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Nella foto: Blanche DeVries Bernard, con le allieve della sua “Scuola di Yoga per la Donna” (1914).

Felice e beatissimo, sarai dio invece che mortale. Agnello caddi nel latte.
Chi sei? Da dove sei? Sono figlio della Terra e del Cielo stellato.
— Frammenti Orfici, fr. 32 Kern.

Lo Yoga è per tutti?
Si, certo… ma anche no.

Se si parla di una salubre ginnastica, di una «tecnica basata sulla forma fisica, il sollievo dallo stress e il rilassamento basata sulla postura»1 e/o di una serie di tecniche di respirazione e meditazione praticate con l’intenzione di placare l’ansia e sentirsi più “in armonia con sé stessi e con l’Universo” è indubbio che sia per tutti [N.d.A. a patto di non esagerare con acrobazie e contorsionismi], nel senso che nella moltitudine di stili e scuole promossi dal mercato della spiritualità ciascuno di noi potrà trovare un corso, un seminario o un teacher training in cui si troverà a proprio agio e dal quale trarrà indubbi benefici per la propria salute psicofisica.

Al giorno d’oggi c’è uno Yoga per tutti i gusti: Power, Soft, Hot, Flow, Yin, Yang, Undressed… Solo in Italia oggi si contano quasi 70 diversi stili e dato che, nel mercato della spiritualità, la parola Yoga si spende bene, ne nascono di nuovi quasi ogni giorno ad opera di istruttori più o meno preparati, ma sicuramente motivati da un fine comune: far star meglio le persone.

Si tratta di un fine sicuramente nobile, e se una decina di anni fa, lo ammetto, storcevo un po’ il naso, ed ironizzavo di fronte al dilagare dei sempre nuovi-antichi stili, oggi guardo con simpatia agli inventori di etichette e alla loro capacità di presentare sotto una miriade di nomi, forme e colori diversi, le stesse identiche posture, le stesse identiche kriyā le stesse tecniche di visualizzazione e rilassamento, diffuse in occidente fin dai tempi di Alessandro magno2.

In epoca moderna, in occidente, le tecniche psicofisiche indiane godevano di una discreta popolarità già agli inizi del XIX secolo – basti pensare che Ralph Waldo Emerson (1803 – 1882), uno dei più importanti poeti e filosofi americani, era un praticante di Yoga e nel 1857 pubblicò un poema sulla filosofia dello yoga dal titolo “Brahma”3 – ma lo “Yoga Business”, lo “Yoga per tutti” si sviluppa pienamente nel XX secolo, grazie a maestri come Theos Bernard, o Selvarajan Yesudian, Mollie Bagot Stack, e, soprattutto, Blanche DeVries.

Yogini nella scuola di DeVries e Bernard agli inizi del XX secolo

Blanche DeVries, insieme al marito, il pioniere americano dello Yoga Pierre Arnold Bernard, detto il “Grande OOM”4, mescolando lo Yoga con la danza del ventre, le tecniche circensi e la ginnastica calistenica, creò, mezzo secolo prima di Iyengar, Patthabi Jois o Bikram, uno Yoga dinamico, finalizzato alla salute e alla bellezza, particolarmente adatto al mercato occidentale.

Bernard e la DeVries non furono certo casi isolati: all’inizio del ‘900 sia in Europa sia negli Usa c’era già un fiorente business dello Yoga/fitness, uno Yoga finalizzato alla salute e alla bellezza che ebbe un ruolo fondamentale nella nascita di una nuova “cultura del corpo” e nella storia dell’emancipazione femminile5. Le posture, gli esercizi di respirazione e le sequenze proposte da Blanche DeVries o Mollie Bagot Stack erano, grosso modo, gli stessi che vengono proposti oggi dai molti stili e scuole di Yoga contemporaneo, e identico era il fine: far star meglio le persone.

Ritornando alla domanda iniziale, possiamo dire, senza tema di smentita, che se per Yoga quindi, si intende l’insieme delle discipline – diverse nei nomi ma identiche nella sostanza – finalizzate all’ottenimento e al mantenimento della salute e della bellezza del corpo, promosse da almeno un secolo dal mercato della spiritualità, la risposta alla domanda che abbiamo posto all’inizio non può che essere affermativa: lo Yoga è per tutti.

Blanche DeVries, with flowers in hair, is in three-point position on a lawn

Se però intendiamo per Yoga qualcosa di diverso, un’Arte o una tecnica alchemica che attraverso la modificazione – pariṇāma – della mente e del corpo conduca al superamento dell’innata ansia di incompiutezza dell’essere umano, il discorso cambia.

Lo Yoga alchemico non è una combinazione di fitness e tecniche di rilassamento, ma è la pratica del samādhi.

Samādhi – o enstasi come lo definiva Mircea Eliade – è il sentirsi uno con l’universo e il percepire come tutti gli eventi sembrino piegarsi al volere di una potenza sconosciuta, un “ente” diverso dalla coscienza individuale.

Samādhi è l’esperienza straordinaria che confonde e trasforma la mente.

A volte è il risultato di esercizi, di pratiche ascetiche6 o dell’assunzione di droghe. Altre volte accade, così, senza motivo. D’improvviso gli oggetti esterni ci paiono essere più luminosi, i colori più vivi, le piante sembrano crescere più velocemente e sembra che crescano per noi. Accade di pensare ad un animale o ad una persona ed ecco che compaiono. I testi sacri ci sembrano improvvisamente chiari (e forse lo sono!) e si indovinano tracce e coincidenze che agli altri sembrano oscure. Chiudendo gli occhi figure meravigliose e coloratissime compaiono nella nostra mente e visualizzando una Dea o una figura mitica essa appare come fosse reale.

Il samādhi (“questo samādhi”) è la fase “caleidoscopica” della pratica, la meraviglia del mondo creato dalla Dea che si palesa davanti ai nostri occhi.Tutto è meraviglioso e si ha l’idea di aver compreso in un istante tutto ciò che c’è da comprendere.

Questi stati non ordinari sono spesso temporanei, può accadere che non tornino neppure più e ne resti solo il ricordo.

Da alcuni il ricordo è conservato come un segreto tesoro, da altri è trasformato in una sorta di nevrosi da “paradiso perduto” e la vita si trasforma in un’accanita ricerca di quello stato di beatitudine; quel che è certo è che niente dopo il samādhi sarà più come prima: è un territorio in cui, chi prima di te è arrivato, ti viene incontro e ti mostra i paesaggi più affascinanti, i fiori più colorati, le rocce dalle quali puoi goderti tramonti belli fino alle lacrime. È là, al culmine dell’emozione, che bisogna avere la lucidità per tracciare un confine tra il prima e il dopo.

L’esperienza c’è, c’è stata ed ha modificato la mente, ma il rumore del mondo continua ad attrarti e spesso, senza volere, torni al punto dell’inizio.

Lo yoga è un’amante gelosa, vuole tutto per sé, non sopporta ricordi e rimpianti e condanna all’oblio chi cerca di portarsi dietro i fantasmi del passato. E invece occorre ricordarsi di sé in ogni istante, in ogni momento. La consuetudine, la tendenza ad utilizzare strutture mentali ormai logore dopo l’esperienza del samādhi, porta a dimenticare. C’è una luce particolare, suoni e sapori che paiono indimenticabili, e poi, d’un tratto, ne rimane solo un vago ricordo, come foto ingiallite dal tempo in cui non riesci più a trovare il sorriso e lo sguardo di amanti lontane. Rimane la nostalgia, a volte neppure quella.

Il problema è che l’io di prima, con i suoi sogni, speranze e memoria, non c’è più e finisci per trovarti, spaesato, in una terra di mezzo, incapace sia di rivivere l’esperienza sia di godere del quotidiano. Occorre coraggio per tracciare il confine, un coraggio che non può comprarsi con la quota mensile di un corso di Yoga/fitness.

Bagwan Nityananda

«Io sono il mio passato, la mia memoria, la mia infanzia» – dice il piccolo ego – «Come potrei sentirmi intero senza ricordi?»

È per questo, per tacitare i piagnucolii dell’ego che occorre tracciare il confine tra il prima e il dopo.

Il sapore dell’esperienza deve sostituire i ricordi più antichi ed amati.

È un’arte lo Yoga – “questo Yoga” -, l’arte di morire da vivi. Non è bello da dirsi, lo so. Chi pratica veramente Yoga alchemico è morto, più volte e più volte ha cercato di dimenticare l’esperienza, di aggrapparmi ad una vita che non esisteva più.

Quando le energie della creazione, liberate dal samādhi, invadono quella che, sino ad un attimo prima, chiamavi realtà non hai scelta: o ti arrendi o assisterai, attonito alla distruzione di tutto ciò che ami.

Lo Yoga/fitness è per tutti, lo Yoga alchemico no.

Paolo Proietti

 

Bibliografia

1 Vedi Burley, Mikel (2000). Hatha Yoga: Its Context, Theory and Practice. Delhi: Motilal Banarsidass. ISBN 978-8120817067.

2 Onesicrito, un filosofo greco al seguito di Alessandro Magno (IV secolo a.C.), descrive le «posture diverse – in piedi o seduti, sdraiati nudi e immobili – degli yogi indiani». Vedi: Strabo, Geografia  in Wayback Machine Libro XV, capitolo 1, sezioni 63–65, edizione Loeb Classical Library, Harvard University Press, traduttore: HL Jones

4 Pierre Arnold Bernard, al secolo Perry Arnold Baker, dopo essere stato istruito allo Hathayoga in una scuola del Nebraska da un maestro orientale chiamato Sylvais Hamati, cominciò a dare dimostrazioni pubbliche del suo potere di controllo del corpo e ad insegnare Yoga e Tantrismo sessuale. Nel 1919 fondò insieme alla moglie Blanche il Clarkstown Country Club, un centro di studio e di ricerche di Yoga, Filosofia orientale, Danza e Musica. Il Clarkstown Country Club è stato di fatto il primo Ashram americano. Il New York Times lo descrive così: «Ci sono sei campi da tennis, piscine interne ed esterne… uno zoo in miniatura (completo di elefanti, una leonessa, scimmie e altri animali esotici), un cabinato per le gite sull’Hudson e uno splendido stadio sportivo. Il Club ha il suo teatro, la sua aula magna e una ricca biblioteca (con una pregevole collezione sanscrita e volumi di materiale correlato di fisiologia e medicina).Per gli appassionati di astronomia, sul tetto della Club House è stato montato un potente telescopio; per il dipartimento di educazione fisica vi ci sono due palestre; per gli sport indoor, sale da biliardo e da carte; per gli artisti, studi e per i bambini, una sala giochi. C’erano anche un caseificio, un allevamento di polli, un impianto di ghiaccio e stalle». Vedi: Robert Love, “The Great Oom: The Improbable Birth of Yoga in America”. Viking Adult (1° gennaio 2010).

5 Vedi a tale proposito “Mollie Bagot Stack, fondatrice della Women’s League of Health & Beauty” in: Mark Singleton (2010). “Yoga body: the origins of modern posture practice.” Oxford University Press. ISBN 978-0-19-539534-1.

6 Nella Gheraṇḍasaṃhitā ( 7.3-6) vengono descritti sei diversi tipi di Samādhi:

  1. dhyāna (sperimentabile dopo la pratica della mudrā degli occhi detta śāmbhavīmudrā);
  2. nāda (sperimentabile dopo gli esercizi del suono e la pratica di khecarīmudrā);
  3. rasānanda (sperimentabile dopo l’esercizio definito bhrāmarīmudrā);
  4. laya (conseguente all’isolamento sensoriale/yonimudrā);
  5. bhakti (conseguente all’intensa devozione e all’abbandono alla divinità);
  6.  manomūrcchā (sperimentabile dopo particolari tecniche di sospensione del respiro).

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