio, Torpore, Irrequietezza, Avversione e Dubbio sono i 5 impedimenti che si invitano a scoprire quando pratichiamo le posizioni.

Riportiamo delle “scenette da pratica”: il desiderio (specialmente quello sensuale) di permanere in una posizione alquanto comoda che ci fa scattare quasi in automatico un rilassamento talmente profondo che incrocia un altro impedimento, il torpore. Una posizione con la quale non siamo particolarmente “confident” che “casualmente” ci dimentichiamo di fare o che non vogliamo neanche provare a praticare perché non ci facciamo una bella figura o pensiamo che non sia adatta a noi, facendo scattare il dubbio. Lo stesso dubbio che abbiamo quando pratichiamo posizioni “bizzarre” o ci troviamo in una lezione che non siamo abituati a praticare nella nostra vita quotidiana.

Permanere per qualche tempo nelle posizioni è altresì importante: come Roma non è stata costruita in un giorno, e come i ritmi naturali del corpo non vengono svolti in secondi ma in minuti, ore, giorni, ecc., così le posizioni hanno bisogno del loro tempo per far fiorire il seme che stiamo cercando di coltivare con la loro pratica. La staticità è una qualità importante che torna sicuramente utile per le pratiche interne in cui è richiesto un corpo immobile, poiché la mente si muove già molto di suo. Non sempre, tuttavia, la staticità è una qualità apprezzata…specialmente per chi ha come special guest l’irrequietezza. Alcune volte, anche delle posizioni di rilassamento, possono risultare un incubo per chi trabocca di energia e non ha la concentrazione necessaria per contenerla (sono parole del Buddha, ottimo spunto di riflessione per chi osserva questo fenomeno).

Gli Asana sono importantissimi strumenti di analisi e osservazione coadiuvati dalla presenza mentale o, meglio conosciuta come Consapevolezza. Che lo svolgimento delle posizioni sia fatto in modo rapido o in modo lento dovremmo concederci sempre il tempo di osservazione e la possibilità di abbandonare lo sterile tecnicismo e allineamento in favore di un’osservazione attenta.

Verificheremo che allineamento, distensione, bellezza estetica (e quant’altro ci faccia piacere raggiungere) arriveranno da soli.

Ricordo ancora le parole di un mio insegnante che mi disse “tu non sei un insegnante di ginnastica”; ebbene sono molto felice di affermare che non sono un insegnante di ginnastica e ogni insegnante, come ogni allievo, dovrebbe riconoscere le posizioni come strumenti erogatori di modus operandi da usare nella vita di tutti i giorni.

Facciamo un esempio, anzi, più di uno.

Quando siete in una classe con tante persone, fisicamente molto preparate o con anni di pratica, pensate solo alla vostra pratica o vi capita di buttare l’occhio nel tappetino altrui? E vi accorgete di questo comportamento? Se il punto è ben assimilato ci accorgeremo che, nel quotidiano, non dobbiamo sentire sempre l’esigenza di guardare cosa fa l’altro.

Sappiamo esattamente dove fermarci nel piegarci o allungarci in una posizione facendo un bel bagno di umiltà e riconoscendo i nostri limiti? Oppure spingiamo e spingiamo finché non sentiamo anche una certa sofferenza che soddisfa la nostra voglia di performance e di superare il nostro vicino o di far piacere all’insegnante? Riconoscere i nostri limiti ed esser umili è una qualità propedeutica al lasciar andare, per davvero, i piccoli e grandi colpi che la vita ci pone in tutte le direzioni.

Non tutte le guerre devono esser necessariamente combattute; non tutte le situazioni devono essere un campo di battaglia. Si impara per cosa vale o non vale la pena combattere, avendo coltivato una propria etica o chiamiamola, se vogliamo, qualità del cuore.

E quest’ultima, è la lezione più grande che sto imparando dagli Asana.

Vittorio Pascale

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