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La dipendenza rappresenta un’espressione patologica o esagerata del comportamento umano. La maggior parte delle persone (se non tutte) ha una tendenza alla dipendenza. Quando il comportamento diventa tanto abituale da dominare la vita di un individuo, a detrimento delle relazioni e del lavoro, abbiamo una diagnosi clinica di dipendenza.

In alternativa al modello della malattia, alcuni definiscono la dipendenza come la ricerca dell’appagamento esclusivamente nel mondo esterno, materiale. In questo caso è possibile contrastare la dipendenza con la consapevolezza, l’interiorità o la crescita spirituale, dirigendo l’attenzione a stati ed esperienze interiori, lontane dal mondo esterno. Anche questa è una definizione molto vasta, che farebbe della dipendenza una componente normale dell’esperienza umana.

Alcuni anni fa, Andrew Weil, nel suo libro “The Natural Mind”, ha affermato che la tendenza ad alterare la propria consapevolezza è una caratteristica diffusa e naturale negli uomini, come è possibile osservare nella predilezione dei bambini per le giravolte, le capriole e la posizione a testa in giù. Lo stesso modello è visibile anche negli adulti, in particolare nella ricerca di sensazioni forti attraverso situazioni estreme o di pericolo.

Un buon libro che traccia una panoramica di tutte le ricerche psicologiche sulle dipendenze è “The Meaning of Addiction”. In questo libro, Peele individua le caratteristiche principali di quella che chiama “esperienza di assuefazione” o “coinvolgimento”. In altre parole, è un’analisi dello stato di consapevolezza di una persona dipendente. Le esperienze di assuefazione o di coinvolgimento sono definite “modificatori potenti del carattere e della percezione”. Quando una droga o un comportamento hanno la capacità di produrre una trasformazione immediata, effettiva e vigorosa del carattere e della percezione, è possibile la formazione di un atteggiamento dipendente o compulsivo. Secondo questa definizione, un’esperienza di assuefazione è un caso particolare di consapevolezza alterata. Uno stato alterato di consapevolezza può essere definito come uno stato, di durata limitata, in cui le forme del pensiero, del sentimento, del carattere e della percezione sono diverse dalla condizione ordinaria o di base.

Se consideriamo la dipendenza come un tipo particolare di stato alterato di consapevolezza, possiamo paragonarla ad altri stati alterati di consapevolezza. Le dipendenze, le compulsioni e gli attaccamenti implichino la fissazione dell’attenzione e il restringimento del numero degli oggetti della percezione: in altre parole, si tratta di uno stato contratto di consapevolezza. Ciò è l’opposto degli stati mistici, trascendenti o estatici, che implicano un momento di attenzione e l’allargamento del numero degli oggetti della percezione: in altre parole, il classico stato espanso di consapevolezza. “Trascendente” vuol dire sopra e al di là, mentre estasi viene dalla parola “extasis”, cioè fuori dalla condizione statica, fuori dallo stato normale di consapevolezza. Invece, la dipendenza e l’attaccamento vanno nella direzione contraria: essi implicano la fissazione, la ripetizione, il restringimento e la selettività dell’attenzione e della consapevolezza.

L’attaccamento, o il processo di dipendenza, può allora implicare un’alterazione immediata o molto rapida del carattere e della percezione. In questa alterazione, sono incluse la soddisfazione del bisogno e la riduzione dell’ansia. Focalizzando la consapevolezza e l’attenzione sull’oggetto che bramiamo o desideriamo, la consapevolezza non è più assorbita da altri aspetti della nostra realtà, in particolare dal dolore, la paura o l’ansia. Esiste un bisogno autentico di ridurre il dolore e la paura, e questo bisogno viene immediatamente ed efficacemente soddisfatto. Il centro dell’attenzione si restringe, l’attenzione si fissa. Poi questi passi vengono ripetuti e gradualmente, col tempo, si può creare una sorta di rituale.

Nella società moderna la condizione di essere dipendenti è pandemica, ognuno di noi è dipendente da qualcosa: dal cibo alle droghe, da una persona o da un tipo di situazione.

Secondo Bhaktivedānta Svāmī Prabhupāda (Calcutta, 1º settembre 1896 – Vṛndāvana, 14 novembre 1977), maestro spirituale e fondatore dell’ISKCON (formalmente “Associazione internazionale per la coscienza di Krishna”, meglio conosciuto come il “movimento Hare Krishna”) la meditazione sul Maha mantra è una  pratica  eccellente per tutti coloro che soffrono di un qualsiasi tipo di dipendenza, incluso l’uso di sostanze stupefacenti, alcol, tabacco, gioco o bevande eccitanti come il caffè e il the.

Pabhupada diede indicazione di fare 16 giri giornalieri usando il Japa (rosario) con il pollice e il dito medio. Lo yoga kundalini sostiene che la pressione esercitata dai pollici agisce direttamente sulla ghiandola pineale, andando a riprogrammare quei meccanismi autodistruttivi che causano squilibri mentali e dipendenze fisiche.

Bisogna ricordare che il gruppo che si avvicinò a Prabhupada era formato da giovani un po’ hippy.

Nella biografia dello Swami si legge: “David Allen, un ricercatore di ventun anni che veniva dal Paradox, si era appena trasferito in città, attratto dalla visione ottimistica di ciò che aveva letto sugli esperimenti con le droghe. Allora, racconta, non eravamo ancora conosciuti come hippy. Ma eravamo già strani per la gente che all’inizio era stata attratta da lui. Per loro era difficile definire questo nuovo gruppo. Penso che la maggior parte dei maestri indiani avesse avuto fino a quel momento dei seguaci di mezz’età, e spesso ricche vedove provvedevano al loro mantenimento.

Ma improvvisamente Swamiji si rivolse verso il gruppo più giovane, e anche più povero. Bhaktivedanta Swami teneva i suoi incontri serali ogni Lunedì, mercoledì e venerdì, e spesso trovava alcuni vagabondi addormentati o privi di coscienza, ammucchiati davanti alla sua porta, e doveva scavalcarli per entrare.

Ogni tanto qualche ubriaco, incapace di coordinare i movimenti, andava a sbattergli contro, qualche derelitto gli mormorava qualcosa di incomprensibile o gli ridacchiava dietro. I più sobri si alzavano in piedi e si profondevano in ampi gesti di cortesia, facendo strada allo Swami che entrava o usciva dalla sua porta. E lui passava in mezzo a loro, mostrando il suo apprezzamento per le loro buone maniere mentre gli facevano largo.

Srila Prabhupada presentava il Maha mantra Hare Krishna come manifestazione musicale e, nello stesso tempo, come meditazione, motivo per cui destò l’interesse di molti giovani, per i quali il suono era spirito e lo spirito era suono, in una fusione di musica e meditazione.

Ma per Swami Prabhupada la musica senza il nome di Dio non poteva essere considerata meditazione quanto piuttosto gratificazione dei sensi, o tutt’al più una specie di meditazione impersonale e stilizzata.

Tuttavia egli era lieto di vedere questi musicisti che venivano a suonare nel kirtan insieme a lui, che l’ascoltavano e rispondevano cantando perché sapeva credeva fermamente che il Maha mantra avesse un potere liberatorio e terapeutico.

Nei Veda è detto che il suono è il primo elemento della creazione materiale, la fonte del suono è Dio e Dio è eternamente una persona. Bhaktivedanta Swami era interessato a far cantare alla gente il nome personale e trascendentale di Dio. Che lo prendessero per jazz, musica folk, rock o meditazione indiana, era lo stesso, basta che cominciassero a cantare Hare Krishna.

L’iniziazione avveniva ed avviene attraverso la celebrazione di uno yajña, un rituale durante il quale il devoto riceve dal maestro un nome legato alla tradizione vaiṣṇava (completato dal suffisso dāsa o dāsī, “servitore” o “servitrice”) ed un rosario, il japa mālā.

I membri segnano tradizionalmente il corpo e la fronte con il tilaka.

Gli uomini si rasano i capelli, lasciando un codino (śikhā), e vestono di color zafferano se celibi (brahmācarya) o di bianco se sposati, quindi “capo famiglia” (gārhasthya). Le donne indossano abitualmente il sari, bianco se sono vedove o se hanno raggiunto lo status di saṃnyāsa.

Per essere iniziati occorre seguire alla lettera i 5 principi regolatori del Movimento che sono: essere strettamente latto-vegetariani (evitando di mangiare carne, pesce e uova), non assumere droghe (compresi tabacco, caffè, tè e alcolici), non praticare sesso, se non con il proprio coniuge e allo scopo di procreare, non praticare gioco d’azzardo.

I nuovi membri devono affrontare un periodo di prova di almeno sei mesi, rispettando rigorosamente i principi regolatori, al termine del quale, possono scegliere un guru dell’ISKCON e prendere l’iniziazione (dīkṣā).

Le regole interne all’Iskon sono molto simili non solo a quelle di molte organizzazioni monastiche anche cristiane e non solo, ma soprattutto alla condotta di vita che va tenuta all’interno di alcune delle comunità di recupero dalle tossicodipendenze o dipendenze in generale. Nella comunità di Don Mario Picchi per esempio non solo sono tassativamente vietati l’uso di alcolici, la pratica sessuale, l’assunzione se non limitata di caffè (max due giornalieri), la pratica del gioco, e un numero limitato di sigarette al giorno. Inoltre nella medesima (come anche nelle altre), un ruolo importante ha e ha avuto la costanza nell’igiene personale, con l’obbligo di lavarsi e radersi ogni giorno, e il servizio quotidiano.

Chi decide di vivere dentro un ashram “Hare Krishna” deve oltre al rispetto dei principi regolatori, i devoti devono farsi una doccia ogni mattina e radersi la barba e se possibile la testa (lasciando solo un codino “śikhā”) e nel caso di un brahamacharya egli dovrà farsi una doccia completa dopo ogni evacuazione giornaliera.

Mettendo a confronto la giornata tipo dell’Iskon con quella di una qualsiasi comunità per il recupero dalla tossicodipendenza, possiamo vedere alcune analogie e comunanze.

La vita all’interno di un tempio Hare Krishna si svolge in questo modo:

04.00 Sveglia
04.30 Programma spirituale del mattino (mangal aratrika ecc.) nel tempio
05.15 Japa (meditazione personale sul mantra Hare Krishna)
07.15 Guru puja e kirtan (cerimonie e preghiere) nel tempio
08.00 Lezione sullo Srimad Bhagavatam
09.00 Colazione
10.00 Lavoro
13.00 Pranzo e riposo (eventuale)
20.00 Cena
22.00 Riposo notturno

Vediamo come in una comunità come quella dei Lautari la prassi sia:

7:00 Sveglia
7:30; 8:00 Colazione a cui segue l’attività lavorativa sino alle ore 12
12:10 Pranzo
13:30 attività lavorativa
17:30 doccia e relazione scritta
19:30 cena
21:00 riunione di gruppo, attività sportive, culturali o ludiche
23:00 riposo notturno

Da tutto ciò è evidente che Srila Prabhupada abbia dovuto effettuare un cambio di prospettiva, creando una vera e propria dipendenza (in questo senso positiva e costruttiva) sul Maha mantra portando il praticante a focalizzare tutto se stesso sul ricordo continuo di Krishna, ma anche nel servizio devozionale che viene offerto a Krishna stesso. La grandezza terapeutica di Prabhupada è stata quella di dare una costanza, una regola ed uno scopo a molti giovani che abusavano di droghe, alcol e che non avevano regole alcune nella loro condotta quotidiana.

Dando loro uno scopo, offrendo loro una meta più affascinante come quella di creare una relazione con un Dio personale “Krishna” egli è riuscito a recuperare molti giovani iniziando loro ad una vita spirituale e a una quotidianità più ordinata e rispettosa di se stessi.

La pratica del Maha Mantra per quanto possa essere annoverata da alcuni come una forma di dipendenza da mantra, rimane tuttavia di per sé costruttiva avendo come scopo quello della trascendenza e del rapporto continuo con Dio stesso.

Massimo Mannarelli

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