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Lo yoga è considerato una pratica dall’alto verso il basso1, il che significa che il cervello stabilisce le intenzioni ed il corpo le segue.

Dal corpo passa la nostra percezione del mondo, del tempo e delle sensazioni che viviamo come esseri umani. La pratica può essere un mezzo potente per aiutare la mente a stabilizzarsi ed iniziare una ricerca, è il meccanismo dei vinyasa a permetterlo: inspirare e muovere, espirare e muovere. Inizialmente sono azioni di sforzo! Eppure, la loro connessione cresce al crescere dell’attenzione che si pone nel mantenersi presenti.

Lo yoga può essere una porta d’ingresso alla crescita spirituale, perché lascia spazio al focalizzare l’attenzione sul qui e ora. Certo è che, mentre ci si esercita a modificare il respiro risulta spesso presente anche una sfida al corpo. Per questo motivo è bene ricordarsi che lo yoga posturale è solo uno degli ingressi verso una propria pratica spirituale. Continuerò a sostenere quanto lo Yoga autentico si radichi in molte più direzioni e possibilità che non soltanto quella fisica.

Per me l’esperienza della pratica è senz’altro una fetta importante nella grande torta dello yoga moderno: mi risveglia dai cali di energia che il mio temperamento naturale tende a creare, o al contrario mi soddisfa nel cercare uno sforzo fisico sano quando ho energia in eccesso. Da praticante immagino che vivere entrambi gli scenari faccia parte del processo di crescita.

Il controllo dell’attenzione che si sviluppa attraverso la pratica dello yoga permette di iniziare a prendersi un secondo prima di reagire.2

Senz’altro lo yoga è uno strumento, interessante e apprezzato sempre di più. Personalmente credo che gli strumenti possano come dei giocattoli adattarsi alle necessità di chi li utilizza. La mia ricerca spirituale ha una varietà e una profondità diversa da che ho incontrato il mondo di Osho, dove meditazione e terapia si accompagnano a braccetto poiché una crea spazio e l’altra una direzione. Il cammino della ricerca spirituale è poco chiaro senza una guida, la tradizione dello yoga ne è ben consapevole. A prescindere, i pareri scientifici più recenti supportano idee simili per imparare a rispondere anziché a reagire. Si riconosce infatti, quanto lo sviluppo di uno spazio utile a testimoniare consapevolmente il proprio essere parta dall’atto meditativo. La meditazione supporta la capacità di saper rispondere anziché di reagire emotivamente, per iniziare con sé stessi una crescita.

Facciamo ordine: Il respiro conduce la pratica di yoga ad un focus, l’esercitarsi ad un focus ci rende capaci di cogliere in modo più completo ciò ci sta accadendo. Ed a partire da questa base di consapevolezza è possibile creare un futuro cambiamento.3

La crescita è sempre un cambiamento! Sorrido e vedo più testimonianze che dita per contarle nel caso di Osho Miasto, dove la meditazione e la ricerca accompagnano il cambiamento. Facendo riferimento invece alle testimonianze su casi di pazienti accolti in psicoterapia, l’auto-testimonianza è uno spazio prezioso. Infatti partendo dal sè testimone si diventa in grado di sedersi e stare ad osservare. Questo vale sia con il disagio dei sentimenti quotidiani, sia a volte nelle reazioni che vengono attivate da asana fisicamente impegnative:

Più si impegnava nella pratica dello yoga, più iniziava a vivere nel momento presente. Ha iniziato a uscire dalla modalità pilota automatico e a vedere un barlume di sé, invece di saltare da una sensazione all’altra. Diventando più presente, è riuscita a fermarsi e a vedere i suoi pensieri ed i comportamenti per quello che erano: stati transitori che potevano essere gestiti.4

Sono certa che questo potere interiore si riversi nelle azioni quotidiane, nella loro gestione. Apprendere a trattare la propria attenzione come un muscolo crea mano a mano più consapevolezza, dalla quale si ottiene un senso di resilienza maggiore. Questo potere è la risorsa che alimenta la trasformazione interiore.

Nella curiosità per le tecniche e gli ambienti dove sviluppare la mia ricerca di meditatrice, non ho mai sentito la necessità di interrogarmi a riguardo delle componenti scientifiche che potessero giustificarle, mentre di recente ho scoperto che ne esistono diverse. Ad esempio, la spontanea preferenza a vivere seguendo delle abitudini già impostate è una risposta fisica, ed ha un nome: impulso omeostatico.

L’impulso omeostatico regola le nostre funzioni fisiologiche, dalla respirazione alla temperatura corporea, al battito cardiaco. Tutto questo avviene a livello subconscio: sono funzioni automatiche. L’obiettivo dell’impulso omeostatico è creare equilibrio nella mente e nel corpo. La mente subconscia ama esistere in una zona di comfort. Il posto più sicuro, a quanto pare, è quello in cui si è già stati, perché si può prevedere l’esito, è familiare.5

Lo yoga, sia esso praticato come ashtanga vinyasa o cicli di meditazione dinamica, come nel mio caso, s’impone di fronte alle abitudini e diventa estenuante. Diventa estenuante quando forza l’interruzione di una routine. Lo si comprende appieno nella pratica, la sequenza risulta a primo impatto interminabile ed è fisicamente sfidante, ha un orario ed un tempo d’esecuzione. Il problema è proprio lì: interrompersi, variare o abbandonare il percorso per seguire il comfort. La routine ci farà sempre rimanere bloccati in una routine.

Invece qualsiasi componente collabori a creare una maggiore coscienza del sé nel momento presente, spezza una routine mentale.

Creare distanza e rompere un’abitudine sono due componenti fondamentali della crescita spirituale ed entrambe ci radicano, ci fanno comprendere dove siamo nel momento presente.

Sapere “dove ci si trova” getta le fondamenta. Nella mia personale esperienza con le tecniche meditative di Osho descrive uno stato di partenza: significa approcciarsi meglio a sé stessi, sapere dove si è, esserci.

L’esercizio si ripete a prescindere dalla pratica di yoga, è un esercizio di presenza al quale ci si può sottoporre in qualunque contesto, meglio ancora se quotidiano. Infatti, è solo la continuità di un esercizio che ci spinge oltre al pilota automatico dei nostri pensieri e conseguentemente delle nostre azioni abitudinarie.

Una crescita spirituale è possibile solo a partire da questo primo faticosissimo passo.

Chiunque si sia avviato in questa direzione avrà notato che la strada è in salita proprio perché mantenersi costanti provoca uno sforzo. E non importa quanto faticosa sia fisicamente l’azione, proprio perché esce dalla zona di comfort, rimarrà sempre faticosa. Anche si trattasse di un’azione banale, come pulire i vetri. Mi piace sottolinearlo perché nel work as meditation il lavoro più umile viene ripetuto e si prova a restare presenti durante gesti ai quali spesso non si pone alcuna attenzione. Mantenersi presenti è difficile perché impone il mettere sé stessi da parte, iniziare a creare distanza.

La stessa difficoltà esiste nello yoga, dove la componente performativa non è contemplata e la competizione ancora meno. Se la pratica è autentica si arriva a mettere da parte le ambizioni dell’ego o l’idea di apportare variazioni alla pratica, o il ricordo che salta in mente o la lista della spesa per domani.

Per la mia crescita, la meditazione applicata al quotidiano ha trovato difficoltà legate al desiderio di sentire il proprio tempo impiegato diversamente! Perché si tratta di un lavoro ripetitivo, nuovo, ed è dura entrarci in confidenza. Dentro di sé, più a fondo o in maniera immediata alle volte, arriva la necessita di negare il meccanismo stesso: perché mai obbligarsi a pulire seguendo precise istruzioni? Perché seguire una struttura e continuare sempre nella stessa maniera? Perché sottoporsi a tanti surya namaskar nelle serie di ashtanga?

E ci si accorge qui che accogliere una crescita significa lasciar andare quella parte della propria personalità che desidera, che vuole forzare, spiccare, variare, o tornare al comfort. Sarebbe cosi più comodo ripetere la stessa azione senza attenzione al presente. Non tanto perché sia faticosa l’azione, ma piuttosto perché porre attenzione significa mantenersi presenti nell’azione stessa.

Rifletto sull’esperienza del work as meditation come una crescita partita dalla mia esperienza di praticante ed insegnante di yoga: lo sforzo non ha nessuna differenza rispetto alla strada in salita dell’ashtanga vinyasa o della meditazione dinamica. Di nuovo ed in tutti i casi la crescita spirituale inizia quando l’autopilota viene messo da parte. Quando ci si rende testimoni di quello che c’è, delle resistenze che la mente e il corpo ci mettono davanti qui e ora.

Erica Amano Twameva

NOTE

1, 2, 3, 4, 5 Nicole Lepera, How to do the work, The Sunday Times Bestseller, 2021, traduzione dell’autrice

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