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“Sii prima di ogni addio, come fosse dietro
di te, come l’inverno che adesso se ne va.
Eppure tra gli inverni c’è un inverno così infinito, che,
a svernarlo, il tuo cuore sopravvive per sempre”.
— Rainer Maria Rilke

La voce dei poeti è sempre un buon modo per iniziare a raccogliere spunti di intimità. E l’intimità è forse l’unico luogo da dove è possibile davvero rifiorire. Dalle profonde oscurità invernali germinano i semi della nuova luce. Dare alla luce è un parto che ha inizio in zone interne ed invisibili. Ce lo insegna la natura, ce lo insegna lo yoga.
Gli antichi Rishi ai quali l’ispirazione si rivelò in forma di versi di carattere per lo più esoterico, furono profondi conoscitori del cosmo, delle leggi naturali e delle armonie nascoste di cui l’essere umano è non solo parte integrante, ma parte cosciente, che ne sia o meno consapevole.
La vita sulla terra nel suo aspetto visibile materiale va di pari passo con il respiro invisibile della Coscienza, un aspetto quest’ultimo sempre più cruciale nel disvelarsi dei nuovi tempi in cui siamo già immersi.

Noi siamo le api dell’invisibile” sussurra Rilke tra le righe di una lettera-poesia di cui riporterò alcuni versi alla fine dell’articolo.

“L’Anima è Scienza e risplende come il Sole che brilla nell’Uovo del mondo! Quel disco di luce bisogna cogliere, null’altro”
(Le Upanishad dello Yoga, Mahavakya Upanisad – La Grande Parola)

Ciò che è essenziale è invisibile agli occhi, ma il fatto che non si veda non vuol dire che non esista e, soprattutto, che non possa essere visto grazie a “occhi nuovi”. È la “seconda vista”, la “seconda nascita” a cui non sono destinati solo santi, mistici, persone eccezionali in spirito e volontà, ma tutto il genere umano indistintamente. Non tutti però siamo in grado di accogliere il nostro destino, una destinazione molto più ampia, gioiosa, vasta, leggera, di cui l’esperienza incarnata in questo momento storico non è un ingombrante accessorio o inutile orpello. È la porta per la trasformazione, il materiale formale dell’alchimia che si compie su livelli più sottili, invisibili ma percepibili affinando sensi interiori e ampliando la disponibilità di ascolto, abbandono, ricettività.
Tale disponibilità è il lavoro alchemico per eccellenza dello Yoga nella sua essenza, che infatti a me piace definire Poesia dell’Anima. L’ascolto è il senso primario di cui si nutre lo spirito poetico che può essere incarnato da chiunque si faccia abbastanza spazio nello sfondo silenzioso della vita, da poter entrare in relazione con qualcosa di infinitamente più grande, universale e umano al tempo stesso. Non è un monologo tra sé e l’ego, il poetare autentico. È un dialogo immersivo nell’anima del mondo che non concede deroghe. Accade spontaneamente, come la meditazione nello yoga alla quale ci si avvicina preparando un terreno fertile ma che al culmine della maturità, sopraggiunge inevitabilmente. Oppure no, dipende dalla maturità.
I frutti maturano quando è tempo.

Abbiamo una possibilità grandiosa per fiorire e rifiorire ogni giorno. E dopo i fiori, arrivano i frutti, ammenoché non si incarni la “lezione Advaita” del Fico, il frutto che salta la fioritura per compiersi direttamente nel momento succulento dell’adesso.
Per approfondire puoi leggere anche: Come attualizzare la potente visione poetica di Rilke

La spaziosità è un requisito fondamentale.
Si è troppo abituati a ragionare, a esprimersi, a crearsi un senso di identità solo in termini di tempo. Si è in balia del tempo, di una programmazione che ci vorrebbe sempre protesi ansimanti al futuro o tediosamente ingobbiti sul passato. E invece, siamo nati con una costituzione organica che ci tiene consapevolmente eretti sulla spina dorsale, dritti con i piedi per terra e il corpo proteso verso il cielo. Perdiamo questa posizione quando dormiamo, o quando non siamo troppo presenti a noi stessi. Fateci caso! E la presenza è solo il Presente, un momento senza scadenze in cui lasciarsi andare alla danza delle sincronicità, delle intuizioni e al ritmo spontaneamente poetico della vita.
Se si passa dalla dimensione temporale a quella spaziale, è più semplice sperimentarlo, il corpo ha un’organizzazione perfetta quando si sintonizza con i ritmi del cosmo. E questo gli antichi yogi lo sapevano bene!

Vi siete mai percepiti in termini di spazio?
Un approccio di questo tipo nella vita quotidiana può avere effetti strabilianti. Personalmente, ho avuto grandi maestri in tal senso e li reputo ancora tali. Sono la poesia, lo yoga e la meditazione quando accade. Hanno una cosa in comune, anzi molte. Ma quella principale mi piace evocarla prendendo in prestito le parole di Ralph Waldo Emerson dal libro Essere poeta:

“La grandiosità della nostra vita esiste malgrado noi, sopra e sotto e dentro di noi, in ciò che di noi è inevitabile e fuori del nostro controllo. Gli uomini sono sia fatti sia persone, e la parte involontaria della loro vita è così immensa da riempire la mente e da lasciarli senza espressioni del volto capaci di dire alcunché su cose banali come i loro egoistici pensieri e atti. Prima o poi ciò che ora è vita sarà poesia, e ogni tratto leale e umano aggiungerà al canto una più ricca variazione.
A rigore, la poesia è organica, costituzionale. Non possiamo conoscere le cose con parole e scrittura, ma solo assumendo una posizione centrale nell’universo, e vivendo nelle sue forme. Affondiamo per risorgere.”

Assumere una posizione centrale nell’universo.
C’è così tanto in questa intuizione!
Risuona di integrità, di Unione (che è alla radice della parola stessa Yoga), di ritmo (che è la quintessenza della Poesia), di visione espansa (che è lo sguardo contemplativo nella Meditazione).

A rigore, la poesia è organica, costituzionale.
Non sono solo parole, frasi ben dette o scritte, virtuosismi di penna.
È un fatto vitale. Di questo, prima o poi, all’improvviso e per assurdo, dovremo tutti farne esperienza… “quel disco di Luce bisogna cogliere, null’altro”.

Concludo, come anticipato, con i versi di Rilke tratti dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz del 13 novembre 1925 in cui quel disco di Luce appare fin troppo chiaro: vivere poeticamente, in obbedienza al proprio destino.

“Il nostro compito è quello di compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi.
Noi siamo le api dell’invisibile.
Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’Invisibile”.

Per approfondire, si veda il progetto: La Gioia di dialogare con la Voce dei Poeti – Poesia e meditazione

Cecilia Martino

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