Prima di tutto dobbiamo chiarire una cosa, e per farlo dobbiamo chiederci questo: quando meditiamo, lo facciamo con un fine spirituale o semplicemente per cercare di lenire lo stress, gestire e calmare i nostri pensieri, e diventare più consapevoli?

Ho scritto molte volte su questo argomento, proprio perché c’è molta confusione al riguardo.

Se meditiamo con un fine spirituale, possiamo dire di meditare nel senso più antico del termine, se invece stiamo praticando per gestire lo stress, l’ansia e quant’altro, stiamo praticando quella meditazione che ha preso il nome di mindfulness, una pratica che si è ispirata alla meditazione buddhista vipassanā, ma che è stata volutamente privata della parte spirituale. Una versione laica che ha permesso a tutti di avvicinarsi alla meditazione, anche ad atei e a persone appartenenti ad altre religioni.

Nello yoga, e quindi nell’induismo, si medita per ambire al ricongiungimento con l’Assoluto, per impedire il ciclo delle reincarnazioni, per raggiungere il mokṣa, la liberazione definitiva.

Nel buddismo il concetto è simile, ma alla fine si ambisce all’illuminazione per raggiungere il nirvana, l’estinzione, perché non c’è nessun Dio al quale ricongiungersi -il buddhismo è un sistema ateo- ma solo la comprensione che tutto è vuoto, coproduzione condizionata, e cioè che nulla esiste in maniera intrinseca. Un concetto molto complicato che purtroppo non avremo modo di spiegare qui.

La maggior parte degli occidentali non pratica la meditazione con questi intenti. Qui da noi si medita per sentirsi meglio, per “staccare” un po’ la mente, per rilassarsi, anche se la mindfulness non è una tecnica di rilassamento o di training autogeno, ma si tratta di “porre attenzione intenzionalmente, al momento presente, con atteggiamento non giudicante”, usando le parole del padre della mindfulness, Jon Kabat-Zinn, biologo e professore della School of Medicine dell’Università del Massachussets, che, da praticante di yoga e meditazione vipassanā, capì che la meditazione -scevra della componente spirituale- avrebbe potuto aiutare anche le persone affette da dolore cronico e malate di cancro.

Quindi, se parliamo di “benefici della meditazione”, parliamo soprattutto di mindfulness, e non di quelle di tipo zen, trascendentale, vipassanā, śamatha, yogiche, perché in questi tipi di meditazione non esiste un concetto legato al benessere come lo intendiamo e conosciamo noi. Per induisti e buddhisti, la vita rimane sofferenza, duḥkha, qualcosa di cui liberarsi per sempre e con ogni mezzo; una fase di passaggio, un’illusione. L’ambizione è trascendere l’essere, questo corpo e questa esistenza, che non sono altro che un peso in attesa dell’elevazione spirituale che condurrà all’eterno.

Possiamo dire soltanto che questi tipi di meditazioni hanno in comune con la mindfulness la parte iniziale legata all’attenzione sostenuta sul respiro, o su un altro oggetto di meditazione. Solo che la mindfulness si ferma qui, mentre con gli stili buddhisti e induisti, si possono raggiungere stati di totale assorbimento, fino a raggiungere l’illuminazione.

Qui in Occidente, invece, abbiamo trasformato questa pratica in qualcosa per vivere meglio, l’esatto opposto del concetto orientale.

Ma vediamo in che modo e perché la meditazione di tipo mindfulness ci può aiutare a raggiungere un maggior stato di benessere.

La nostra mente è come una scimmietta in perenne movimento, cui non piace stare ferma. Mai. Per la maggior parte della giornata si trova in quello stato che viene chiamato Default Mode Network: pensare a se stessi e riflettere sul proprio stato emotivo, pensare agli altri e cercare di immaginare cosa pensano di noi oppure cercare di capire come si sentono, giudicare cosa è bene e male, riflettere sul mondo che ci circonda e sulla nostra società, e soprattutto, ricordare il passato e immaginare il futuro. Tutto questo conduce al Mind wandering, il famoso “vagare” della nostra mente, che ci porta ad allontanarci e a iniziare a fare associazioni mentali distanti dal focus iniziale.

La mindfulness insegna a tenere le redini della nostra mente, e continuando a praticare, -tenendo per esempio l’attenzione sul respiro nella posizione seduta, e ritornando al respiro ogni volta che la mente ricomincia a pensare e a fantasticare- possiamo imparare a riconoscere e a distinguere i pensieri e le emozioni cui vale la pena prestare attenzione, e cosa invece si può lasciar andare, acquisendo la consapevolezza che ogni cosa è impermanente, e cioè soggetta a una nascita, una durata e una fine, anche i pensieri.

È proprio il Default Mode Network, infatti, che fa peggiorare le nostre performance cognitive e che ci rende più soggetti a depressione, ansia, e a ruminazioni mentali, capaci di consumarci e stancarci terribilmente.

Se la nostra mente non si trova mai a vivere il momento presente, ma è sempre proiettata nel passato o nel futuro, come possiamo credere di trovare un po’ di pace e tranquillità? Poiché oltretutto il tipo di pensieri che riguardano il passato o il futuro, sono spesso negativi, e portano ansia e paura, oltre a essere ripetitivi.

La mindfulness aiuta a domare la mente, con atteggiamento gentile e non giudicante, per riportarla nel qui e ora. In che modo? Migliorando le nostre abilità attentive e di concentrazione, di autocontrollo, che a livello fisico permetteranno di rilassarsi e ridurre lo stress, e a livello emotivo di raggiungere una maggiore stabilità umorale e d’incentivare la resilienza, riducendo l’attività del sistema nervoso simpatico e aumentando quella del parasimpatico. Tutto grazie alla neuroplasticità, la facoltà del nostro cervello di modificare la sua stessa struttura e le sue funzionalità in base agli stimoli che riceve, interni o esterni che siano, dando vita a nuove connessioni neuronali o facendo crescere determinate zone grazie al loro ripetuto uso.

Ogni tipo di meditazione -fino alla parte dell’attenzione sostenuta- e la mindfulness, ci permettono quindi di allenare la mente, e di affinare la capacità di mantenere a lungo l’attenzione su un determinato oggetto, che può essere il respiro, il corpo o altro, e di tornarci ogni qualvolta la mente si allontana e inizia a fantasticare. Tutto questo per ambire a una mente più chiara e calma, che ci aiuterà a diminuire lo stress, e quindi anche i nostri livelli di glicocorticoidi nel sangue, l’ormone steroideo rilasciato dal surrene, di cui fanno parte il cortisolo, cortisone e corticosterone, che spesso causano il peggioramento di numerose malattie, come ci racconta anche il famoso bestseller “Perché alle zebre non viene l’ulcera?”, del neurobiologo e primatologo Robert Sapolsky.

È questione di pratica, fiducia, esercizio, costanza, perseveranza e pazienza. I benefici che se ne traggono sono innumerevoli, tanto che anche la scienza sta iniziando finalmente ad accorgersene. Basta visitare il più grande motore di ricerca gratuito di letteratura scientifica biomedica, Pubmed, per rendersi conto dei successi della mindfulness in ambiti terapeutici, nonostante la ricerca sia ancora all’inizio.

Non bisogna dimenticare, però, che stiamo parlando di mindfulness, una pratica poco intensa e di breve durata (una pratica seduta di attenzione sul respiro non dura più di quaranta minuti, e così il body scan). Pratiche e ritiri meditativi più lunghi e intensi, non sono adatti a tutti e possono avere controindicazioni e aggravare i sintomi soprattutto in soggetti affetti da schizofrenia e psicosi, per i quali, infatti, non è adatta nemmeno la mindfulness.

Bisogna anche chiarire e ricordare sempre che nessun tipo di meditazione può sostituirsi alla terapia con uno psicologo, nei casi in cui ce ne sia bisogno, perché la meditazione può aiutare a trovare un po’ di beneficio nella gestione dell’ansia, per esempio, ma non aiuta a guarire, a individuare la radice del problema.

Insomma, basterebbero venti, trenta, cinquanta minuti al giorno di mindfulness per migliorare un po’ le nostre vite. Meditare vuol dire creare un momento solo per sé, una pausa dal mondo e dalla propria mente, per rigenerarsi, per sospendere la costante e spesso estenuante attività del nostro cervello. Non è una rinuncia e un arrendersi agli avvenimenti del mondo, è prendersi del tempo per se stessi, per poi agire più lucidamente e soprattutto consapevolmente, per il proprio bene e per quello degli altri, con gentilezza e compassione. Le intuizioni e le soluzioni ai nostri problemi arriveranno con molta più facilità se smetteremo di arrovellarci su determinate questioni.

E tutto per imparare ad accettarci e ad accettare quel che non possiamo cambiare, e che spesso ci porta a considerare la nostra intera esistenza come qualcosa d’insopportabile e di orribile, quando spesso non è così, ma dipende soltanto da come vediamo e viviamo le cose.

Voglio chiudere con le parole di Ajahn Brahm, un inglese diventato monaco buddhista. Nel suo libro “Consapevolezza, beatitudine e oltre”, definisce la meditazione come una pratica di rinuncia, grazie alla quale imparare il non attaccamento, il lasciar andare. La prima fase della meditazione, uguale per tutti, e cioè l’attenzione sostenuta, “consiste nel rinunciare al paradigma del tempo per entrare nello stato meditativo dell’assenza di tempo, o consapevolezza del momento presente. Poi s’impara a rinunciare alla tirannia del discorso interiore, del pensiero, allo scopo di entrare nella luminosa e sacra pace della consapevolezza silenziosa del momento presente.”

E bisogna compiere questo senza aspettative, senza ambire a un fine, senza cercare risultati e senza giudicarci. Capito questo, sarà più facile restare con noi stessi, con gli altri, senza temere i nostri pensieri, o il silenzio, dal quale troppo spesso cerchiamo di fuggire. La conseguenza sarà di essere più propensi anche ad ascoltare seriamente e profondamente gli altri (e anche il nostro corpo e i segnali che ci manda), imparando che c’è un momento per riflettere e agire e un momento in cui è inutile e anzi dannoso farlo, soprattutto se le due cose sono squilibrate. Dobbiamo imparare a concedere alla mente il giusto tempo per pensare e dedicarsi alle preoccupazioni, e darle sollievo in altri istanti, dove sa che potrà calmarsi, rigenerarsi e trovare un po’ di pace. Più diamo fin troppo valore ai nostri pensieri e cerchiamo di avere sempre il controllo su tutto, più la mente si stresserà e di conseguenza il malessere diverrà una costante, fisica e mentale.

Il segreto è imparare a stare anche nell’inattività, dando importanza al riposo e non solo all’attività, scaricando per qualche momento il peso delle responsabilità, senza sensi di colpa.

Come disse Blaise Pascal:

 “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo.”

Dejanira Bada

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