“Lo Yoga cambierà l’India e il Mondo”, il premier indiano Narendra Modi non ha dubbi in merito e per questo ha intrapreso una politica volta a massificare la pratica dello Yoga in tutta l’India. Un progetto ambizioso che ha già prodotto i primi contrasti fra la maggioranza indù e le minoranze religiose presenti nel paese, in primis quella musulmana.

Il 30 marzo scorso in piena emergenza Covid-19 ha anche deciso di diffondere su Youtube dei video in cui pratica l’antica disciplina. Ecco le sue parole che hanno accompagnato questa decisione: “​Non sono né un esperto di fitness né un esperto medico. Praticare Yoga è parte integrante della mia vita da molti anni e lo trovo utile. Sono sicuro che molti di voi hanno anche altri modi per mantenersi in forma: ma credo sia necessario condividerli anche con gli altri”.

Come noto il 21 giugno di ogni anno si celebra la giornata internazionale dello Yoga, sancita dalle Nazioni Unite proprio su richiesta del primo ministro indiano nel 2014.

Modi in un discorso, alla sede delle Nazioni Unite in concomitanza con la giornata mondiale delle Yoga da lui voluta, ha affermato: “Lo yoga è un dono inestimabile dell’antica tradizione indiana. Esso incarna l’unità di mente e corpo, pensiero e azione, moderazione e realizzazione, l’armonia tra uomo e natura e un approccio olistico alla salute e al benessere. Non si tratta di esercizio, ma di scoprire il senso di unità con sé stessi, il mondo e la natura”.

Lo Yoga, per Modi e, in generale, per l’ala nazionalista hindu (che il premier rappresenta), ha un enorme valore identitario. La Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), organizzazione paramilitare ultrainduista, ha fatto della divulgazione dello yoga una vera e propria missione nazionale e internazionale, imponendo la pratica a tutti i membri (tra cui lo stesso Modi, che ci ha militato sin dall’età di otto anni) e organizzando seminari e lezioni di massa a scadenza regolare in tutto il Paese.

Modi, convinto vegetariano e praticante, ha già da tempo attuato una politica nazionalista di tutela e diffusione della cultura indù, che da un lato ha introdotto la pratica obbligatoria dello Yoga per gli agenti di polizia e dall’altro, in modo più democratico, ha dato la possibilità di praticare la disciplina gratuitamente in tutte le scuole indiane, oltre che a ben tre milioni di dipendenti pubblici e alle loro famiglie.

Nel 2014 ha istituito il ministero di Ayurveda, Yoga & Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia (abbreviato, Ayush). Tuttavia le tensioni non mancano.

Secondo l’opposizione interna tale rivoluzione rappresenta un atto di violenza che sta provocando divisione e dissenso fra cristiani, musulmani e indù. I musulmani, soprattutto, rivendicando il loro diritto ad essere nazionalisti, non hanno intenzione di aderire a questo Yoga di massa allo stato embrionale imposto dal governo Modi, perché lo ritengono contro i principi dell’Islam.

La linea nazionalista di Modi vuole porre in essere un cambiamento sociale con o senza il consenso delle minoranze politiche e religiose e vuole farlo sulla base della tradizione culturale indù.

Ma non tutti hanno accolto bene l’idea di fare dello yoga una «missione» nazionale e internazionale. C’è chi vede un tentativo di Modi di propagandare certi valori di identità nazionale e di patriottismo.

Sempre nel 2014 nel bel mezzo dell’anno scolastico, la ministra dell’Istruzione, l’ex modella Smriti Irani, ha abolito l’insegnamento del tedesco come terza lingua obbligatoria in alcuni licei e l’ha rimpiazzata con il sanscrito.

Alcuni gruppi e attivisti musulmani si sono ribellati a questo Yoga imposto non volendo essere obbligati a cantare “Om”, suono sacro all’induismo, o a fare il saluto al sole, che secondo loro violerebbe la natura monoteistica dell’Islam.

Il ministro dello Yoga Shripad Naik, anche lui del Bjp, ha dichiarato inoltre, in linea con le tesi di Baba Ramdev, che lo Yoga è un ottimo strumento per «curare l’omosessualità».

Nel 2015 a Nuova Delhi si è svolta una sessione collettiva di Yoga, che, con quasi 36 mila partecipanti, ha battuto il Guinnes dei primati. Molti erano dipendenti pubblici, la cui partecipazione è stata caldamente consigliata dal primo ministro in persona.

E’ molto interessante come in Occidente molti maestri e insegnanti di yoga, spesso critici con ogni forma di nazionalismo e perfino contro lo stesso Modi, festeggino ogni anno la “Giornata Internazionale dello Yoga”.

In India la principale forza di opposizione ha accusato il premier di volere «usurpare lo Yoga» trasformandolo «in una questione polarizzante e coercitiva». Non è lo Yoga di per sé, quanto l’idea di imporlo agli altri, e in particolare ai musulmani, che il Congresso contesta.

Per l’opposizione indiana, lo Yoga Day è stata decisamente una operazione di destra, in odore di imposizione dell’induismo come religione di Stato: «Lo Yoga è la prosecuzione della politica con altri mezzi», ironizza la studiosa indo-americana Andrea Jain.

L’idea molto diffusa dello Yoga “tutto peace & love” ha cominciato, secondo alcuni, a diffondersi in Occidente negli anni Sessanta e Settanta. Era l’epoca della rivoluzione sessuale e dei figli dei fiori, quando Richard Alpert, uno psicologo ebreo di Boston, cominciò a interessarsi di psichedelia e delle possibili applicazioni dell’LSD nella cura delle malattie mentali: cacciato da Harvard nel 1963 a causa di questi suoi esperimenti, Alpert partì per l’India, dove si convertì e prese il nome di Ram Dass, “servo di Dio”.  Tornato negli Stati Uniti, pubblicò nel 1971 “Be Here Now” che presto diventò un bestseller e, complice lo spirito del momento, contribuì alla diffusione dello Yoga, della meditazione e, più in generale, della spiritualità orientale nel Nord America. Da lì nacque la sovrapposizione tra Yoga e sottocultura hippy. Da lì, in parte, nacque l’idea che dello Yoga ha oggi il pubblico generalista: amore, pace, spiritualità.

Ma lo Yoga non arrivò in occidente negli anni ’70 e non fu un monopolio degli Hippy. Paramahansa Yogananda guru e mistico indiano, nonché autore del famosissimo “Autobiografia di uno Yogi”, giunse a Boston nel 1920 (e prima nel 1870 aveva cominciato la propria azione di diffusione Vivekananda) e fu accolto con grande partecipazione ed entusiasmo da personaggi che provenivano dalla chiesa mormona come Sri Daya Mata, al secolo Faye Wright, e da uomini d’affari come Rajarsi Janakananda (James J. Lynn), e non certo da personaggi legati alla beat generation che riempirono gli ashram di maestri come Prabhupada e personaggi come Osho, Maharishi Yogi, ecc, solo verso la fine degli anni sessanta.

Tanti maestri o insegnanti di Yoga europei e occidentali contestano l’idea di politicizzare lo Yoga, più spinti dal fastidio che lo Yoga possa essere classificato all’interno di una concezione politica a cui si oppongono per motivi ideologici e perfino talvolta con l’intento di strappare la connotazione indiana dello Yoga per renderlo più global e commercializzabile. Spesso lo Yoga viene fatto convivere con percorsi di tipo olistico tutt’altro che in linea con lo stesso e con una visione prettamente progressista di tutto ciò che possa essere definito come tradizionale o spirituale. E’ possibile vedere la programmazione della maggior parte di centri yoga italiani per trovarvi ammassati una grande accozzaglia di discipline ( o presunte tali) alternative a tutto ciò che è ufficiale con tanto di “ego smisurato” al seguito; mentre in India lo yoga diviene semplicemente ufficiale e non alternativo!

Per non dimenticare lo yoga “femminista” degli anni ’70, tutto tipicamente ideologico, che monopolizzava lo yoga come un percorso tassativamente femminile.

Lo yoga, si continua a sostenere, essere una disciplina – o, meglio, un insieme assai variegato di filosofie e pratiche, fisiche e spirituali – antichissima, che traccia le sue origini nelle culture indiane pre-vediche di quattromila anni fa. Eppure l’Europa “moderna” cominciò a conoscere lo Yoga verso la fine del Settecento, quando si consolidò il dominio britannico delle Indie: in quel periodo arrivarono le prime traduzioni inglesi dei più importanti testi induisti, come i Veda e il Bhagavadgītā, giunti grazie alla traduzione in persiano volute da personaggi come l’imperatore Akbar e il sufi Mohammed Dara Sikoh.

Sir John Woodroffe, noto anche con lo pseudonimo di Arthur Avalon (15 dicembre 1865 – 1936), fu un orientalista britannico, il cui lavoro contribuì a promuovere in Occidente un profondo interesse per la filosofia indiana, le pratiche yoga e quelle tantriche. Nella seconda metà dell’Ottocento, con la diffusione dell’occultismo tra i ceti istruiti dell’Europa e degli Stati Uniti, gli stessi testi incontrarono una discreta popolarità tra i movimenti esoterici del periodo e in particolare nella Società Teosofica all’interno della quale approderanno personaggi come Krishnamurti, considerato “Il Guru della Nuova Era”, compito dal quale quest’ultimo pensò bene di abdicare, sostenendo: “la rivoluzione interiore va fatta da sé per sé, nessun maestro o guru può insegnarti come fare”.

In Italia, tra i primissimi estimatori dello Yoga si possono annoverare Julius Evola e alcuni suoi estimatori come lo steineriano Massimo Scaligero (che si interessò in particolar modo di Kundalini), in Europa vogliamo ricordare Mircea Eliade, ma la lista sarebbe assai lunga.

Evola pubblicò nel 1949 il saggio “Lo Yoga della potenza”. Più che un saggio sullo Yoga in sé, definito da Evola come «disciplina volta alla liberazione», è un saggio sullo yoga tantrico, caratterizzato «non dalla via del puro distacco, come nel buddhismo delle origini e in molte varietà dello stesso yoga, bensì da quella della conoscenza, del risveglio e del dominio delle energie segrete chiuse nel corpo».

La spiritualità orientale era presente prima di quella che venne definita la “contestazione giovanile” all’interno degli interessi di studiosi italiani di spicco come Giuseppe Tucci, ma anche come Filippo Pio Ronconi; non solo, ma il primo studioso di lingua sanscrita Paolo Emilio Pavolini, padre del gerarca fascista Alessando Pavolini impiccato a Piazzale Loreto.

Durante l’esperienza fiumana Guido Keller, nudista, vegetariano e cultore delle Asana, creò il movimento esoterico  “Yoga. L’Unione di Spiriti Liberi tendenti alla perfezione”, che assume come simbolo una svastica, allora allegoria del carro e del sole e una rosa a cinque petali. Mathias Tietke, che nel 2011 ha pubblicato il saggio “Lo Yoga nel Nazionalsocialismo concetti, contrasti, le conseguenze”, sostiene che il ministro degli interni Heinrich Himmler avesse consigliato agli aguzzini dei campi di concentramento di praticare la meditazione orientale per alleviare la tensione. Che Eva Braun la compagna di Hitler praticasse yoga ogni mattina era poi risaputo.

Di fatto nell’India contemporanea la pratica dello Yoga ha sempre avuto anche una connotazione di identità culturale, di ritorno alle origini, di rifiuto della cultura occidentale imposta dal dominio inglese, senza però necessariamente implicare un estremismo nazionalista. Praticavano lo Yoga quotidianamente Jawaharlal Nehru, padre della nazione indiana, e sua figlia Indira Gandhi, per fare due esempi.

Il disappunto esplicito da parte di quella elite di yogi occidentali di sinistra che si oppongono alle posizioni della destra indiana svaniscono quando le medesime sono in prima fila nell’organizzare, spesso con scopi anch’essi bassi come quello di riempire le proprie casse, la giornata dello Yoga nelle loro città, all’interno delle quali ovviamente si contestano le scelte di Modi stesso, di cui si utilizzano tuttavia le scelte che fanno comodo. Con il sostantivo maschile sanscrito Yoga nella terminologia delle religioni originarie dell’India si indicano le pratiche ascetiche e meditative. Non specifico di alcuna particolare tradizione hindu, lo Yoga principalmente inteso come mezzo di realizzazione e salvezza spirituale, è stato poi variamente interpretato e disciplinato a seconda della scuola. Se non può essere esclusiva di nessun nazionalismo, non può neppure essere appartenere ad un’idea prodotta dall’arroganza di alcuni yogi occidentali.

Sarebbe bello che lo Yoga non fosse di proprietà di nessuno né di destra né di sinistra né di uomini né di donne. Yoga è unione e riprendendo le parole del maestro Pattabhi Jois (l’ “inventore” dell’Ashtanga Yoga” “Lo Yoga è possibile per chiunque lo voglia davvero. Lo Yoga è universale… Ma non avvicinatevi allo yoga con una mentalità affaristica o in cerca di guadagni terreni”.

Insomma, giù le mani dallo Yoga!

Massimo Mannarelli

Corsi individuali e per piccoli gruppi di meditazione

Blog: Savitri Magazine

Sito: La via del meditante

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