Secondo Shreena Gandhi che insegna nel Dipartimento di studi religiosi presso la Michigan State University, la popolarità dello Yoga in occidente è da imputare ai viaggi che i vari yogi indiani fecero in Inghilterra e, soprattutto, negli Stati Uniti per “vendere” lo Yoga. Pensiamo a tal proposito al libro “L’Autobiografia di uno yogi” di Yogananda, best seller tradotto in 35 lingue che è stato una delle prime opere a mettere in contatto il pubblico occidentale con la filosofia vedica nonché unico libro ritrovato nell’iPad di Steve Jobs, il quale dispose che ne venissero distribuite 800 copie tra i partecipanti al suo funerale.

Lo Yoga venne spesso usato come strumento per mostrare agli inglesi che la cultura indiana non aveva nulla di arretrato o di primitivo. Oltre alla sua utilità, lo Yoga è diventato popolare, in parte, anche perché contribuiva a rafforzare le idee europee ed americane sull’India. I primi missionari Yoga indiani giocarono sulla contrapposizione tra “ovest progressista e superiore” e “est più votato alla spiritualità, ma inferiore”: Yogananda (ancora lui) in particolare auspicava l’incontro tra progresso materiale del mondo occidentale e cultura vedica e spirituale dell’India.

Sempre secondo la Gandhi, lo Yoga divenne e rimane ancora oggi una pratica che consentiva agli occidentali di sperimentare l’idea di un’altra cultura mentre si concentrano su se stessi.

La Gandhi sottolinea come nell’era consumistica di oggi, lo Yoga abbia una sua prosperità grazie a tutte le attività di natura “commerciale” nate intorno allo stesso: vedasi la nascita negli ultimi due decenni di migliaia di centri Yoga, il diffondersi di video di Yoga (YouTube), app, abbigliamento studiato ad hoc per la pratica, i famosi Yoga props, ecc…

Se i maestri Yoga da una parte esaltano l’importanza di una spiritualità da contrapporre al modello consumistico occidentale, dall’altra concorrono a contribuire al medesimo modello economico dimenticandosi che quest’ultimo è basato sullo sfruttamento e sulla mercificazione del lavoro, spesso delle persone disagiate del sud del mondo.

Secondo la Gandhi, lo Yoga, come tanti altri sistemi di pratica e conoscenza “colonizzati”, non è apparso nel panorama spirituale americano per coincidenza, ma come diretta conseguenza di un sistema di appropriazione culturale tipica del capitalismo. Questa caratteristica tipica dell’occidente e degli Stati Uniti in particolare è la chiave per comprendere come il vuoto culturale della società “bianca” sia intimamente mescolato con la supremazia bianca, il capitalismo e la globalizzazione; ed è all’interno di queste strutture oppressive che fiorisce l’appropriazione culturale e lo sviluppo di un vero e proprio settore economico connesso allo Yoga.

La Gandhi sostiene, inoltre, che le persone sono alla ricerca di qualcosa che permetta loro di posizionarsi al di fuori della vuotezza spirituale e della superficialità tipiche del materialismo e del consumismo senza però nemmeno cercare di capire i motivi di questa situazione.

I fachiri musulmani e, più in generale, i “santoni” indiani sono stati dipinti, già ai tempi di Emilio Salgari, come personaggi estremamente “pittoreschi e figure attrattive, non solo per il loro particolare aspetto e per le “prove” a cui sottoponevano il loro corpo, ma soprattutto perchè capaci di creare un’atmosfera misteriosa e selvaggia, di cui l’India è da sempre stata considerata il simbolo.

La maggior parte degli insegnanti di Yoga in America non approfondisce lo studio e la conoscenza della tradizione indù o della storia culturale indiana anzi generalmente negli Stati Uniti, le persone praticano l’aspetto legato al corpo fisico, le posture o Asana che rappresentano come noto solo uno degli otto passi del Raja Yoga di Patanjali. Sicuramente la pratica fisica, il fluire da una posa all’altra con consapevolezza del respiro, aiuta molte persone a ridurre stress, ansia e depressione. Tuttavia, quando gli insegnanti di Yoga “occidentali” portano i propri allievi a “vivere” lo Yoga solo a livello fisico, senza esplorarne storia, radici, complessità e filosofia, stanno perpetuando la ricolonizzazione di esso diluendone la vera profondità e significato. Questa tendenza moderna di appropriazione culturale, afferma la Gandhi, altro non sarebbe che una continuazione della supremazia bianca e del colonialismo perpetrando il modello tipico degli occidentali che consumano solo una parte della cultura indiana ossia quella più utile ed esportabile, ignorando il benessere e la liberazione del popolo indiano.

La Gandhi scrive: ” È possibile che avvenga uno scambio culturale autentico, rispettoso e responsabile e che le pratiche abbiano un profondo effetto di guarigione sul praticante. Qui sta l’invito per i praticanti di Yoga occidentali ad andare oltre una relazione superficiale con lo Yoga verso un livello più profondo, più trasformativo in termini di pratica consapevolezza, contemplazione e impegno”.

Nel Malinivijaya Tantra, testo dello shivaismo tantrico del Kashmir vi è scritto: “Le prescrizioni, i divieti, gli Yoga fondati sulle diverse membra (anga) e il controllo del respiro, tutto ciò è inutile e nulla al confronto del nostro sistema innato. O sovrana degli dei, aderisci alla realtà attraverso il cuore, ecco l’unica obbligazione e non importa il modo con cui vi si accede”.

La Gandhi afferma che i praticanti e gli insegnanti di Yoga in occidente dovrebbero impegnarsi nello Yoga in modo “decolonizzante” riducendo i danni con una maggiore responsabilità culturale. In primo luogo, dovrebbero essere maggiormente consapevoli della storia, delle radici e dell’entità della pratica e dare credito quando il credito è dovuto. Umiltà, rispetto e riverenza diventano fondamentali. Andrebbe dato maggiore spazio a conversazioni sull’appropriazione e la responsabilità culturale. Inoltre, vi è la responsabilità di esplorare i problemi relativi all’accesso alla pratica Yoga: il costo delle lezioni di yoga occidentali può essere proibitivo per le persone a basso e medio reddito. Ciò include spesso le persone di colore, compresi i recenti immigrati, come le donne indiane a cui questa pratica in verità appartiene.

Il risultato diventa uno Yoga indirizzato a donne magre, bianche e dell’alta borghesia. Un altro tema è sicuramente il fatto che alcuni valori tipici di tale cultura dominante come l’individualismo competitivo e il pensiero binario distorcono gli antichi insegnamenti. Molte persone competono per l’attenzione, il tempo e l’elogio dei loro insegnanti, che sono spesso trattati come celebrità e molti insegnanti (e professionisti) si sforzano di promuovere il loro stile o marchio di Yoga come la migliore o la più alta forma. Tutto ciò finisce per creare una cultura elitarista antitetica alle vere radici dell’antica pratica millenaria, che riguardano il rapporto tra mente, corpo e spirito finalizzato al recupero della nostra innata unità e connessione con la coscienza universale.

Molto più in linea con quanto sostenuto dalla Gandhi è sicuramente quanto svolto da Mary Wanjiru, una maestra di Yoga del Kenya, che ricorda che quando aveva iniziato a insegnare si sentiva come se avesse dovuto costringere le persone a venire alle sue lezioni, partecipate inizialmente da sole 10 persone, poi cresciute nel tempo. Il suo centro è sito nella più grande baraccopoli dell’Africa, in un contesto privo di tutto il marketing tipico dello Yoga d’occidente.

La Wanjiru racconta “…da quando sono nata vivo nei bassifondi e mi fa sentire come se dovessi iniziare lì per fare un cambiamento. So com’è la vita nei bassifondi e rendere le vite migliori è importante. Possiamo combattere la violenza facendo Yoga”.

Insomma, nel tanto spirituale mondo dello Yoga di soldi ne girano parecchi. È diventato un business tra seminari, corsi di formazione, tappetini, legging, magliette, canottiere, braccialetti, mattoncini, cinghie, palle, di tutto e di più. Shreena Gandhi seppur spinta anche da motivazioni di carattere socio-politico, apre ad una critica sulla trasformazione “consumistica” dello Yoga d’occidente, soffermandosi poco su quanto sia stato fondamentale anche il contributo di “Business Yogi” indiani che hanno essi stessi stravolto la tradizione dello Yoga offrendolo (non sempre o quasi mai gratuitamente) all’occidentale di turno.

A Rishikesh divenuta ormai la “città dello Yoga”, basta pagare (talvolta anche cifre spropositate) per diventare insegnanti di yoga; la realtà è che se ne potrebbe fare benissimo a meno, perché non c’è una legge che obbliga a essere iscritti a qualche albo o roba del genere per insegnare yoga; basti pensare a alla maestra e allieva di Iyengar, Vanda Scaravelli che insegnava senza lasciare attestati che per altro non possedeva.

La disciplina millenaria nata come meditazione, si è trasformata agli inizi del novecento, in una pratica più prettamente “ginnica” e ciò non solo per adattare lo Yoga al mondo occidentale, ma per adattarlo piuttosto al mondo del body building che si era molto sviluppato in India anche ai tempi di Krishnamacharya. Basti osservare come Bikram Choudhury (fondatore del Bikram o Hot Yoga) fu allievo del fratello di Yogananda, Bishnu Charan Ghosh (1903 – 1970), noto come BC Ghosh, culturista e Hatha yogi.

Come scrive lo studioso Mark Singleton nel suo “Yoga Body”, la parola Yoga oggi è solo un omonimo ma non sinonimo di quello che era un tempo. Nessuno oggi può dire di insegnare veramente Yoga, neanche quei quattro guru che sono rimasti in India e che forse davvero non si fanno neanche pagare.

La Gandhi non si sofferma, infine, sulla diffusione, dello yoga di “nuova generazione” che negli anni 60 giunse attraverso il fenomeno americano della New Age, grazie al quale si aprì il mercato d’occidente per una miriade di guru e santoni indiani, non certo motivati dall’idea di condividere una tradizione millenaria e di matrice indiana (come la stessa Gandhi tende a sottolineare, guardandosi e giustamente bene, dal farne una pratica universale) quanto piuttosto, in perfetta linea, col modello capitalista occidentale, messo all’indice dalla stessa Gandhi, creando essi stessi marchi, budget, corsi, iniziazioni e quant’altro, tutti sempre ben retribuiti, a cui, comunque, va tuttavia riconosciuto il merito di aver creato forza lavoro e portato sviluppo in alcune zone depresse dell’India.

Ma un vero maestro è quello con il maggior numero di allievi o quello che crea il maggior numero di maestri? Ai posteri l’ardua sentenza.

Massimo Mannarelli (sedute di meditazione individuali e di gruppo)

Blog: Savitri Magazine 

Sito: La Via del Meditante

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