Se dovessi definire lo Yoga, lo definirei con una sola parola: consapevolezza.

Senza consapevolezza non c’è Yoga; le Asana diventano semplici esercizi di ginnastica dolce, il Pranayama una pratica per ampliare la capacità respiratoria e la Meditazione un modo per riposare la mente.

Ma se c’è consapevolezza tutto cambia e diventa Yoga.

In sanscrito, l’autoconsapevolezza, l’auto introspezione è indicata con il termine “svadhyaya” ed è uno degli nyama, norme di comportamento morale, indicate da Patanjali nei suoi Yoga Sutra, testo base di ogni tipo di Yoga.

“Conosci te stesso” altra frase famosa dell’esoterismo occidentale, esprime con altre parole lo stesso concetto, che viene ulteriormente specificato con l’acronimo “VITRIOL” (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultam Lapidem), che, sintetizzato in italiano, per renderlo comprensibile a tutti, è un invito ad indagare la propria personalità modificando ciò che deve essere modificato.

Il cerchio si chiude a dimostrare che la cultura esoterica è universale ed è il collante superiore ed unificante di tutte le religioni e filosofie locali e temporanee.

Conoscersi, essere consapevoli di sé stessi è la cosa più bella e più proficua per chi vuole veramente migliorare: è il punto di partenza di una rivoluzione che tutti invocano, ma che nessuno si impegna a fare sinceramente, aspettando sempre che siano gli altri a cominciare.

Lo Yoga, quando trasmesso da un bravo insegnante, ti porta gradualmente a prenderti in considerazione, a conoscerti, cominciando dal fisico, dalle Asana, dalle più semplici alle più complicate.

Che differenza c’è fra un Asana ed un esercizio di ginnastica, fra pada hastasana ed un piegamento in avanti? La consapevolezza.

Quando uno yogi si piega in avanti, per toccare terra con la punta delle dita delle mani, lo fa lentamente e consapevolmente, con l’attenzione al respiro che esce dalle sue narici, alla colonna vertebrale che si piega lentamente, vertebra dopo vertebra, agli ostacoli muscolari che si oppongono al piegamento in avanti, al rilassamento finale che deve raggiungere nel mantenimento della posizione: consapevolezza di tutto ciò che succede nel suo corpo e nella sua mente.

La performance fisica che viene chiesta all’atleta, toccare per terra a tutti i costi con la punta delle dita, non lo sfiora nemmeno.
E questa consapevolezza deve investire ogni Asana, ogni movimento, se si vuole praticare Yoga.
Lo stesso discorso riguarda il Pranayama, che deve cominciare sempre con prana nigraha, la consapevolezza del respiro.

Uno yogi dovrebbe sempre essere consapevole del suo respiro, con che narice sta respirando, se il flusso è superficiale o profondo, se ci sono ostacoli a livello nasale o polmonare, e non ultimo dove va il respiro, se sta respirando con l’addome, con il torace o soltanto con gli apici polmonari.

L’analisi del respiro ti dice subito se stai bene o non stai bene, se ti sta arrivando un raffreddore, se sei mentalmente alterato, se sei rilassato o se sei agitato.
Ed intervenendo sul respiro puoi modificare i tuoi stati, portando benessere dove c’è malessere.

Consapevolezza ci deve essere anche nella Meditazione, che non è “chiudi gli occhi e aspetta” come dicono alcuni istruttori, ma un viaggio consapevole all’interno della mente, che comincia con la consapevolezza del respiro e continua con la consapevolezza dell’attività sensoriale e dell’attività mentale, che devono essere ridotte ed eliminate per arrivare di fronte alla “nube della non conoscenza” per utilizzare il titolo di un libro scritto da un anonimo mistico inglese del XIV secolo.

Quindi, la consapevolezza permea e caratterizza ogni pratica di Yoga abituando, all’inizio, la mente ad osservare il corpo, il respiro ed infine se stessa.
Questo fatto, quasi automatico, comporta un grosso risultato: cominciamo a conoscerci, non solo sotto il profilo fisico, ma sotto il profilo psichico.

Inizia quel lavoro di autointrospezione – svadhyaya – di cui abbiamo parlato all’inizio; comincia quella visita all’interno del nostro essere per conoscerci veramente ed intimamente.

In realtà conosciamo la nostra faccia perché la vediamo allo specchio tutte le mattine, ed il nostro corpo perché dobbiamo utilizzarlo esattamente come ogni giorno si usa l’auto; ma la nostra mente, il nostro carattere, il nostro ego, le nostre reazioni agli eventi quotidiani, previsti o imprevisti, li conosciamo molto meno, e qualcuno non li conosce per niente.

Ed è su questi aspetti che uno yogi deve lavorare, meglio se con l’aiuto di un buon maestro, per migliorarsi; ma soprattutto per vivere meglio.

Un sutra della Shiva Samhita dice che siamo nati per soffrire e per gioire; Paramhansa Satyananda ci dice che la vita può essere un paradiso o un inferno a seconda di come la si affronta; lo Yoga, con svadhyaya, ci dice come trasformare l’inferno in paradiso, in definitiva come vivere meglio.

Nel mondo, in particolare in quello occidentale, c’è tanta insoddisfazione, tanta infelicità, tanta rabbia perché le persone non si conoscono e pretendono cose che non sono alla loro portata o sono inutili o portano soddisfazioni temporanee.

Ci sono persone nate per essere centometristi, altre per essere fondisti, altre per essere lumache; se una lumaca si mette in testa di fare la centometrista sarà eternamente infelice come sarà infelice un centometrista che decide di correre con la casa in testa!

“Nosce te ipsum”!! Questa è la strada della felicità cui ti porta uno Yoga vero, ben fatto, inquadrato nella tradizione millenaria degli antichi maestri che hanno scritto le Upanishad in risposta agli interrogativi dei loro allievi.

Il processo di autoconoscenza che si instaura con lo Yoga è un processo complesso che deve essere affrontato con equilibrio perché quello che viene a galla, che vediamo di noi stessi non sempre ci piace e può portare a depressione, oppure, al contrario, ci piace talmente tanto da portare a sopra valutazione: l’ego è sempre pronto ad ingannarci, a tenderci trappole nelle quali cadiamo come dei bambini.

Quindi la “strada della felicità”, dell’autoconoscenza deve essere percorsa con attenzione, applicando costantemente onestà, sincerità e non violenza, tre dei cinque yama indicati da Patanjali, soprattutto nei nostri confronti.

Buon lavoro a tutti

Hari Om

Swami Virananda

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One thought on “Senza consapevolezza non c’è Yoga”

  1. Grazie Swami Virananda, sempre preciso e puntuale. Mi riconosco, anche come insegnante di yoga, nei tuoi discorsi. Ce n’è sempre tanto bisogno!
    Anna Cazzavillan

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