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Photo by Ravi Roshan on Unsplash

Il sentiero nello yoga classico verso l’evoluzione della coscienza individuale riguarda le regole etiche e morali che l’aspirante yogin deve seguire se vuole realizzarsi in questa disciplina.

Il saggio Patañjali nel Sādhanā pāda sutra 30 li chiama yamāḥ (spesso translitterato come yama), ossia le basi etiche e morali che tutti gli yogin, dovrebbero conoscere e soprattutto applicare.

Essi sono, scrive Patañjali, il primo passo dello yoga che è costituito dei seguenti cinque voti: non violenza (ahiṁsā), veridicità (satyā), onestà (asteya), continenza (brahmacharya) e non possessività (aparigrahāḥ).

Purtroppo, gli yamāḥ sono i grandi sconosciuti nello yoga contemporaneo, che tende ad esaltare la parte fisica degli āsana, aspetto importante, ma minimale e fuorviante della disciplina yogica.

Senza l’applicazione degli yamāḥ non ci si può definire yogin e non si raggiungerà mai la liberazione “moksha” dal “samsara”, la catena delle morti e delle rinascite.

Patañjali sottolinea la loro fondamentale importanza, nel sutra appena esposto, scrivendo che essi sono il primo degli “anga” gli otto rami dell’albero dello yoga. Lo afferma nel sutra seguente, quando scrive che gli yamāḥ, sono i grandi voti, potenti e universali, non condizionati dal luogo, tempo e classe. Enfatizzando che queste regole etico morali devono essere seguite da tutti e in particolare dai praticanti yoga. Essi formano il contesto di precetti in cui si basa la società, commenta il maestro B.K.S Iyengar.

Insieme ai niyamāḥ (autocontrollo) che sono il secondo ramo degli “anga”, sono le norme che l’aspirate yogin deve assumere, per attuare il suo processo evolutivo, come afferma B.K.S Iyengar: “Senza stabili fondamenta una casa non può reggersi. Senza la pratica dei principi di yamāḥ e niyamāḥ, che pongono stabili fondamenta alla formazione del carattere, non può esistere una personalità completa. La pratica degli asana senza il sostegno di yamāḥ e niyamāḥ è semplice acrobazia.”

Vediamo ora gli Yamāḥ nello specifico.

Ahiṁsā in sanscrito significa non (a) ferire, ostile, malizia (hiṁsā), tradotto in non violenza, ed è il primo dei cinque principi; quindi, il più importante che dev’essere padroneggiato da chi è sul sentiero dello yoga e da tutti dagli esseri consenzienti che desiderano migliorare il mondo in cui vivono. La non violenza si deve attuare su tre piani, quello fisico (Sharirik Ahiṁsā), quello verbale (Vachika Ahiṁsā) e intellettuale (Baudhika Ahiṁsā).

La violenza è generata dalle nostre paure, inconsce e consce, reali e immaginarie che fanno riaffiorare in noi quella parte trogloditica che agisce per marcare il territorio, difenderlo, sfruttarlo o espanderlo a danno di piante, animali o umani che non riteniamo simili a noi perché diversi, nella lingua e nella cultura.

Non si può essere uno yogin se si è violenti, verso noi stessi o verso gli altri. Non si può crescere verso un’umanità evoluta se la violenza è presente ogni giorno nelle nostre vite. I risultati della nostra violenza li vediamo su larga scala, con guerre fratricide, povertà, degrado ambientale, cambiamento climatico, razzismo e molto altro.

Purtroppo, la nostra società premia la violenza, le notizie che fanno più audience sono quelle di cronaca, i film più visti sono quelli dove ci sono delitti e uccisioni e i social premiano i contenuti violenti. Sta a chi è nel sentiero della consapevolezza educarsi alla non violenza, altrimenti la strada verso la realizzazione sarà molto difficoltosa. Iniziamo quindi ad escludere la carne animale dai nostri piatti, ad usare di meno i veicoli inquinanti, ad acquistare quello che veramente si necessita e aiutiamo chi è meno fortunato di noi. Con le piccole azioni possiamo cambiare noi stessi e il mondo intorno a noi.

Satya è il secondo degli yamāḥ viene tradotto con veridicità, sincerità. Significa essere autentici, dire veramente quello che si ha dentro, agire con il cuore. Non è facile compiere questo atto di onestà verso noi stessi e gli altri. Molte volte per insicurezza simuliamo non quello che non siamo, recitiamo delle parti finte, per ottenere potere, difenderci o dominare gli altri. Il non essere sinceri vuol dire vivere nella menzogna, danneggiare gli altri e minare il nostro progresso spirituale. Anche in questo caso si dev’essere sinceri a livello intellettuale (Baudhika Satya), verbale (Vachika Satya) e fisico (Sharirik Satya). Nella nostra società la falsità è premiata ed è causa di danni fisici e psichici. Anche in questo caso si è lontani dallo yoga come una formica dalla luna.

Asteya, tradotto dal sanscrito con non rubare, “a” non e “steya” furto, rapina, qualsiasi cosa rubata o suscettibile di furto, qualsiasi cosa clandestina o privata. Patañjali intende evitare di appropriarsi, indebitamente di qualsiasi cosa materiale o non materiale che non ci appartiene. Se questo accade generiamo sofferenza e creiamo il desiderio nell’attaccamento. Invece di svincolarci dai legami materiali, ne rimaniamo intrappolati ed entriamo nella spirale senza fine della sofferenza. Questo atteggiamento inevitabilmente genera conflitti sociali che sono la causa dell’ingiustizia che sfocia nella violenza.

Brahmacharya viene tradotto come celibato, ed è la via dell’autocontrollo e della liberazione. Qui Patañjali intende il saper amministrare, conservare le proprie energie fisiche e psichiche con consapevolezza e intelligenza, senza disperderle inutilmente. Purtroppo, tutto è il contrario di quello che sta succedendo nella nostra società dove: cibo, energia, acqua, terra e risorse preziose vengono sprecate senza ritegno. Conservare e utilizzare meglio le nostre energie ci aiuta a non cadere nello stress e nella depressione e ci evita di rimanere schiacciati da migliaia di cose inutile e di bassa qualità che ci logorano la vita. Per conseguire questo precetto, si devono evitare situazioni, persone e cose che ci distolgono dalla ricerca spirituale. Bisogna coltivare pensieri, parole e opere che elevano lo spirito. Inoltre, è importante vivere una sessualità pura che non disperde l’energia sessuale, ma la canalizza, la conserva la conduce verso il sentiero della realizzazione del Brahman. Infine, dobbiamo dire basta all’abuso degli altri e di noi stessi, solo allora potremmo dirigerci verso la sorgente della vitalità e saremo ad un passo dall’immortalità.

Aparigrahāḥ è il non essere avidi, liberarsi dalla smania di possedere, le cose e gli altri. L’accumulo di cose, persone, situazioni, ricordi, sentimenti, idee azioni che sono la causa di grande sofferenza, nell’attaccamento che tutto questo genera. Per crescere spiritualmente è necessario evitare di sentirsi possessore, proprietario di cose, situazioni e persone. Non siamo possediamo nulla di materiale, tutto in questo modo ha un capitolo a sé ed è perituro. Quindi perché possedere cose che sono solo temporanee? Solo liberandoci dall’accumulo e dall’attaccamento, potremmo creare abbondanza nella nostra vita che diverrà fluida e felice.

Non è facile praticare questo primo ramo dell’Ashtanga yoga, ma è fondamentale se si vuole raggiungere il sentiero della realizzazione. Senza queste raccomandazioni sarà impossibile meditare, liberare la mente per evolverci in una specie superiore che è esattamente quello che si vuole ottenere con la disciplina yoga.

Non mi resta altro che augurarvi buona pratica.

Umberto Assandri

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